L’economista Bruni: “il capitalismo è diventato la nuova religione del nostro tempo”


“L’economia è un ambito della vita e quindi in quanto tale ha uno valore intrinseco e un valore strumentale. Cioè non è nè più nè meno della famiglia dal punto di vista della dignità, della politica, del diritto. Il problema però è che negli ultimi 30-40 anni, l’economia da luogo di produzione di beni e di servizi, dalla fabbrica e dalle cose che tutti capivamo, ha preso una strada sempre più astratta e sempre più importante attraverso la finanza e quindi l’economia non è solo oggi un ambito della vita, ma è diventata un modo di parlare, una grammatica delle relazioni, ci parla di debiti, crediti, di prezzo ovunque, dalla scuola alla sanità, cioè è diventata il grande linguaggio della vita in comune, e così diventando tutto è diventata cattiva”.

Così ha dichiarato a Vatican News l’economista Luigino Bruni, docente alla Lumsa di Roma e all’Istituto universitario Sophia di Loppiano, direttore scientifico di Economy of Francesco, l’evento voluto da Papa Francesco che si terrà a novembre ad Assisi e a cui sono già iscritti 3000 giovani imprenditori. 

“Occorre dare uno spazio giusto alla vita economica e tutti sappiamo e abbiamo visto in questa crisi del Covid-19 che cos’è l’economia. Quando manca ci accorgiamo che cosa vuol dire perdere un lavoro, non avere i soldi per pagare gli stipendi, non avere i soldi per fare la spesa, quindi l’economia è importante ma è diventata troppo ingombrante in questi 30 anni, almeno dal crollo del Muro di Berlino, da quando il capitalismo non ha avuto più rivali ed è diventata la nuova religione del nostro tempo”, ha continuato il professor Bruni.

“È ovvio che c’è troppa ricchezza, troppo valore aggiunto che va alla finanza e quindi alle rendite, mentre va poco, in fondo, al profitto inteso come fetta che va all’impresa, e ancora meno va ai salari, cioè alle famiglie, ai lavoratori”, ha spiegato Bruni che ha affrontato anche un antico tema dell’economia. “Quando nasce agli inizi dell’800 come scienza un po’ più formale, aveva sempre detto in alcuni autori che il vero conflitto, la vera malattia dell’economia è la crescita delle rendite non dei profitti, perché il profitto è qualcosa che in genere viene generato dal lavoro di oggi, mentre la rendita viene generata dal lavoro di ieri che io difendo con tutti i mezzi. Dicevano questi economisti: la malattia del capitalismo è che avrà sempre più spazio la rendita e sempre meno l’imprenditore e il lavoratore. Ce lo siamo dimenticati questo, ma la finanza ci sta dicendo che oggi il vero conflitto è tra le rendite e tutto il resto. C’è una finanza che si mangia tutto, che vive di fatto speculando su posizioni di potere e non lascia spazio all’innovazione dell’imprenditore nè a una buona remunerazione dei lavoratori. Una delle cose che è emersa con forza in questa pandemia è quanto poco paghiamo alcuni lavori. Dopo che abbiamo visto che cosa accadeva negli ospedali, il ruolo che hanno gli infermieri, le infermiere, ma anche i commessi e le commesse dei supermercati, abbiamo detto: ma è possibile che questi prendano 1200 euro al mese, mentre ci sono manager che ne prendono un milione? Questo tema della rendita che si mangia tutto è un grandissimo tema, è il tema della ridistribuzione, il tema di dove va il valore aggiunto, cioè chi decide le fette. E’ il mercato sì, ma il mercato è anche una questione di potere, non è semplicemente un meccanismo automatico, magico, e quindi in fondo lei riporta il dibattito sul tema del potere e dei rapporti di forza”.



Secondo il professor Bruni, la lezione che abbiamo imparato dall’emergenza del coronavirus è quella di aver “capito che cos’è il lavoro, abbiamo visto che noi saremmo morti di fame senza i lavoratori manuali, senza i camionisti, senza le commesse nei supermercati, senza i corrieri o quelli che ci portano via l’immondizia da casa, è la rivalutazione dell’intelligenza delle mani, che abbiamo sempre snobbato considerando il lavoro manuale meno nobile rispetto a quello intellettuale. Durante questa crisi abbiamo visto che cos’è il lavoro e abbiamo compreso che, in fondo, il lavoro è un grande network di amore scambievole, che noi ci vogliamo bene in molti modi nella vita civile ma soprattutto lavorando in un modo laico, sobrio, non romantico. Insomma che c’è molto amore civile nell’economia. Paradossalmente in questa crisi così grande abbiamo rivisto l’economia, è come se si fosse squarciato il velo degli incentivi, dei soldi, degli interessi che vediamo sempre quando pensiamo all’economia e abbiamo visto che l’economia non è altro che lavorare gli uni per gli altri, in modo anonimo, senza conoscerci però in un modo molto concreto ed essenziale. Quindi è stato anche un canto all’economia civile questa crisi perchè ci ha fatto vedere che il lavoro è servizio reciproco, è bene comune e che senza economia e senza lavoro si muore”.

Calando le teorie economiche nella pratica quotidiana, per il professor Bruni ognuno di noi “per prima cosa può metterci la testa quando fa la spesa. Noi abbiamo un grande potere che è l’acquisto quotidiano dei prodotti, e questo include anche il nostro conto corrente bancario, vedere dove vanno a finire i nostri soldi nelle banche, gli investimenti cioè su quali fondi mettiamo i nostri soldi, se li mettiamo in fondi che finanziano le armi, l’azzardo, se finanziano le fonti fossili su cui la Chiesa cattolica sta conducendo una grande campagna di disinvestimento. Abbiamo questo Movimento Cattolico Mondiale per il Clima che è uno dei promotori della Settimana che dice: bene, vogliamo cambiare il mondo, allora disinvestiamo i nostri soldi dalle fonti fossili e investiamo nell’energia rinnovabile. E questo è un tema che non è astratto, vuol dire che tipo di macchina acquisto, se acquisto un diesel o un’ibrida, significa che tipo di impianti metto dentro casa, se utilizzo il fotovoltaico o ancora il gasolio, sono tutte scelte molto concrete. È poi, quando vado a fare la spesa, guardare non solo gli zuccheri e le calorie dei prodotti ma anche gli zuccheri e le calorie morali dei prodotti, chi li produce, se i lavoratori sono sfruttati, ad esempio i raccoglitori di pomodori, da dove vengono cioè la filiera ecc… cioè metterci la testa, perché c’è la responsabilità civile anche dei consumatori, non solo dell’imprenditore. Quindi essere più attenti alle dimensioni etiche perché l’etica non è un di più, un lusso, l’etica è tutto, l’etica è chi mangia e chi non mangia, chi è sfruttato e chi è rispettato, chi è pagato e chi no. L’etica è schiavitù o libertà. Non è che c’è l’economia e poi c’è l’etica per gli specialisti. L’etica non è una buona azione, è il tutto, perché l’etica vuol dire la dimensione umana delle cose, compresa quella cosa che si chiama economia”.




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