Migranti, il passaggio logico che manca allo “ius culturae”


Di Mauro Rotellini

Il 25 settembre scorso si è svolto il convegno “La religione del migrante: una sfida per la Società e per la Chiesa”, alla vigilia della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che è stata celebrata il 27 settembre 2020.

Nel suo intervento di apertura del convegno, il Segretario generale della Conferenza Episcopale italiana (CEI) monsignor Stefano Russo ha posto la domanda: «cosa vediamo nelle persone migranti? Esse sono l’oggetto delle nostre ricerche, oppure il soggetto-attivo, partecipe, ascoltato, amato? Solo così potremo comprendere il profondo legame che unisce persone migranti e religione».

Una relazione, ha aggiunto il presule, «che interroga le società europee contemporanee» e che le pone di fronte ad «un duplice scenario sociale e religioso: quello, talvolta complesso, dei Paesi d’origine dei flussi migratori e quello, anch’esso delicato, dei Paesi di destinazione. Questi ultimi, in particolare, sono chiamati a confrontarsi con un profondo cambiamento nella composizione etnica, linguistica e religiosa della propria popolazione residente». Da questo punto di vista, ha continuato mons. Russo, permane la necessità di «cercare i fondamenti spirituali dell’Europa e di ogni Nazione, per trovare una piattaforma di incontro tra le varie tensioni e le varie correnti di pensiero, per evitare ulteriori tragedie».

Ancor più puntuale, ci sembra, sia stato l’intervento del card. Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, al Master di Diritto delle Migrazioni intitolato “Dialogo sui diritti umani. La protezione di migranti e rifugiati” organizzato dall’Università di Bergamo. Dopo aver posto la centralità del Mediterraneo come crocevia politico-culturale, il cardinale ha ricordato come uno dei punti di connessione e di unità delle diverse realtà ed esperienze dell’una e dell’altra sponda del Mare nostrum «è rappresentato dal cristianesimo, nelle sue molteplici espressioni. Il cristianesimo ha infatti un’origine e uno sviluppo intrinsecamente mediterraneo: la sua epifania si colloca proprio sulla sponda orientale di questo mare».

Di fronte alla realtà delle migrazioni, non è possibile sottovalutare la centralità di due elementi costituivi delle migrazioni, ha aggiunto il card. Bassetti: «la storicità del fenomeno migratorio e la centralità della persona umana». E da qui arriviamo alla domanda essenziale: come affrontare concretamente il fenomeno migratorio nel Mediterraneo? Risponde così il presidente della CEI: «Oggi siamo di fronte alla messa in discussione, probabilmente alla crisi, di due storici modelli di integrazione: quello nordamericano e quello europeo. Sia la tradizione del melting pot che quello del multiculturalismo mostrano la corda. Occorre pertanto favorire uno ius culturae che sappia includere fattivamente i nuovi cittadini mostrando la ricchezza e la storia della nostra tradizione superando la creazione di quegli esplosivi ghetti sociali che sono presenti nelle periferie delle nostre metropoli».

Eppure in entrambi i ragionamenti, ci sembra, che manchi un passaggio logico. Non stiamo parlando di sistemi economici o soluzioni sociali. Anzi il limite dell’approccio dello ius culturae risiede nel fatto che si ponga da un lato nella irriducibilità delle idee che si confrontano e dall’altra nell’ipotesi che le religioni non pretendano di tradursi nella realtà, modellandola e conformandola. A ben guardare, anzi, i medesimi concetti si possono applicare anche alla visione illuministica della società, a quella laico-aggressiva “à la Française”, che ha la stessa pretesa di costruire una società nuova.

A questo proposito suona perfetto un passaggio della recente enciclica “Fratelli tutti”, laddove Papa Francesco confuta nuovamente il relativismo e, con esso, implicitamente anche il multiculturalismo. Il Santo Padre ripropone infatti «la convinzione che è possibile giungere ad alcune verità fondamentali che devono e dovranno sempre essere sostenute. Accettare che ci sono alcuni valori permanenti, benché non sia sempre facile riconoscerli, conferisce solidità e stabilità a un’etica sociale. Anche quando li abbiamo riconosciuti e assunti grazie al dialogo e al consenso, vediamo che tali valori di base vanno al di là di ogni consenso, li riconosciamo come valori che trascendono i nostri contesti e mai negoziabili. Potrà crescere la nostra comprensione del loro significato e della loro importanza – e in questo senso il consenso è una realtà dinamica – ma in sé stessi sono apprezzati come stabili per il loro significato intrinseco» (n. 54).

Ecco questo consenso, noi, non lo vediamo. Meno che mai lo vediamo attualmente nella società occidentale, preda di idee nate specificatamente in contrasto col cristianesimo, con l’intento di corroderlo e, ancora oggi, così aggressive da rendere difficile qualsiasi mediazione.

Una mediazione sarebbe fatta inevitabilmente al ribasso, e nessuna delle parti ha autonomia nell’accettare di tagliare questa o quella parte della propria Fede. L’unica strada che vediamo – per quanto odiose possano essere le parole – sta nello “sviluppo separato”, nel confronto, nella collaborazione, ma nel rispetto delle rispettive Fedi. Uno sviluppo che non può che fondarsi sul concetto di reciprocità.


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