Costo standard di sostenibilità per alunno necessario per garantire il vero diritto all’istruzione

Di Suor Anna Monia Alfieri

Da quando nel 2008 ho scritto, a sei mani con Miranda Moltedo e Maria Chiara Parola, il libro “La Buona scuola per tutti, statale e paritaria” (Ed. Laterza), ho cercato in tutti i modi di convincere a lavorare per la libertà scolastica partendo anzitutto dall’obiettività dei numeri.

Mi è stato subito chiaro infatti che i favorevoli al pluralismo educativo erano divisi in due schieramenti: da una parte chi sosteneva il diritto della scuola paritaria ad esistere in sé, e quindi anche a ricevere i contributi e, dall’altra, chi rivendicava il diritto alla libertà di scelta educativa dei genitori da esercitare senza pagare due volte, con le tasse allo Stato (per un servizio non goduto) e la retta alla scuola (per il servizio scelto). A mio avviso si trattava (e si tratta) di una contrapposizione sterile, che ha consumato ore di convegni, pubblicazioni, iniziative pubbliche e, intanto, veniva legittimata l’inerzia politica e alimentata la discriminazione.

Il tutto si risolveva in una serie di slogan tipo: “la scuola statale è quella pubblica, gratuita, aperta a tutti” e “la scuola paritaria è quella privata, confessionale, dei ricchi per i ricchi”. Oppure: “se vuoi la scuola confessionale, te la paghi”, “la scuola statale soffre perché la scuola paritaria ruba tanti fondi pubblici” e così via sproloquiando. Ma ho sempre ritenuto necessario che anche la scuola paritaria la finisse con lo stile della rivendicazione e della lamentela per cominciare a raccontare la verità in termini di costi, di ragioni per le quali risulta accessibile solo a pochi poveri e disabili. Non vanno nascoste le fatiche delle famiglie per pagare le rette delle scuole paritarie, di tanti istituti a reggere i costi di gestione e dei docenti a sostenere la discriminazione dello stipendio inferiore rispetto ai colleghi della scuola statale, pur a parità di titoli. Quindi se il diritto di apprendere dello studente e il diritto alla libertà di scelta educativa della famiglia vanno garantiti, questi implicano la necessaria presenza di un pluralismo educativo.

Da quel 2008 si va avanti con determinazione, la posta in gioco è alta: il diritto da garantire è quello all’istruzione degli studenti, il diritto/dovere dei genitori ad esercitare la propria responsabilità educativa e il diritto d’insegnamento dei docenti senza alcuna discriminazione economica.

Permettetemi quindi di fare ora un ragionamento più stringente: se il diritto di apprendere dello studente deve essere garantito, senza alcuna discriminazione economica, e quello del pluralismo educativo è funzionale, allora occorre rivedere le linee di finanziamento del sistema scuola nel suo complesso. Può un allievo della scuola statale costare 8.500 euro in tasse dei cittadini e non godere di un servizio adeguato? Manca la carta igienica, le attrezzature, le risme di carta: ma le devono davvero portare le famiglie o i docenti? Perché?

Nel secondo libro che ho scritto nel 2015 con Marco Grumo e Maria Chiara Parola, “Il diritto di apprendere”, ci siamo chiesti: quanto costa un allievo? Siamo arrivati assieme al concetto di “costo standard” di sostenibilità per allievo.  Abbiamo quindi spostato l’attenzione dal diritto alla soluzione per garantire il diritto: il costo standard di sostenibilità, declinabile in convenzioni, detrazioni, buono scuola, voucher, etc. Nel prossimo articolo cercherò di spiegare come questo concetto-chiave, se introdotto nel sistema scolastico pubblico, potrebbe porre le reali fondamenta per riconoscere la titolarità, in ambito educativo e formativo, della persona e della famiglia. 

 

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