Joseph de Maistre: maestro della contro-rivoluzione


Di Guido Vignelli

Il romano Ponte Milvio è oggi noto per i lucchetti ivi apposti dalle coppie innamorate, finalmente rimossi dal Comune; è invece quasi dimenticato per la vittoria militare ivi ottenuta, il 28 ottobre 312, dall’imperatore Flavio Valerio Costantino (detto “il Grande”) sull’usurpatore Massenzio. Questa vittoria permise la promulgazione, avvenuta il 13 febbraio 313, del cosiddetto Editto di Milano, che sancì la definitiva legalizzazione del Cristianesimo nell’Impero Romano. Ricorre ormai il XVII centenario di questi due grandi fatti storici, che prepararono la nascita della Cristianità e segnarono il passaggio dall’età antica a quella impropriamente detta “medioevale”. Questo centenario ha finora avuto poche celebrazioni, come quelle tenutisi a Roma e a Milano. Tuttavia, lo scarso dibattito pubblico che hanno sollevato è stato caratterizzato da una strana novità: Costantino viene oggi riabilitato da alcuni fra quegli ambienti progressisti che prima l’avevano sempre condannato.

Beninteso, di una riabilitazione se ne sentiva proprio il bisogno. Infatti intellettuali, storici, teologi e perfino letterati – basti ricordare Dan Brown – hanno accusato Costantino di essere stato un falso cristiano e un vero tiranno e di aver creato la “Chiesa costantiniana”: ossia quella Chiesa che avrebbe abbandonato la via evangelica del servizio, dell’umiltà, e della povertà, per intraprendere la via imperiale del potere, del trionfalismo e della ricchezza. Invano gli studiosi seri hanno ribadito che Costantino prima si convertì sinceramente al Cristianesimo e poi liberò, favorì e difese la Chiesa cattolica: un merito, questo, che ci appare oggi più prezioso di ieri, dato che la libertà cristiana viene repressa in molte terre in cui prima esisteva, a volte fin dai tempi costantiniani.

Tuttavia, quegl’intellettuali progressisti, che oggi sono passati della condanna all’assoluzione di Costantino, lo fanno con motivazioni alquanto strane o paradossali. Secondo loro, Costantino avrebbe concepito il Cristo non tanto come Logos quanto come Nomos, per cui avrebbe professato non tanto una Verità rivelata da accettare come ortodossia, quanto una Norma rituale da rispettare come ortoprassi. A fondamento religioso del riunificato impero, egli avrebbe posto un generico culto del “Sommo Dio”, interpretabile in senso sia monoteistico che politeistico o panteistico e quindi accettabile sia da convinti cristiani che da scettici pagani (com’è recentemente accaduto col culto massonico del Grande Architetto dell’Universo). Pertanto, Costantino avrebbe secolarizzato l’autorità politica e postole premesse di una civiltà “ecumenica” e “pluralistica”, fondata su quella libertà di pensiero e di culto che favorirebbe la fratellanza e la pace universali. Di conseguenza, la riforma politica costantiniana si sarebbe limitata ad estendere a tutte le religioni quel generico diritto alla “libertà religiosa” già concessa a tutti, ma incoerentemente rifiutata ai cristiani.

Se la esaminiamo da vicino, ci rendiamo conto che questa rivalutazione progressista di Costantino va respinta come storicamente falsa, mossa solamente dalla pretesa di rendere il governo costantiniano accettabile alla relativistica mentalità moderna.

Com’è noto, quel “Sommo Dio”, che Costantino aveva adorato da ragazzo, gli si rivelò con il volto del Cristo apparendogli in sogno nell’accampamento di Saxa Rubra alla vigilia della decisiva battaglia del Ponte Milvio. Il Cristo gli promise vittoria e regno se si fosse posto sotto il segno della Croce, stabilendo una sorta di patto feudale tra Signore e vassallo. Da allora, Costantino credette in Lui come sola vera divinità, nel Cristianesimo come sola vera religione e in quella cattolica come sola vera Chiesa. Inoltre, egli si convinse di aver ricevuto dal Cristo la missione di salvare e riunificare l‘impero elevando quella cristiana al rango di unica fede legittima. Certo, l’Editto di Milano si limitò ad estendere al Cristianesimo una generica libertà religiosa. Ma questa liberalizzazione si basò su una motivazione non “laica” (la dignità della coscienza) bensì religiosa: il riconoscimento di un culto voluto da quel Dio che aveva reso vittoriosi gl’imperatori Licinio e Costantino. Inoltre, quello che per il pagano Licinio era il massimo da concedersi, per il già cristiano Costantino era invece il minimo ottenibile, in attesa di privilegiare la Chiesa cristiana non appena divenuto signore unico del riunito impero.

Difatti così fu. La politica costantiniana affidò alla Chiesa una funzione di guida spirituale del popolo e all’episcopato un ruolo direttivo nella vita dello Stato, in modo che il clero diventasse non oggetto ma soggetto della politica imperiale. Col tempo, Costantino favorì i cristiani nell’accesso agl’impieghi statali; riconobbe alla Chiesa la personalità giuridica con i relativi diritti, privilegi, immunità ed esenzioni; concesse ai vescovi poteri analoghi a quelli dei funzionari imperiali; fece applicare norme, decreti e sentenze ecclesiali usando la forza pubblica. Inoltre, alcuni princìpi cristiani vennero inseriti nella legislazione imperiale, come dimostrano le norme varate a tutela del matrimonio, delle vedove, degli orfani, dei poveri, dei carcerati e degli schiavi. Insomma, come ha riconosciuto Benedetto XVI, quella costantiniana fu «una riforma giuridica cristianamente ispirata»; a partire da essa, il diritto romano si cristianizzò gradualmente e gettò le basi dell’odierna civiltà giuridica.

Fu quindi anche grazie al favore imperiale che alla fine del secolo IV la minoranza cristiana, debole e calunniata ma convinta e compatta, s’impose sulla grande maggioranza pagana, potente e prestigiosa ma scettica e divisa. Se prima di Costantino il Cristianesimo era condannato ed emarginato come religione empia, esigente, esclusivista, nemica della pace e dello Stato, dopo di lui esso fu elogiato e favorito come fattore di pietas, certezza, sicurezza e pace. Se prima di lui la Chiesa era al massimo tollerata come una bizzarra setta difficile da sopprimere ma facile da emarginare, dopo di lui fu il paganesimo ad essere tollerato come un’atavica superstizione difficile da sopprimere ma che col tempo doveva essere emarginata.

Se Costantino ruppe il legame che quasi identificava il potere politico a quello religioso, lo fece non per secolarizzare l’autorità imperiale in prospettiva “laica”, né per risacralizzarla in prospettiva “ecumenica”, bensì per depaganizzarla allo scopo di porla al servizio di Cristo. Avendo appreso dalla Chiesa che la principale missione dei capi politici sta nel «porre il loro potere al servizio della sovrana maestà di Dio, per diffonderne il culto» (sant’Agostino, De Civitate Dei), Costantino era convinto che Dio lo avesse incaricato di preparare il terreno politico alla universale propagazione della Fede cristiana. Pertanto, egli «diffuse l’autorità della Fede cristiana dalla massima altezza sul mondo intero», come disse sant’Agostino, e favorì la Chiesa più di tutti i grandi missionari della storia, come disse mons. Frutaz. In tal modo, egli inaugurò quel ruolo religioso dell’autorità politica che poi verrà riconosciuto dalla Chiesa con la benedizione o consacrazione dei sovrani fedeli, favorendo così la nascita della Cristianità come famiglia delle nazioni cattoliche.

Tutto ciò dimostra che Costantino non fu promotore di una vaga fede “ecumenica” né di una generica libertà di culto, tutelate da una neutralità religiosa dello Stato che, in concreto, avrebbe favorito le dominanti superstizioni pagane e il crescente degrado gnostico-magico e quindi avrebbe ostacolato l’espansione cristiana. Al contrario, Costantino capì che la salvezza dell’impero non dipendeva dall’ambiguo culto di un “Sommo Dio” né da una relativistica libertà religiosa, bensì dalla pubblica professione della fede cristiana cattolica. La svolta costantiniana del IV secolo dimostrò che la civiltà romana era capace di una conversione e di un riscatto tale, da porre le premesse della futura Cristianità “medioevale”. È questa svolta che oggi dobbiamo celebrare nel suo XVII centenario, chiedendo a Dio di far sorgere presto un nuovo Costantino che liberi la Chiesa dalle attuali persecuzioni, un nuovo Teodosio che rifondi la Cristianità, un nuovo Giustiniano che ne ponga le basi giuridiche e un nuovo Carlo Magno che la estenda al mondo intero.

Un pensiero di de Maistre sulla Chiesa cattolica

A cura di Omar Ebrahime

In considerazione del fatto che la nostra rubrica è un omaggio all’Autore delle “Serate di san Pietroburgo”, riportiamo un passaggio significativo dell’altra sua opera fondamentale, pubblicata originariamente nel 1821, Du Pape.

«Oh santa Chiesa di Roma! Finché avrò lingua me ne varrò per celebrarti. Ti saluto, madre immortale del sapere e della santità. Salve magna parens! […]. Saranno ben presto i tuoi Pontefici universalmente proclamati agenti supremi dell’incivilimento, creatori delle monarchie e della unità europea, conservatori delle scienze e delle arti, fondatori, proteggitori della civile libertà, distruggitori della schiavitù, nemici del dispotismo, sostegni instancabili della sovranità, benefattori del genere umano. Se talvolta hanno essi dato prova di esser uomini: si quid illis humanitas acciderit, ciò non fu che per brevi momenti: un vascello che solca le onde lascia minimi vestigii del suo tragitto, e nessun trono del mondo arrecò giammai più gran saggezza, più sapere e più virtù. In mezzo a tutti i rovesci immaginabili, Dio ha costantemente vigilato sopra di te, o Città Eterna! Tutto ciò che poteva annientarti si è riunito a tuoi danni, e tu stai – e come fosti già il centro dell’errore, tu sei da diciotto secoli in poi il centro della verità»

(Joseph de Maistre, Del Papa, prima tr. it. di Girolamo Papotti imolese, con note di mons. Giovanni Marchetti, presso Giuseppe Benacci, Imola, II, pp. 228-229).

 

In Il Corriere del Sud n. 5

anno XXII/13, p. 3 

 


Subscribe
Notificami
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments