Don Raffaele Aprile: “la vita sulla terra serve per diventare ‘Fratelli di Cielo'”


«Fratelli di Cielo». Cielo non nel senso cosmologico ma nel senso teologico. Il Cielo rappresenta il mistero di Dio. Fratelli perché nati dallo stesso grembo del mistero, dal grembo di un mistero di amore. Un mistero di amore infinito. Un mistero di amore eterno.

Con questi Fratelli di Cielo – in versi si raccontano in cammino con Maria (Enna, Bonfirraro Editore, 2019, pagine 286, euro 16,90) don Raffaele Aprile, sacerdote del santuario della Madonna delle lacrime di Siracusa, intesse un dialogo poetico e forma un libro di poesia corale. Non è soltanto lui che esprime intuizioni poetiche e illuminazioni spirituali, ma è lui insieme ad altri poeti e ad altri uomini e donne di vita spirituale che compongono questa armonia di pensieri. E di armonia si tratta, non soltanto di melodia. È come un canto polifonico. Viene da pensare al grande teologo Hans Urs von Balthasar, il quale diceva: «La verità è sinfonica». E noi constatiamo che la verità più alta è la poesia, la poesia è veritatis splendor, splendore della verità. La poesia corale acquista una maggiore forza di penetrazione nel cuore di chi ascolta.

Affinché si realizzi un’armonia è necessario che le varie note siano consonanti, non dissonanti. E in realtà ogni poesia e ogni riflessione spirituale in questo libro costituiscono un insieme armonioso. Ogni autore presentato in questo libro ha la sua peculiarità, ha la sua storia spirituale, ha la sua specifica sensibilità, ma in questa diversità di voci c’è un filo conduttore, un’unica visione di fede, un unico desiderio di comunicare il profondo messaggio spirituale che è la connotazione di tutti.

«Fratelli di Cielo»: è un’espressione che denota una comune aspirazione al Cielo. San Paolo ci dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio, rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Colossesi, 3, 1).

La vita sulla terra serve per costruire un tesoro in Cielo. Padre Raffaele lo dice in maniera convinta, nella sua poesia, con queste parole: «Facciamo la tua volontà, Signore… E così, giorno dopo giorno, costruisco / il mio tesoro in Cielo» (pagina 102).

Egli esprime alcuni versi struggenti che raccontano il suo anelito al Cielo. Così è detto: «Fuoco che brucia l’anima, passione e dono totale / a Te e ai fratelli. / Vita che vibra in fondo alle mie viscere, Cielo che racconta l’infinito di Dio» (pagina 103).

Nessuno pensi che don Raffaele esprima una religiosità di evasione, una spiritualità disincarnata, una visione religiosa che concentrando l’attenzione al Cielo, dimentichi la terra, dimentichi la serietà dell’impegno di amore verso i fratelli. Anzi egli in maniera chiarissima parla dell’esigenza dell’amore evangelico sulla terra. Così afferma: «La porta del Cielo è ogni tuo fratello». Non si può dimenticare la terra pensando al Cielo. Proprio se vogliamo anelare al Cielo, dobbiamo passare per la porta che ci conduce al Cielo, e la porta è l’amore del fratello, soprattutto del fratello più bisognoso e più sofferente.

L’esperienza ci insegna che proprio coloro i quali, anziché volgere lo sguardo verso il Cielo, hanno avuto lo sguardo chino verso i propri interessi, hanno violentato la terra creando il drammatico sconvolgimento ecologico e la devastazione della terra. Chi non ha saputo guardare il Cielo, ha devastato la terra.

Noi cristiani, quindi, abbiamo il dovere della duplice fedeltà: fedeltà al Cielo e fedeltà alla terra, fedeltà al Vangelo e fedeltà alla storia, fedeltà alla meta e fedeltà alla strada. Il Cielo è la meta, ma per arrivarci dobbiamo percorrere la strada che ci conduce al Cielo.

Qual è il senso di tutte le poesie, di tutte le riflessioni, di tutte le testimonianze che don Raffaele ha raccolto e che ha incastonato in questo libro? Le spiega lui stesso quando scrive: «Ci sono riflessi di Cielo nelle storie, / nelle vicende e nei volti degli altri, / e questo dovrebbe aprire all’incontro con l’altro, / a fare esperienza della loro vita» (pagina 26). Vi sono riflessi di Cielo che il nostro poeta sa cogliere nella vita degli altri. Vi sono riflessi di Cielo nelle storie di tante persone. Scoprire questi riflessi di Cielo, lasciarsi illuminare, condividerne la gioia, cantare la bellezza del Cielo che tocca la terra, questa è la missione del sacerdote, questo è il ministero del nostro poeta. Anche nelle persone più terrestri si intravvede il Cielo. Anche nelle pozzanghere della strada si riflette il Cielo.

Il ministero del sacerdote comporta l’impegno di far prendere coscienza ai cristiani della realtà sublime che dice l’apostolo Paolo: «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù» (Efesini, 2, 19-20). Tutti siamo invitati a scoprire, guardando il Cielo, una comune cittadinanza e una comune fraternità.

C’è un passaggio importante nel libro di don Raffaele: è quello che descrive il momento della prova. Anche Gesù è stato tentato nel deserto. Il nostro poeta ha attraversato il buio della tentazione, si è trovato di fronte alle suggestioni di satana. Anzitutto sono state suggestioni demoniache del pensiero. Con una espressione molto eloquente il nostro autore dice che «satana sa essere teologo» (pagina 86).

La connotazione importante dell’uomo è quella di avere la facoltà di pensare, e in modo particolare di pensare Dio, per intessere con Lui un rapporto di amore. Satana sa chi è Dio, in questo senso è un teologo, cioè riflette su Dio, ma lo presenta all’uomo in maniera distorta, come fece con Adamo ed Eva, a cui presentò un Dio geloso della sua grandezza e invidioso della realizzazione dell’uomo. Gesù dice di satana che è “padre della menzogna”. Satana sa ragionare su Dio, sa essere teologo, ma presenta una teologia perversa che tende ad allontanare l’uomo da Dio.

Don Raffaele ha sperimentato la dura «lotta contro il male, si sente mancare le forze» (pagina 89), ma riesce a superare la prova, forte dell’aiuto del Signore, ripetendo più volte «Gesù, Gesù», e «recitando un’Ave Maria» (pagina 87). Nell’oscurità e nella solitudine, nella sensazione di avere smarrito il Signore, egli grida: «Dio, dove sei? / Perché non ti trovo?» (pagina 91). Ma poi scopre che Dio è vicino, lo aspetta «seduto alla tavola / imbandita nel suo cuore» (pagina 91).

Tutto questo fa capire a noi che raggiungere il cielo ha un costo. Non esiste un cielo a buon mercato. È necessario affrontare la prova per guadagnare la meta. Gesù dice di se stesso ai due discepoli di Emmaus: «Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Luca, 24, 26).

Nella dimensione del cielo di cui è pervaso questo libro, molto intenso è il pensiero sulla Madonna delle lacrime. Dice don Raffaele: «Le lacrime della Madonna esprimono luce — ci indicano che dobbiamo guardare in alto … aprono un varco nel Cielo … per volare all’infinito di Dio» (pagina 63).

Padre Raffaele canta con gioia la sua vocazione “mariana”: egli è impegnato in una missione che svolge sotto lo sguardo di Maria e delle sue lacrime. Testimonia a noi che non si può essere cristiani senza essere “mariani”. In Maria egli trova la luce perché Lei è donna di luce, trova il varco verso il Cielo perché Lei è donna di Cielo. In Maria trova la leva per costruire un nuovo mondo secondo il progetto di Dio. In Maria trova la chiave per entrare nel Cielo pur rimanendo sulla terra. Così egli si esprime: con il “sì” di Maria «iniziano i cieli nuovi e la terra nuova» (pagina 27). È dal sì di Maria che è dipesa la salvezza dell’uomo operata da Cristo. Ella ci insegna a dire di sì al Signore, ad accogliere con gioia e a realizzare con fervore il sublime progetto di amore che il Signore sogna per ognuno di noi.

Mons. Giuseppe Greco

 

Perché Padre Raffaele Aprile scrive poesie? Perché scrive “riflessioni dell’anima”? Perché desidera comunicare quello che ha nel cuore?

Per rispondere a queste domande mi rifaccio a un brano del profeta Geremia. Geremia è stato un profeta scomodo, e quindi molto lottato. In un determinato tempo della sua travagliata vita ebbe il desiderio di smettere di fare il profeta, il desiderio di chiudersi in se stesso e rinunciare a comunicare il messaggio profetico. Ma in lui è prevalsa un’altra scelta. Così egli si esprime:

“Mi dicevo. «Non penserò più a Lui ( a Dio) ,

Non parlerò più nel suo nome!».

Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente,

trattenuto nelle mie ossa;

mi sforzavo di contenerlo,

ma non potevo” (Ger 20,9).

Ecco, Padre Raffaele ha un fuoco dentro, un fuoco nel suo cuore, il fuoco dell’amore del Signore, un fuoco che non può contenere e che sente il bisogno di trasmettere agli altri. Questo è il motivo per cui lui ci offre il dono di queste poesie che sono l’espressione viva di questo amore.

1) Poesia e Profezia

Il profeta Geremia ci dà l’opportunità di scoprire un nesso profondo tra poesia e profezia. La profezia è la Parola di Dio messa in bocca a un uomo; profeta è colui che parla a nome di Dio.uestoquLa poesia religiosa è parola dell’uomo che parla di Dio, che parla a Dio, che racconta la sua esperienza di Dio, che anela a Dio.

La poesia è frutto della ispirazione. Cos’è questa ispirazione? È una realtà misteriosa, è un dono dello spirito; nei momenti più alti è un dono dello Spirito Santo. Questo mette in relazione il poeta con il profeta che è ispirato da Dio.

In una notte di mistero il Vangelo ci descrive l’incontro di Nicodemo con Gesù. Nicodemo era uno dei capi dei Giudei. Costoro erano ostili a Gesù, ma Nicodemo comprende che Gesù è “venuto da Dio come maestro” (Gv 3,2). Per non esporsi incontra Gesù di notte. Era una notte di vento. Gesù parla di un vento misterioso, il vento dello Spirito Santo, dicendo: “Il vento soffia dove vuole, e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va” Gv 3,8). Simboleggiato dal vento, lo Spirito Santo è sovranamente libero, è inafferrabile, inarrestabile, incoercibile. Lo Spirito Santo è Spirito di libertà, di verità, di amore, di vita. E’ un vento misterioso che ha raggiunto P. Raffaele, il quale così si esprime: “E il vento è per me / l’abbraccio del tuo amore” (p. 76).  E ancora: “Sento Dio che mi parla. / Mi abbraccia in quel vento soave e fresco” (p. 96).  Questo vento dello Spirito dell’Amore ha raggiunto P. Raffaele, lo avvolge, lo abbraccia, lo fa vivere immerso nel Mistero di Dio. Egli è testimone della grande verità affermata dal libro della Genesi, che descrive poeticamente la creazione dell’uomo dicendo che Dio crea l’uomo dal fango della terra, ma poi alita, soffia sull’uomo, e l’uomo comincia a vivere. In quell’alito di Dio comunicato all’uomo noi scopriamo il fluttuare della vita divina partecipata all’uomo, per cui l’uomo è “figlio di Dio”, partecipe dalla stessa natura di Dio, l’uomo è alito di Dio, amato teneramente da Dio.

2) Poesia e preghiera

Il rapporto tra poesia e preghiera, in Padre Raffaele, è un rapporto profondo e fecondo. La preghiera diventa poesia perché la preghiera è una relazione con Dio così intensa che non può essere espressa con parole banali, ma con le espressioni poetiche più alte. E viceversa, la poesia diventa preghiera perché la poesia va oltre le cose visibili e porta in se stessa l’anelito verso la trascendenza.

Sotto questo profilo vi sono alcune parole-chiave nelle poesie-preghiere di P. Raffaele. Ne possiamo individuare soprattutto tre: il Silenzio, l’ascolto, lo sguardo.

Il Silenzio è il Mistero profondo di Dio. Sant’Ignazio d’Antiochia dice che “Gesù Cristo è la Parola eterna di Dio nata dal Silenzio del Padre”. Il Silenzio è la sorgente della Parola ed è l’habitat della Parola. Solo nel Silenzio possiamo ascoltare la voce di Dio. Il nostro poeta dice: “Il silenzio parla / se tu lo ascolti, / è lì che osservo e conosco l’Amore” (P. 92). Solo nel Silenzio possiamo ascoltare i passi del Signore che viene verso di noi. Ecco come si esprime il nostro P. Raffaele: “Ascolto i tuoi passi, / li avverto sempre più vicini, / li sento bussare al mio cuore” (p. 24). Sono i passi “del Padre che ti ama. // ti attraversano il cuore in profondità / lasciandoti avvolto nello stupore / di quel silenzio che ti sa ascoltare / e amare” (p. 25).  Il silenzio è legato all’ascolto. L’ascolto rivela l’Amore. L’Amore genera lo stupore. Lo stupore è unito alla gioia: “scopro l’Amore infinito / che mi riempie e mi colma di gioia” (p. 38). In questo silenzio mistico avviene l’ascolto della Parola e la percezione della Presenza di Dio. Come dice P. Raffaele: “Il silenzio che attraversa le spighe di grano, / che scorre nelle vene degli uomini, / e che sussurra dolcemente una parola” (p. 52).

In queste poesie-preghiere la terza parola-chiave è lo “sguardo”. Nella poesia intitolata “Percezione”, il nostro poeta parla di sguardi misteriosi che si affacciano nell’Assoluto: “Percezione sublime, / armonia di sensi, / si lega al passo incerto / di chi percorre sentieri di specchi // dove un’immagine si fonde / in sguardi sconosciuti, / perfetta unione con l’Assoluto” ( p. 39). E nella poesia intitolata “Sguardo”, P. Raffaele dallo sguardo che la persona umana incrocia con gli altri perviene allo sguardo di Dio che è Amore infinito: “Quanti sguardi, / sguardi di dolcezza o di tristezza, / sguardi di sorrisi o di pianto // sguardo di una mamma / che sprigiona tenerezza e protezione / … / ma tutti sguardi di un infinito amore / nel riflesso di quello / che è Amore infinito” (p. 60). Intravvediamo il mistero e il fascino dello sguardo di Gesù, di questo Dio dal Volto umano che guarda l’uomo con infinito amore e profonda tenerezza. Gesù non è soltanto la Parola vivente di Dio che va ascoltata, ma è anche “l’icona” visibile del Dio invisibile, icona che va contemplata nello stupore di un mistero ineffabile. Il messaggio che ci proviene da questa fonte è molo importante: non solo siamo chiamati ad ascoltare la Parola del Signore, ma siamo anche sollecitati a contemplare il suo Volto con uno sguardo che risponde al suo amore; la dimensione contemplativa è una dimensione essenziale per la vita cristiana.

3) Poesia e vita

Proseguendo nella lettura delle poesie di questo libro, abbiamo da considerare ancora qual è il rapporto tra poesia e vita. Forse che la poesia è un modo di evadere dalla vita concreta per rifugiarci in un mondo dorato ma inesistente? Niente affatto. La poesia di P. Raffaele non esprime una spiritualità di evasione, ma invece è radicata sulla terra e sulla vita concreta. A questo riguardo troviamo una parola-chiave molto significativa: la parola “cammino”. Viene descritto il cammino che non è mai un cammino solitario: è un cammino con i fratelli e nello stesso tempo un cammino con il Signore. Nella poesia intitolata “L’altro” è detto: “Nel contemplare l’altro, / contemplo Te, Signore. // Nell’aiutare l’altro, / aiuto Te, Signore. // Nel camminare con l’altro, / cammino con Te, Signore” (p. 68).

Bisogna dire subito che non è un cammino facile: è irto di asperità, è – come dice il poeta – “un itinerario fatto di spine” (p. 32). Questo cammino inizia con l’esodo, con l’esodo interiore. P. Raffaele si chiede: “Cosa vuol dire esodo? / Forse camminare, forse evadere, forse andare, ma dove? / Sì, verso dove? // Verso un sentiero segreto, che solo Dio ci ha disegnato, un sentiero lungo, tortuoso e forse anche con ostacoli” (p. 121). Sentiamo in queste parole l’eco del cammino di Abramo, cui Dio disse: “Esci dalla tua terra e va’ dove ti indicherò”. E la fede di Abramo è anche la fede di P. Raffaele, che continua la sua riflessione con queste parole: “C’è Lui in questo cammino, c’è Lui in questo esodo, ci sostiene e ci è fedele, ci incoraggia, ci parla” (p. 121). Questo esodo interiore è l’esodo dall’individualismo, è l’esodo dal nostro “io” per aprirci alla sublime avventura dell’amore indicato dal Signore. Il nostro poeta invoca l’aiuto del Signore perché lo accompagni in questo esodo: “Accompagnaci in quest’esodo interiore / con la tua amorevole presenza. // dacci la forza di ritrovare quell’identità / persa nella solitudine silenziosa del nostro io” (p. 132).

Questo esodo viene anche chiamato “esilio”, per indicare la sofferenza interiore e il travaglio della ricerca della propria identità. È un cammino di ricerca interiore finalizzato alla conquista della propria autenticità. Così dice P. Raffaele: “L’esilio interiore è qualcosa che ti sprona a cercare la risposta della tua identità… Ma per scoprirlo devi fa spazio dentro di te, con il silenzio e la preghiera, e ascoltando la Sua voce che ti parla troverai quella risposta che cercavi da tempo, troverai la tua identità” (p. 124).

Trovata la propria identità, è necessario essere fedeli a se stessi, fedeli al disegno che Dio ha sulla nostra vita, a quel disegno di amore che si rivela nel corso dei giorni. P. Raffaele rivolge un’accorata preghiera al Signore perché gli doni la fedeltà: “Signore nostro, donaci la fedeltà di chi ti sa ascoltare, / donaci la speranza di chi ti sa credere, / donaci la fede di chi sa donarsi, / donaci l’amore di chi ti sa amare” (p. 130). Alla fedeltà a Dio e alla fedeltà a se stessi, cioè al sogno che Dio ha su di noi, è unita in maniera costitutiva la fedeltà all’amore dei fratelli. In maniera lapidaria P. Raffaele ci dice: “Nell’amare si dona; / nell’amare si prega; / nell’amare si lavora; / nell’amare si aiuta” (p. 58). Ecco allora che la fedeltà deve essere piena: fedeltà a Dio e fedeltà all’uomo, fedeltà al Vangelo e fedeltà alla storia, fedeltà alla meta e fedeltà alla strada, fedeltà al cielo e fedeltà alla terra.

Preghiera alla Madonna delle lacrime

La conclusione più bella di queste poesie-preghiere è data dalla Preghiera alla Madonna delle lacrime. Qui P. Raffaele raggiunge il vertice dell’espressione poetica. “Le tue lacrime, o Madre, / nel tuo volto, / sono come una rugiada di pace che scende sulla nostra vita; / sono lacrime come di un Battesimo / che ci confermano ancora / di essere figli di Dio” (p. 47). L’immagine della rugiada evoca l’idea della tenerezza, della dolcezza, della soavità: rugiada di pace è detta Colei che è Regina della pace. L’altra espressione, “lacrime come di un Battesimo”, ci fa pensare al lavacro della salvezza che è il sacramento del Battesimo e ci dice che le lacrime di Maria sono lacrime di salvezza per noi, sono lacrime che generano in noi una nuova vita, sono lacrime di grazia.

Un’altra Preghiera alla Madonna delle lacrime mette in luce la storia salvifica indicata da Maria. “Madonna delle lacrime, Tu sei quella metà di cielo che parla di salvezza” (p. 115). Inoltre nella nostra storia tormentata viene presentata un’apertura di grande speranza per il nostro futuro: gli occhi di Maria sono immersi nel pianto, sembrano due ferite doloranti, ma assumono il valore di due feritoie che segnano un’apertura verso la luce e la salvezza: “Le tue lacrime segnano una rottura, una feritoia, un’apertura nella storia del’umanità” (p. 115). Poiché Maria è la Madre di Cristo, che è venuto sulla terra per condurci al cielo, “in Maria cielo e terra si incontrano” (p. 115).

 

Mons. Giuseppe Greco

 


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Un libro di Don Raffaele davvero speciale. Ci fa amare la Vita, aspirare la nostra vita al cielo e un grande amore per la nostra Mamma Celeste che riempie i nostri cuori in modo arduo d’amore e piena fede. Da non escludere le meravigliose testimonianze di molte altre persone, testimonianze davvero care. L’ho letto è mi sono davvero innamorato del Libro…. Innamorato sempre più di Maria Mamma Nostra…. Innamorato del cielo.