La via Pulchritudinis. Come il Cristianesimo ha reso il mondo più bello


Di Omar Ebrahime

Con il diffondersi del relativismo contemporaneo, morale e culturale, e il progressivo affievolirsi della memoria storica dei nostri popoli occidentali, dati di fatto un tempo indiscussi diventano sempre più controversi. Il fatto che, ad esempio, il valore assoluto della bellezza sia stato considerato dalle nostre parti per secoli un canone oggettivo, riflesso e derivato, della lunga seminagione della civiltà cristiana non costituisce più un tratto condiviso del nostro vivere civile. La fede in quanto tale, come hanno denunciato anche gli ultimi Pontefici, è vista e considerata sempre più come un fatto personale, non pubblico, appartenente alla sfera privata dell’individuo e quindi con nessun tipo di legame con l’agire nella società, dalla politica all’economia. Per secoli, però, non è stato così e l’arte figurativa occidentale – quella stessa oggi tutelata unanimemente quale patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura – è stata anzitutto ed essenzialmente arte cristiana, ovvero ispirata e connotata religiosamente. Gli stessi Padri della Chiesa, a partire almeno da Sant’Agostino (354-430), hanno inteso fin dall’inizio la vita cristiana come una vita bella, alla ricerca della bellezza della vera fede (come emerge pure dalle sue celebri Confessioni, l’autobiografia personale scritta intorno al 400, all’indomani della sua conversione e oggi considerata tra i massimi capolavori di sempre della letteratura cristiana). Già lì si può osservare come Dio, per i cristiani non solo Creatore del mondo ma anche Suo Redentore sulla croce, fosse identificato con la somma bellezza: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato!” (Le confessioni, 10,27) secondo accenti dal vibrante tono lirico riecheggiati più tardi anche nei Sermones: “Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare, interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa. Interroga la bellezza del cielo, interroga l’ordine delle stelle, interroga il sole, che col suo splendore rischiara il giorno; interroga la luna, che col suo chiarore modera le tenebre della notte. Interroga le fiere che si muovono nell’acqua, che camminano sulla terra, che volano nell’aria: anime che si nascondono, corpi che si mostrano; visibile che si fa guidare, invisibile che guida. Interrogali! Tutti ti risponderanno: Guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa conoscere. Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la Bellezza Immutabile?” (Sermo CCXLI, 2). Su questi passi è tornato da ultimo, significativamente, anche Benedetto XVI, che alla bellezza come via privilegiata per l’accesso a Dio e la sua contemplazione ha dedicato diversi interventi nell’arco del suo pontificato.

E’ noto d’altronde che il Pontefice (amante dell’arte egli stesso, da appassionato di musica classica e fine pianista) fosse convinto da tempo che il crollo della fede in Occidente dipendesse in larga misura dal crollo della liturgia intesa come ars celebrandi, dalla fine cioè della convinzione – centrale per la vita del popolo cristiano – che durante la Messa sull’altare accade davvero qualcosa di straordinariamente soprannaturale e  non di umano: la riproposizione incruenta del sacrificio di Cristo sotto le specie del pane e del vino. Per questo nel corso dei secoli le Chiese sono state costruite nel modo certosino in cui sono state costruite, magnificenti, sontuose, al centro delle città, e la musica sacra e cultuale ha raggiunto vertici artistici semplicemente ineguagliati. Dagli architetti, agli scultori, ai pittori, ai compositori tutti erano persuasi di partecipare a un opus Dei, a un lavoro realizzato ad maiorem Dei Gloriam, a qualcosa offerto a e per Dio, fatto soltanto per Lui e che rimandasse esclusivamente alla sua gloria. Per inciso, questa convinzione non era caratteristica soltanto del Cristianesimo latino e occidentale ma anche della migliore tradizione slava come suggerisce la produzione artistica di un grande scrittore russo, Fëdor Dostoevskij (1821-1881). Le sue opere narrative sono infatti spesso dei veri e propri trattati di estetica aventi ad oggetto il senso e il fine ultimo del bello, considerato nei suoi differenti aspetti. Nel romanzo del 1869 L’idiota, ad esempio, il protagonista è un “uomo assolutamente buono”, non solo in senso morale ma anche in senso estetico: l’espressione utilizzata nell’originale russo dallo scrittore è infatti “prekrasnyi”, che indica precisamente lo splendore della bellezza. Tuttavia, in Dostoevskij questa bellezza non è di tipo astratto o intellettuale ma estremamente concreta ed è, in ultima analisi, Cristo stesso, in quanto rappresentante per eccellenza la pienezza della Rivelazione divina. Da qui la celebre frase, oggi continuamente citata a sproposito dai critici d’arte ma che in realtà si trova appunto per la prima volta nel romanzo, secondo cui “la bellezza salverà il mondo”. Non a caso é stato lo stesso Benedetto XVI a riprendere le riflessioni di Dostoevskij in un contesto particolarmente significativo, ovvero l’incontro con gli artisti (tenuto nella straordinaria cornice della Cappella Sistina, sullo sfondo del Giudizio Universale, in Vaticano), il 21 novembre 2009. In quell’occasione il Papa citò questo passo dello scrittore: “L’umanità può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui”. Così facendo, davanti a un pubblico qualificato, il Pontefice voleva richiamare gli artisti di oggi alle proprie responsabilità educative sottolineando altresì la valenza pedagogica che l’opera d’arte in quanto tale – qualsiasi opera d’arte – possiede.

D’altronde, non è affatto vero, come pure vuole una certa vulgata conformista dei giorni nostri che per arrivare al pubblico più ampio possibile di persone un’opera artistica debba necessariamente provocare o scioccare. Anzi, la stessa storia dell’arte sacra cristiana è sotto questo profilo feconda di insegnamenti: spesso è stata la Bibbia a fornire gli episodi e i luoghi più carichi di simboli e significati nell’immaginario collettivo occidentale. Molte delle nostre Chiese recano ad esempio sui loro ingressi una frase latina misteriosa, tanto poetica quanto apparentemente tenebrosa come “Terribilis est locus iste” (che si può tradurre non solo come “questo luogo è terribile” ma anche con “questo luogo incute rispetto”). La si trova sul frontone dell’abbazia di San Colombano a Bobbio (che per tutto il Medioevo fu uno dei centri monastici più importanti d’Europa) come su quello del santuario di San Michele Arcangelo a monte Sant’Angelo (che la tradizione vuole consacrato direttamente dall’Angelo): nonostante lo scrittore Dan Brown vi abbia a lungo fantasticato sù, in chiave esoterica, nei suoi romanzi, l’origine delle iscrizioni non è affatto tenebrosa o occulta: la citazione rimanda infatti a un passo della Genesi in cui Giacobbe ebbe in sogno la visione di una scala che saliva dalla Terra al Cielo, che è la dimora di Dio. Così, meditando l’episodio dell’inizio della storia della salvezza, la Cristianità, fin dai primi tempi ha riportato il passaggio all’ingresso dei suoi templi, che sono per l’appunto la casa di Dio e la via privilegiata per la vita di grazia che conduce al Cielo.

Analogamente, se la presenza delle creature angeliche ha costellato così tanto l’avventura antica e moderna della pittura europea entrando nella vita delle comunità civili come delle famiglie, il motivo va ricercato nelle tante raffigurazioni visibili che la Chiesa ha promosso delle creature angeliche fin dalla sua fondazione in virtù del loro ruolo principale nell’avvenimento cristiano (dall’Incarnazione – annunciata alla Vergine da un angelo – alla Risurrezione – annunciata alle pie donne da un altro angelo – ). Questo semplice fatto storicamente ha avuto conseguenze epocali per lo sviluppo dell’arte occidentale per come la conosciamo perché permise di superare la cosiddetta ‘crisi iconoclasta’ che nell’ottavo secolo investì l’Oriente cristiano, quando un gruppo di eretici, influenzati dal pensiero islamico, dichiararono guerra al culto delle immagini sacre, scambiandolo grossolanamente per idolatria. Nel successivo Concilio di Nicea (del 787), la Chiesa con Adriano I (700-795) ribadì invece la liceità tanto delle immagini quanto del loro culto salvando di fatto non solamente il passato ma soprattutto il futuro dell’arte occidentale. Come scrisse infatti Giovanni Paolo II nella sua Lettera agli artisti del 1999: “fu un avvenimento storico non solo per la fede, ma per la stessa cultura”. Facendo seguire poi alle parole i fatti sarà la stessa Catholica a promuovere anzitutto fra i suoi stessi religiosi lo studio e la diffusione dell’arte figurativa. La grandiosa produzione di Giovanni da Fiesole (1395-1455), il frate domenicano universalmente noto come Beato Angelico, pittore e mistico insieme, fu solo uno dei tanti frutti prodigiosi di questa battaglia di civiltà della Chiesa. Così, per interi secoli (anche molto dopo il millennio medievale) la Bibbia funse da vero e proprio codice artistico abbellendo gli angoli delle nostre strade, vie e piazze principali: non solo edifici di culto ma effigi, lapidi, icone, miniature e sculture si riversarono nei borghi di mezza Europa andando ben oltre gli inerpicati sentieri dei pellegrinaggi religiosi. Il risultato fu quella ricchissima, e ineguagliata, geografia culturale europea come la conosciamo oggi e che l’intero mondo ci invidia.

 

In Il Corriere del Sud n. 7

anno XXII/13, p. 3

 


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