L’artigianato artistico religioso: una barriera contro la “civiltà fredda” e la colonizzazione culturale


Di Giuseppe Brienza

Un’azienda da oltre 4mila dipendenti è sparita nel nulla in questi ultimi drammatici mesi caratterizzati da una discutibile gestione anti-Covid e da chiusure che, di fatto, hanno favorito le multinazionali e l’e-commerce. I dati sul depauperamento di esercizi, professioni, arti e botteghe storiche emergono dall’ultimo Rapporto di Infocamere, su dati Inps, aggiornati al 30 giugno 2020. Con la chiusura di molte botteghe storiche, soprattutto, stiamo perdendo un grande bagaglio culturale ed economico che, da secoli, caratterizza il nostro tessuto sociale.

«Sono le piccole botteghe, frutto di decenni di tradizione– ha commentato a tal proposito il presidente di Ascom Confcommercio Genova, Paolo Odone – che una volta chiuse non potranno certo rinascere. E se sono in crisi devono essere sostenute perché poi recuperare le conoscenze, il know how, diventa praticamente impossibile».

La chiusura dei “negozi di comunità” e botteghe, infatti, non rappresenta solo un danno rilevante per l’economia dei territori, ma anche un problema culturale e, diremmo, persino sociale, perché i negozi sono spesso una barriera contro il degrado e la desertificazione urbana, punti di aggregazione in particolare per le fasce più deboli.

Nell’ambito della tradizione e della ricca (un tempo) filiera di arti, produzioni e negozi parliamo oggi dell’importanza dell’artigianato artistico religioso, quale risorsa non solo culturale ma anche economica fondamentale, costituita da un tessuto produttivo diffuso di microimprese, di laboratori, di piccole aziende, fortemente radicati sul territorio, che stiamo rischiando di affossare e non vedere più. Ne parliamo con Francesco Paganini, che insegna tecniche orafe alla Scuola di Arte Sacra (Sacred Art School) di Firenze.

Anzitutto puoi dirci in cosa consiste esattamente l’artigianato artistico religioso?

Nell’ampio bacino dell’artigianato artistico, quello religioso rappresenta una porzione consistente: ad esso si dedicano quelle aziende, normalmente specializzate, che producono arredi e opere d’arte destinati agli edifici di culto, oltre all’oggettistica che possiamo definire “devozionale”.

Perché secondo te l’artigianato sacro andrebbe salvaguardato e potrebbe costituire anche un fondamentale elemento di coesione sociale?

L’artigianato sacro – come d’altronde qualunque altro tipo di attività manifatturiera – va salvaguardato perché viene incontro a bisogni reali, e non solo perché fa parte della nostra tradizione e ci caratterizza. Guardando la Chiesa dei nostri Paesi occidentali, si può avere l’impressione di una realtà in declino, e l’artigianato ad essa legato destinato ad estinguersi con essa, ma ciò non è assolutamente vero, e le esigenze della spiritualità, come dimostra anche il successo odierno del gioiello a tema religioso, sono più che mai attuali. Riguardo alla coesione sociale direi di più: l’artigianato è un’espressione fondamentale della nostra “forma mentis”, e non può essere sostituito da altre tipologie di attività produttive. Dove il tessuto artigianale può venir meno si forma il vuoto, anche perché, in moltissimi casi, le realtà industriali sono state prima artigianali. Gli artisti per molto tempo non erano distinti dagli artigiani, si potrebbe dire che ogni artista deve anche essere un artigiano e che ogni artigiano tende ad essere un artista.

Ci sono esempi interessanti di artigianato religioso che si è confrontato con l’utilizzo di linguaggi artistici contemporanei?

Converrebbe togliersi l’idea, oramai arcaica e superata, che vede l’artigiano solamente come un abile esecutore tecnico di cose ideate o già realizzate da altri. Oggi molti artigiani hanno alle spalle percorsi formativi culturali e artistici di tutto rispetto, e l’artigianato artistico in particolare è espressione di una manualità colta che affonda le sue radici in millenni di storia. Nella nostra scuola di Firenze, accanto ad una rigorosa preparazione tecnica, forniamo lezioni di teologia e di storia dell’arte, includendo anche l’arte sacra contemporanea. La formazione culturale e la capacità manuale devono andare insieme. Gli artigiani tendenzialmente non hanno paura di affrontare il linguaggio artistico contemporaneo, anche perché la sperimentazione e la creatività hanno sempre fatto parte del loro modo di lavorare.

Prima della crisi Covid si diceva che l’artigianato artistico religioso costituiva in Italia una “nicchia” che, addirittura dal Rinascimento ad oggi, ha offerto ottime opportunità di lavoro. Ma è proprio vero e, a tuo parere, sarà possibile che ritorni ad essere così?

Offro un dato che può dare un’idea della consistenza di un settore molto più vivace di quanto si creda e al quale il termine “nicchia” forse sta un po’ stretto: solo in Italia si svolgono due fiere a cadenza biennale dedicate al sacro, e nel mondo ve ne sono diverse altre di notevole calibro, in Polonia, negli Stati Uniti, in Brasile. Parlando del settore dell’arredo sacro in metallo, che è quello di cui mi occupo, è vero che forse non occuperà migliaia di addetti, ma annovera comunque diverse aziende fiorenti e di lunga tradizione. Bisogna poi considerare le esportazioni e i mercati esteri, che assorbono molta della nostra produzione. Personalmente posso dire di avere già il lavoro pianificato per buona parte del prossimo anno, non ho un minuto libero….Un giovane artigiano ben formato tecnicamente e culturalmente ha davanti a sé buone opportunità di lavoro. Oggi un cesellatore, un tornitore in lastra, un incisore o uno smaltatore si possono quasi considerare pezzi unici e valgono oro sul mercato del lavoro.

Una delle caratteristiche che mi hanno sempre affascinato della Scuola di Arte Sacra nella quale anche tu operi, è che l’insegnamento, l’artigianato e il lavoro artistico, come ogni altra professione onorevole del resto, non solo sono viste come attività “profane” o tecnicamente qualificate, ma realtà da vivificare ed esercitare con rettitudine e spirito di sacrificio. Insomma, una via per santificarsi con l’amore per il prossimo che si traduce nel lavoro ben fatto. Cosa puoi dirci a tal proposito?

Per quello che mi riguarda devo agli insegnamenti di san Josemaría Escrivá il concetto di santificazione del lavoro e delle realtà della vita ordinaria. Per il lavoro che faccio, mi considero fortunato da questo punto di vista: il realizzare calici o tabernacoli sicuramente mi mette già sulla strada giusta, mi facilita, anche se un lavoro per essere santificato basta che sia onesto e fatto per amore di Dio e del prossimo.

Il metodo dell’insegnamento “a bottega”, come nel medioevo e nel Rinascimento, conserva ancora tutta la sua potenzialità?

Direi proprio di sì. Io ho insegnato per molti anni tecniche orafe in una scuola professionale di Roma a ragazzi adolescenti, ma questo modello è d’impronta troppo “scolastica”. Esiste l’apprendistato che, per quanto ne so, non è però molto praticato, anche per tutta la burocrazia che vi è dietro. Ciò che facciamo alla Scuola di Arte Sacra mi sembra invece un buon compromesso: impostazione scolastica globale, ma docenza qualificata che lavora su commissioni a scuola con relativo coinvolgimento di allievi ed ex allievi. Forse è uno stile che non ricalca appieno la bottega del Verrocchio [Andrea di Michele di Francesco di Cione, detto Il Verrocchio, è stato un importante scultore, pittore e orafo toscano (1435-1488)], ma mi sembra che comunque funzioni perché coinvolge molto nelle dinamiche lavorative.

 


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