Un falso mito del Novecento: Nelson Mandela


Il Sudafrica di Nelson Mandela (1918-2013) è da tempo annoverato fra quei Paesi in via di sviluppo detti Brics (assieme a Brasile, Russia, India e Cina) e, da solo, produce circa un terzo del PIL di tutto il continente africano.

Nonostante abbia a disposizione risorse sovrabbondanti per sollevare le condizioni economico-sociali e combattere le malattie che affliggono la nazione, nei vent’anni del post-apartheid è divenuto invece uno dei primi al mondo per povertà e criminalità diffusa, oltre che per numero di malati affetti dal terribile morbo dell’AIDS.



Le periferie delle sue grandi città hanno ormai assunto le sembianze delle «favelas» infernali del Sudamerica, nelle quali l’assoluta mancanza d’igiene falcidia ogni giorno centinaia di esseri umani. Il Sudafrica detiene oggi il primo posto nella media statistica mondiale degli stupri e, come ha scritto Rino Cammilleri nella sua Prefazione all’unico libro critico uscito sul “nuovo Sudafrica” dopo la morte di Mandela, anche questo triste primato dimostra che la decolonizzazione «fu solo l’inizio dei problemi dell’Africa lasciata a se stessa» (R. Cammilleri, C’era una volta il Sudafrica, in G. Brienza – O. Ebrahime – R. Cavallo,Mandela, l’apartheid e il nuovo Sudafrica. Ombre e luci su una storia ancora da scrivere, D’Ettoris Editori, Crotone 2014, pp. 130, € 12,90).

In effetti,non sono pochi gli aspetti che possono far parlare di un “volto oscuro” del Paese costruito e lasciato in eredità da Mandela e dal suo partito, l’African National Congress (ANC), a partire dalle implicazioni del leader nero con il comunismo nazionale ed internazionale, per finire con le scelte abortiste ed omosessualiste della nuova Costituzione.Eppure alle esequie del padre dell’emancipazione sudafricana, nel dicembre 2013, hanno partecipato allo stadio di Soweto più di 100 capi o ex-capi di Stato e di governo di ogni parte del mondo.



A Mandela si deve naturalmente il merito storico di aver saputo pilotare il Sudafrica attraverso un’ardua fase di transizione che avrebbe potuto essere anche peggiore di quella che si è determinata ma, tale merito, egli lo deve comunque condividere con Frederik de Klerk, il leader “partito bianco” eletto nel 1989 sulla base di un programma di superamento della segregazione razziale che, nel febbraio 1990, liberò Mandela dal carcere mettendolo così in grado di riassumere in modo incondizionato la guida dell’ANC.

Durato dal 1948 al 1991, l’apartheid fu un regime senza dubbio moralmente discutibile ma, la sua esatta coincidenza cronologica con la Guerra fredda, deve essere ben considerata per capirne le reali origini e sviluppi. Durante questo mezzo secolo, ha scritto giustamente Robi Ronza, il Sudafrica è stato «il grande sogno di conquista dell’Unione Sovietica, la cui moneta, il rublo, per carenza di copertura, non era nemmeno convertibile sui mercati monetari internazionali» (Mandela e la fine della Guerra Fredda, in La Nuova Bussola Quotidiana, 12 dicembre 2013).



Per l’URSS, costretta a usare il dollaro nei suoi scambi con l’estero, l’eventuale distacco del Sudafrica dall’Occidente sarebbe stato un successo epocale. E’ per tale motivo che, aggiunge il giornalista e scrittore cattolico grande esperto di affari internazionali, quello che «di per sé sarebbe stato un confronto interno per il riequilibrio dei diritti e dei poteri tra la maggioranza nera e la minoranza bianca del Sudafrica, entrò invece nella macina di uno scontro strategico fra super-potenze con tutte le conseguenze che si sanno. E questo senza più la minima remora non appena l’African National Congress, lasciandosi alle spalle il programma di resistenza non-violenta propugnato dal suo primo grande leader Albert Luthuli, premio Nobel per la pace nel 1960, con Mandela scelse la via della lotta armata e cercò la protezione dell’Unione Sovietica» (R. Ronza, Mandela e la fine della Guerra Fredda, art. cit.).



Del resto, come confermò in una intervista circolata internazionalmente l’anno prima della sua elezione alla presidenza della Repubblica sudafricana, il leader nero ha sempre difeso la “componente comunista” del suo partito, dichiarando che «i comunisti che aderiscono all’ANC sono all’avanguardia nella lotta per la creazione di un ordinamento pienamente democratico» (cit. in Parla Nelson Mandela. Adesso vi mandiamo in bianco, in L’Espresso, aprile 1993, p. 86). Forse proprio a questo risalgono le scelte abortiste ed omosessualiste della nuova Costituzione, da lui voluta e promulgata il 10 dicembre 1996.

Nella nuova Costituzione post-apartheid, come altre volte accaduto in testi normativi pro choice, la parola “aborto” non compare mai. Il diritto all’interruzione di gravidanza è piuttosto introdotto sotto le mentite spoglie della c.d. “salute riproduttiva”, concetto di conio internazionalistico che implica l’autodeterminazione nella procreazione ed il diritto a godere e a controllare la propria vita sessuale e procreativa. L’art. 12, quindi, considera il “diritto” abortista come una esplicazione di quello alla libertà e sicurezza personale, stabilendo che a ciascun cittadino sia riconosciuto il «diritto alla propria integrità fisica e psicologica, che comprende anche il diritto di assumere liberamente decisioni riguardanti la riproduzione».



L’introduzione del “matrimonio omosessuale”, poi, fa del Sudafrica il primo e, fino ad ora, unico, Paese del continente ad aver compiuto tale traumatico passo. Il capitolo 2 della Carta, nell’introdurre una dichiarazione dei diritti dei cittadini (“Bill of Rights”), prevede un’apposita “Sezione”, la 9, dedicata ai “diritti di parità”, nel cui ambito è garantita l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti la legge e la libertà di ciascuno da qualsiasi discriminazione, comprese quelle basate sulle ambigue nozioni di “gender” (genere) ed “orientamento sessuale” (“sexual orientation”).

Sulla base delle disposizioni sopra citate, e del fatto inedito che una locuzione a-tecnica come quella di “gender” compaia ben 16 volte in un testo costituzionale come quello della Carta del 1996, è stato subito possibile, ad una organizzazione omosessualista sudafricana, richiedere alla Suprema Consulta di pronunciarsi sull’incostituzionalità delle norme, tutte risalenti al periodo dell’apartheid, che incriminavano gli atti omosessuali maschili, anche se compiuti tra adulti consenzienti. La pronunzia della Corte, del 9 ottobre 1998, statuisce che la differenza tra individui o gruppi di individui stabilita dalla legge vigente e incrimina qualsiasi condotta omosessuale, vada considerata come una discriminazione a tutti gli effetti contraria al principio di uguaglianza. La criminalizzazione che ne deriva, infatti, consegue da un’«attività privata» (cioè la pratica omosessuale), che «non nuoce nessuno», scrive al Corte, e non ha altro scopo che penalizzare una condotta che contrasta con le opinioni morali e religiose di una parte della società. Quindi, non ha ragione di esistere, come appare arbitraria del pari qualsiasi discriminazione basata sull’“orientamento sessuale”.Inoltre, l’incriminazione degli atti di sodomia viola anche il divieto di illegittime interferenze con la privacy, previsto all’art. 14 della Costituzione. Per il presidente della Consulta, Albert “Albie” Louis Sachs, da sempre vicino all’ANC e nominato giudice proprio da Mandela nel 1994, la previsione di una sanzione penale per gli atti omosessuali viola contestualmente i principi di uguaglianza, dignità e privacy.



Poco più di un anno dopo la Corte costituzionale si trova ad affrontare anche la questione dei benefici ai partners di coppie omosessuali. Quindi, provvede ad estendere a questa ipotesi il ragionamento già svolto nella “pronuncia Sachs” del 1998. Nel 2005, infine, in nome dei principi di uguaglianza e dignità, la Consulta dichiara incostituzionale la definizione di matrimonio che precluda l’accesso ai relativi status, diritti e doveri alle coppie omosessuali. L’efficacia della sentenza viene sospesa per un anno per dare tempo al legislatore di provvedere direttamente alla correzione della disposizione dichiarata incostituzionale.

Dopo le tre sentenze della Corte costituzionale sopra citate, ed il consueto “movimento mediatico” che ne consegue volto ad imporre il pensiero politically correct, il 14 novembre 2006, con 230 voti a favore e soli 41 contrari e 3 astensioni, il Parlamento sudafricano, a stragrande maggioranza dell’ANC, approva una legge che consente il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso. Essa definisce il patto coniugale come una semplice «unione volontaria tra due persone, resa solenne e registrata come matrimonio o come unione civile».

 

 

GIUSEPPE BRIENZA

Le Serate di San Pietroburgo

Le ombre del “post apartheid” in Sudafrica

in Corriere del Sud, anno XXII n. 1/14, p. 4

 


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