Boscia (Medici Cattolici): “la stessa madre si autosomministrerà il veleno che ucciderà il figlio”


Il Ministro della Salute, forse coadiuvato dall’ Agenzia Italiana per il farmaco (AIFA), ha riconsiderato le regole dell’aborto farmacologico e della sua strutturazione/organizzazione a livello territoriale promuovendo con motivazioni assai opinabili, la deospedalizzazione delle pratiche dell’interruzione volontaria della gravidanza, rendendole coincidenti con una banalizzazione e domiciliazione delle procedure dopo somministrazione di farmaci ad effetto abortivo.

Vengono riorganizzate tutte le prestazioni connesse agli adempimenti previsti dalla legge 194/78 “Norme per la tutela sociale della maternità e sulla interruzione volontaria della gravidanza”, con integrazioni che alterano in modo assurdo e inaccettabile le modalità di accesso all’aborto, già di per sé depenalizzato.

Sono adottate misure atte a privilegiare la procedura farmacologica, quasi del tutto deospedalizzata, consentendo una gestione domiciliare sino alla 9^ settimana. Un semplice accesso in ospedale per la somministrazione del farmaco attiva una procedura che sconvolge e mette a serio rischio la pratica attuazione della legge sull’aborto.

“La legge 194 è minacciata!”

La somministrazione del farmaco, che conduce all’aborto con immediatezza è attuata in spregio alla norma che chiede alla donna un ripensamento di almeno 7 giorni per una decisione di così importante profilo.

Si vuole impedire lo sguardo sul concepito, spostando l’attenzione sulla non invasività, ma in realtà l’aborto diventa un fatto banale e soprattutto privato e condotto in assoluta solitudine.

Questa decisione del Ministro, a lui consigliata da un discutibile gruppo di esperti, è assolutamente fuori luogo e condiziona nefaste situazioni che hanno molto a che fare con un atteggiamento di “furore abortista”, diventato virale e portato avanti in modo prevalente e pervasivo dagli organi statali che avevano promesso tutela delle donne e del concepimento.

Sono chiamate ad intervenire in queste circostanze strutture che avrebbero piuttosto l’obbligo di porsi in difesa della vita, di curare il ”male d’aborto”, di lenire la sofferenza e soprattutto di escludere che la donna in questa particolare e dolorosa contingenza si ritrovasse sola a svolgere un aborto magari nel bagno di casa, in assoluta solitudine, salvo poi dover chiamare il 118 per una emorragia irrefrenabile… altro che aborto senza trauma!

Purtroppo personalmente intravedo in questa manovra un tentativo davvero raffinato per ottenere molto semplicemente una maggiore libertà nel manipolare l’inizio della vita e per avere una legge 194/78 ancora più permissiva! In pratica si vuole, senza disagi e senza sentimenti, organizzare una “catena di smontaggio” della vita umana al suo esordio. Il mistero dell’inizio della nostra esistenza è diventata “la grande pietra di inciampo contemporanea!”.

Mi preoccupa altresì la persistente e diffusa incapacità di non saper organizzare le corrette dinamiche di prevenzione, e ancora, il non voler considerare quale terremoto emotivo e quale esperienza traumatizzante esista nella decisionalità frettolosa di attuare “politiche dello scarto” della vita nascente.

Scellerati tentativi tentano di nascondere questo scarto, di farlo diventare mero fatto privato, magari nascosto, vissuto nella solitudine domestica, anche by-passando quel minimo, ma indispensabile, tempo di ripensamento previsto dalla legge.

Quel che oggi viene presentato come emergenza sociale non rappresenta le indispensabili garanzie per la vita concepita, ma asseconda il malcostume della banalizzazione.

Così il “furore abortivo” è servito! Tutto questo nell’incapacità di distinguere lo straordinario dall’ordinario, ponendo priorità inesistenti e trattando con ostentata indifferenza bugiarda una delicatissima questione che riguarda le donne in momenti di grande sofferenza e disorientamento.

In un deterioramento sociale orientato a cum-vertere, a trasformare, a tramutare la sapienza in incapacità del sapere, possono perpetrarsi tanti misfatti. Tanto poi… le colpe sono sempre degli altri!

In un mondo tecnocratico fatto di fantasmi e colonizzato dalla grande matrice culturale del digitale, ma che in realtà non ha ancora compreso appieno quali siano le priorità da disporre nelle emergenze, noi desideriamo sapienza nelle scelte e nelle attività di governo, perché si possano regolare al meglio il vivere civile, la difesa della vita sempre, soprattutto sul nascere e perché si possano coltivare meglio le relazioni umane.

La RU486 riconduce la pratica abortiva volontaria nel tunnel dell’”aborto fai da te” edulcorandolo con l’apparente finalità della precocità e della sicurezza, invertendo e contraddicendo le motivazioni storiche e psico-sociali che hanno motivato fortemente la legge 194!

L’aborto diventa privato, e per quanto precoce e sicuro possa essere, aggiunge solitudine a solitudine: è la stessa madre che si autosomministra il veleno che ucciderà il proprio figlio.

Con la RU486 la donna vive tutto questo in diretta, senza neanche l’assistenza medica. Abbiamo raggiunto il massimo della de-responsabilizzazione sociale!!

Colgo queste profonde contraddizioni di tipo scientifico, etico e umano nel momento in cui si vorrebbe un uso estensivo dell’aborto farmacologico alla società italiana, già pesantemente colpita da un malessere diffuso che ci fa assistere, sempre più frequentemente, a malattie dell’anima e della psiche, e in cui, purtroppo, i protagonisti sono spesso una madre e un figlio, la diade preziosa che la cultura pseudo-scientifica sembra voler sempre più separare e dividere.

Prof. Filippo M. Boscia

Presidente Nazionale Medici Cattolici Italiani

Presidente Onorario della Società Italiana di Bioetica e Comitati Etici


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