“Portava il Signore nel cuore e questo lo rendeva fiammeggiante, unico, convincente”


Il 6 gennaio del 1786, santissimo giorno dell’Epifania, nel bel Palazzo Altieri che è ladrone buono al lato destro della Chiesa gesuita del Gesù, nacque un bambino bello e buono, figliolo del cuoco della casa, Antonio del Bufalo, giovanotto  di sangue nobile, della gran casa dei del Bufalo, ma di un ramo decaduto… La mamma, Annunziata Quartieroni, devotissima , scelse per il suo figlioletto tutti e tre i nomi, in un fascio, dei Re Magi. Così il piccino si portò sulle spallucce verdi, fin da subito, tre nomi grandi, nomi di Re: Gaspar Melchior Baldassar. Il bambinetto si chiamò, dunque, Gaspare che vuol dire “amabile maestro” (e lo fu), Melchiorre, cioè “Dio è luce” (eccome se lo è!) e Baldassare che è un augurio di buona vita per il Re. E, fin dai primi passettini nel mondo, si meritò tutti quanti quei nomi incoronati.

E prima di proseguire nella corsa, in immersione nella vita del Santo del Preziosissimo sangue di Gesù, lasciatemi raccontare un fatterello che riguarda un altro bimbetto che portava uno dei nomi dei Re Magi. In un bel giorno di primavera, in un giardino romano che pare un’oasi nel deserto di cemento, il piede di una persona a me molto cara fu acciaccato da un frugolino biondo che correva a fiato perduto tra le selve. “E tu chi sei?”, domandò il signore dal cuore d’oro. E il bimbo, raddoppiato in statura, fermo a fronte in su, rispose: “Sono Baldassarre Odescalchi!”.

Piccolo, piccolo Gaspare, con la sua mamma, andava a pregare nella Chiesa del Gesù a un tiro di sasso da casa sua. Viveva in casa d’altri, Gaspare, mentre il ramo principale della famiglia d’origine  aveva un palazzo al Nazzareno e ancora oggi il bucrano di bufalo, stemma di famiglia, rallegra una fontanina che dà un’acqua freschissima alle spalle della chiesa di Sant’Andrea delle Fratte. Colpito, ancora fanciullo, da una gravissima congiuntivite, risanò davanti all’altare dedicato a San Francesco Saverio, che divenne faro nella vita del bambino. Gli occhi suoi risanarono, vedendo la Verità che lo chiamava…Sognava, Gaspare, di farsi missionario e di andar in giro per il mondo, nelle lontane indie, in Giappone, in Cina magari, ad evangelizzare i popoli lontani dalla fede e che ancora non avevano conosciuto e amato la Parola, che è la Via, la Verità, la Vita.. Come aveva fatto San Francesco Saverio, che morì in Cina e che riposa oggi a Goa… Ma non era quella la sua strada.

La Provvidenza aveva, per Gaspare, altra volontà. Vestito da abatino, come s’usava, Gaspare coccolò, fin da piccino, la sua vocazione, per la gioia di mamma Annunziata. A ventidue anni era già sacerdote e missionario, ma nella Città Eterna e nelle campagne romane. Si occupava, anima, mente e cuore, dei “barozzari”, cioè dei carrettieri, che avevano trasformato il Foro romano (chiamato allora Campo vaccino) in un piccolo mercato del fieno. Ed era tutto quanto immerso nella sua missione quando Napoleone Bonaparte passò le Alpi, percorse lo Stivale e arrivò a Roma. Nella notte tra il 5 e il 6 luglio del 1809, il corso fece arrestare il Papa che si rifiutò di cedere la sovranità dello Stato Pontificio e di giurare fedeltà alla Francia. “Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo”, rispose il Santo Padre, Pio VII. E furono le stesse identiche parole che pronunciò poco più tardi il giovane sacerdote quando si rifiutò di giurare fedeltà all’invasore. Parole che gli costarono quattro anni di carcere. A Roma tornò nel 1814. Un anno più tardi, il 15 agosto, giorno dell’Assunzione, fondò la Congregazione   dei Missionari del Preziosissimo sangue e i suoi figli, ancora oggi, portano il Vangelo e il Sangue del Salvatore (che redime e salva) in giro per il mondo.

 La Congregazione ha una sua storia bella, nella quale intrecciati sono i nomi di Gaspare del Bufalo e di Monsignor Francesco Albertini. Tutto comincia, miracolosamente, a San Nicola in carcere, una stupenda chiesa romana che ha, come costole preziose, colonne incastonate ai lati, che erano di un tempio pagano. Nella cappella delle reliquie, d’oro e di luce, è custodito un lembo del mantello di un soldato romano (non San Longino però…) intriso del sangue di nostro Signore. Il soldato apparteneva alla famiglia dei Savelli, fior fiore della nobiltà romana che doveva dare a Santa Romana Chiesa due Papi: Onorio III e Onorio IV. La reliquia fu conservata gelosamente per molti secoli dalla famiglia nel Palazzo avito di Monte Savello, costruito da Baldassarre Peruzzi (un altro Baldassarre…) sulle spalle del Teatro di Marcello, finché Giulio Savelli, ultimo della sua stirpe, oberato dai debiti e morto senza eredi, la donò alla Chiesa di San Nicola in carcere, a una spanna da casa sua.

Il Sangue Preziosissimo di Gesù, prezzo della redenzione dell’umanità, divenne, a Roma, oggetto di infinita devozione. Monsignor Albertini venerava quella santa reliquia e, in onore del Sangue che salva, organizzò una adunanza che divenne poi Confraternita e infine Arciconfraternita. Affidò a Gaspare, sacerdote illuminato da Dio, la missione di portare la grazia del sangue di Gesù al mondo. Gaspare rispose sì al disegno della Provvidenza, lui che era incatenato al Signore e tutto suo. Un giorno, infatti,  mentre diceva Messa, Gaspare vide una catena d’oro scender giù dal cielo in terra e il Signore che lo legava a sé nella Carità viva e splendente… Gaspare portava il Signore nel cuore e questo lo rendeva fiammeggiante, unico, convincente. Il suo era un apostolato vivo: predicazione al miele, energia contagiante; e poi doni mistici: levitazione, bilocazione. L’angelo della pace (come veniva chiamato dal popolo) riusciva lì dove gli altri fallivano e ricondusse a casa tane anime perdute, illuse dalle sette segrete, dal laicismo, dal brigantaggio, dal Maligno che, come leone ruggente, si aggira per il mondo a caccia di prede Tra i suoi missionari si nutrì di fede e di benedizione il futuro Papa Pio IX, Giovanni Maria Mastai Ferretti…

Eccomi, in un caldissimo pomeriggio d’agosto, davanti alla stupenda e visionaria Fontana di Trevi, che costeggio come perdendomi nel suo accecante bagliore immacolato. A pochi passi dalla spettacolare mostra dell’acqua Vergine, l’unico acquedotto romano che funziona ancora dopo tanti secoli, giungo nella piccola chiesa di Santa Maria in Trivio, incastonata tra i palazzi, dove riposa il dolce corpo di San Gaspare. Entro e il silenzio mi avvolge. Pochi passi e sono inginocchiata davanti alla piccola cappella del Santo. In una teca di vetro, la sua statua bronzea come sospesa, giace su due cuscini in bronzo pure loro. In alto un dipinto racconta la gloria di Gaspare, tra gli angeli, il crocifisso infilato nella cintura come una dolce pistola. Il mio sguardo si posa sullo sguardo tenerissimo di lui tutto raccolto nel crocifisso che reca in una mano. Si accende la pace del cuore che in lui viveva e anche in me. Penso al momento del suo transito in una stanza del Palazzo Orsini al Teatro di Marcello, che era stato dei Savelli, come in continuità tra Impero Romano e Santa Romana Chiesa, nel fluire dell’Eternità in terra. Morì il 28 dicembre del 1837. San Vincenzo Pallotti, che lo assisteva, vide la sua anima salire in alto, in forma di stella luminosa, mentre Gesù le andava incontro. 

 

BENEDETTA DE VITO


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