Giorgia Meloni: “al totem del socialismo reale non si sostituisca il ‘legalismo dell’Ue'”


Di Angelica La Rosa

Il presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha scritto a Il Foglio e ha risposto ad un editoriale di Ezio Mauro pubblicato da Repubblica in merito alla disputa in UE tra chi vorrebbe legare il Recovery plan a una non meglio precisata formula di rispetto dello “Stato di diritto” e Nazioni, come Polonia e Ungheria, che non accettano questa clausola.

Nella sua missiva a Il Foglio la presidente di FdI si è lamentata con il direttore del quotidiano, il progressista Claudio Cerasa scrivendo: “spiace che il Foglio concorra alla vulgata secondo cui Orbán porrebbe sotto ricatto l’intera Ue, quando la pandemia esige unità di intenti e immediata disponibilità di risorse; e con lui chi ne condivide le posizioni, quindi non soltanto Polonia e Slovenia, ma pure quei gruppi politici, fra cui quello che ho l’onore di rappresentare: abituata a vedere Fratelli d’Italia marchiato di antieuropeismo, è però la prima volta che sono accusata di essere anti italiana”.

“Lasciando le etichette, andiamo alla sostanza”, ha scritto risentita la Meloni. “Secondo il Foglio, l’opposizione al pacchetto di bilancio Ue fondata sul rifiuto delle condizionalità relative allo stato di diritto è in realtà opposizione a ‘un meccanismo a garanzia dei princìpi e degli interessi dei cittadini europei’ […] e in particolare opposizione all’indipendenza della magistratura e al contrasto degli abusi di potere e delle violazioni di legge. Riprendiamo i trattati e vedremo che non è così. L’iniziativa di veto di Ungheria e Polonia è una reazione a un accordo, che si vorrebbe imporre, in virtù del quale: a) per il Consiglio europeo bilancio e risorse devono essere concordate all’unanimità, mentre sullo stato di diritto è sufficiente la maggioranza dei due terzi, b) i criteri dello stato di diritto vengono legati alle decisioni sul bilancio. Questo vuol dire rifiutare passi in avanti comuni sullo stato di diritto? Significa intanto non confondere piani con dinamiche e regole differenti. Secondo il trattato di Amsterdam del 1997, e le modifiche a esso apportate da Lisbona nel 2007, l’ipotetica violazione da parte di uno stato Ue dei valori dello stato di diritto prevede un complesso sistema di accertamento, che si articola in una fase preventiva, che può essere attivata da un terzo degli stati membri o dalla Commissione (come è nel caso della Polonia) o dal Parlamento europeo (come nel caso dell’Ungheria)”.

Giorgia Meloni ha spiegato che a seguito dell’iniziativa, ai sensi dell’art. 7, paragrafo 1 TUE, che avvia la procedura e che prende le forme di una proposta motivata di decisione del Consiglio, “quest’ultimo può accogliere la proposta, dopo aver ascoltato lo stato membro e dopo avergli rivolto, eventualmente, delle raccomandazioni. E qualora tale stato non modifichi la legislazione nazionale, che può avere – come è in questa vicenda – pure rango costituzionale, il “rischio” si trasforma in una violazione ‘grave e persistente’. Tutto ciò oggi viene saltato a piè pari: si punta all’accettazione delle condizionalità poste, pena il blocco del bilancio, e soprattutto degli aiuti anti Covid”.

La Meloni ha anche spiegato che sotto la voce ‘Indipendenza della magistratura’ e altre voci collegate, “si vorrebbe imporre nei fatti ai paesi riottosi quello straripamento della giurisdizione rispetto a governo e Parlamento che la Polonia sta cercando di evitare, con soluzioni che meritano discussione ma non demonizzazione: non credo di essere anti italiana nel sostenere che proprio l’Italia ha poco da insegnare sul punto, visto che troppo spesso al suo interno risorse europee destinate a grandi opere sono andate perdute grazie a iniziative giudiziarie poi risolte nel nulla, che – per fare un esempio fra i tanti – il piano di contrasto alla diffusione della Xylella, elaborato dall’Ue insieme col governo italiano nel 2013 è stato bloccato da una indagine finita con l’archiviazione, con un miliardo di euro di danni stimati grazie al mix batterio-pm, e che più di recente mentre propri ministri provavano a frenare la migrazione irregolare propri magistrati si accordavano sul sabotaggio di quest’azione di governo”.

Concludendo la sua missiva a Il Foglio la Meloni ha rilevato che fra gli interessi dei cittadini europei “c’è quello che le decisioni sul loro presente e sul loro futuro siano assunte dalle istituzioni democratiche che hanno votato, non da magistrati che teorizzano e praticano la supplenza, che inventano e non applicano la norma per il caso concreto: indipendenza per la magistratura non vuol dire prevaricazione sulle altre istituzioni, bensì non avere condizionamenti. La partita, soprattutto in Polonia ma pure in Ungheria, si gioca su questo, e non può essere sospesa da un fischio proveniente da Bruxelles. Non si è riflettuto a sufficienza sul fatto che, avendo i nostri amici di Budapest, di Varsavia e di Lubiana assaporato qualche decennio di delizie di stato totalitario, ogni qual volta vedono all’orizzonte qualcosa che limiti la democrazia desiderano che al totem del socialismo reale non si sostituisca quello di una non meglio definita ‘legalità’, tanto più se oggi la si intende imporre con la minaccia di non aprire la borsa. Nella mia simpatia per questa resistenza, in virtù di una storia politica che criticava il comunismo quando troppi lo osannavano, vi è pure questa comune sensibilità. Che è profondamente europea, e quindi italiana”.

Nella sua lettera a La Repubblica e al suo direttore Maurizio Molinari che, dopo il passaggio da La Stampa al quotidiano fondato da Eugenio Scalfari il 14 gennaio 1976, si è radicalizzato (a sinistra) sempre più, la Meloni ha scritto, commentando un editoriale dell’ex direttore Ezio Mauro che parla del ‘veto alla democrazia’ che Ungheria e Polonia avrebbero posto in Europa sul Recovery Fund, spiegando di ritenere giusto “quanto previsto dall’art. 7 del Trattato sull’Unione Europea” e cioè che gli Stati autoritari e totalitari non possano far parte dell’Unione Europea, aggiungendo che non ne risultano tra gli Stati membri della UE.

“Mi permetto però di rivolgere io una domanda a Ezio Mauro”, ha scritto la Meloni. “Cosa vuol dire, esattamente e con certezza, la definizione di ‘Stato di diritto’ come la interpreta lui? Lo chiedo perché su questioni così importanti dovrebbero esserci delle definizioni giuridiche certe e puntuali e un organo giudicante terzo e imparziale. Usare i termini ‘Stato di diritto’ senza definirne i contorni, dando per scontato che a giudicare l’eventuale violazione saranno i soliti noti del mainstream, è un’operazione che conosciamo bene e che abbiamo già visto più volte con la strumentalizzazione ideologica dei termini ‘hate speech’ e ‘fake news'”.

“Trovo indegno della civiltà europea la minaccia messa in atto di negare le risorse necessarie a contrastare una pandemia in corso a quei governi che non accettano una generica clausola di asservimento all’eurosistema. Non sfugge ad alcuno che la conseguenza di tutto questo sia la possibilità di utilizzare un domani la clava dello ‘Stato di diritto’ anche nei confronti dell’Italia, ovviamente quando al governo non ci sarà più la sinistra ma un Esecutivo di centrodestra eletto dal popolo, e che avrà tra le sue priorità la difesa delle radici classiche e cristiane dell’Europa, la tutela della famiglia naturale, la lotta all’immigrazione illegale di massa e un riequilibrio dei poteri dello Stato che rimetta al centro della dinamica democratica la volontà popolare. Sono questi i termini reali della questione e sono certa che lo sappia benissimo anche chi, in modo pretestuoso, racconta una storia diversa”, ha concluso Giorgia Meloni.

 


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