Il coronavirus e… il simbolismo cristiano della corona


Di Alessandro Puma*

Tutto questo gran parlare di Coronavirus — di una pandemia, cioè, studiata a tavolino per cercare di ridurre il numero della popolazione terrestre e imporre una brusca sterzata tecnologica per farci credere che la comunicazione virtuale sia indispensabile mentre non lo è affatto —, mi ha suscitato una serie di collegamenti mentali tra la forma della corona, che appare sulla superficie di questa ampia famiglia di virus respiratori, e il significato simbolico della corona nelle società tradizionali.

Lungi dall’essere solo un segno d’elezione, infatti, la corona, come tutto ciò che è sacro e quindi separato (sacer) dalla realtà profana, è anche simbolo di morte.

Come la collana, la ghirlanda, il cinto e l’elmo con le corna (in latino cornu e corona sono termini assai vicini) ciò che delimita e racchiude uno spazio, partecipa di un regime non umano.

Come per la pentola di bronzo, in cui sobbollono gli arti recisi di Dioniso, che era strumento divino prima di essere declassato a utensile di cucina, la manifattura delle corone, nei negozi dell’antica Roma (il cosiddetto coronarius), era un mercato fiorente per il popolo che le utilizzava in qualsivoglia competizione e gara di atletica, di canto, di poesia e naturalmente nei matrimoni.

Corone intrecciate, d’olivo, di mirto, d’alloro, di legno e d’oro davano la sensazione a chi li portava di essere insigniti di un dono disceso dal cielo, anzi direttamente dal sole, considerata la credenza che l’oro veniva generato sulla terra grazie all’azione solare e che in origine la corona nasce come stilizzazione dei raggi solari con le punte verso l’alto esattamente come le aureole degli dei e degli eroi (e di alcune popolazioni tribali i cui sciamani avevano il potere di dar fuoco alla testa per ribadire le loro facoltà).

A Olimpia i vincitori delle singole competizioni, oltre ad essere incoronati, potevano fra l’altro chiedere ed ottenere che fosse eretta una statua con le loro sembianze e il loro nome, non per celebrare se stessi, ma per eternarsi come dedicazione al dio che li aveva fatti vincere; una statua anche imponente, che è l’opposto della ridicola statuetta brandita dai cosiddetti divi del cinema nei casi di una vittoria assolutamente “commerciale” dei film in cui recitano (fra l’altro ci sarebbe molto da dire, ma rischierei di esulare dal presente tema, sul fatto che anche il cinema, che nasce in qualche modo come rituale religioso moderno, è stato declassato ad attività meramente economica).

L’incoronazione degli sposi prelude alla morte e al sacrificio violento, perché non si spiegherebbe altrimenti, in Iphigenia in Aulis, il brusco passaggio del coro di Euripide dalle nozze di Peleo alla “giovenca pezzata dalla cui gola mortale si dovrà far sgorgare il sangue” (Ifigenia appunto).

Come afferma Calasso: “Si viene incoronati ugualmente per andare al sacrificio e alle nozze. E l’ambiguità di quella corona è il riferimento costante e taciuto della scena tragica: gli episodi di malinteso, agnizione, doppio senso, che tendono il nervo tragico, derivano da quel primordiale doppio senso che è racchiuso nella corona” (Le nozze di Cadmo e armonia, pag. 128).

“Il sacro trapassa nella pienezza, e la pienezza nella perfezione, […] Corona è il bordo della coppa, il punto dove la pienezza diventa sovrabbondanza. La corona è un mobile templum, concentra l’elezione e il pericolo. Il perfetto attira su di sé la morte, perché non c’è pienezza senza sovrabbondanza, e ciò che sovrabbonda è l’eccedenza che il sacrificio rivendica a sé”. “Ciò che è colmo è perfetto e l’incoronare significa una qualche perfezione” leggiamo in Ateneo. Gli animali da sacrificare venivano incoronati quando si era sicuri che fossero perfetti, “per non uccidere qualcosa di non utile”. (Ibidem, pagg. 132/133.).

René Guénon fa osservare che il simbolismo delle corna è molto vicino a quello della corona; aldilà della comune radice linguistica KRN, derivante da Kronos, la potenza delle corna si esplica in Alessandro Magno, dalle corna d’ariete, così come in Mosé, come segno d’elezione, “perché si sa che le parvenze di corna ch’egli porta sulla fronte altro non sono che raggi luminosi. Taluni […] hanno voluto identificare Mosé con Dioniso, che è ugualmente raffigurato con le corna”, anche se c’è da osservare che “le corna, nel loro uso simbolico, assumono due forme principali: quella delle corna di ariete, che è propriamente ‘solare’, e quella delle corna di toro (cioè di Dioniso), che è al contrario ‘lunare’, richiamando d’altronde la forma stessa della mezzaluna” (Simboli della scienza sacra, pag. 171).

Il riferimento alle corna non è peregrino perché esse, come la corona, sono similmente considerate raffigurazione dei raggi luminosi e “molte tra le piante che svolgono un importante ruolo simbolico sono spinose” in quanto “le spine, come le altre punte, evocano l’idea di un vertice o di un’elevazione, e possono anche, perlomeno in certi casi, esser presi per raffigurare i raggi luminosi” (Ibidem, pag. 172).

In questo caso “Il simbolismo cristiano della corona di spine (che si dice siano spine di acacia) si ricollega così, in un modo che taluni troveranno forse inatteso, ma non per questo meno reale ed esatto, alla corona di raggi di cui abbiamo parlato sopra” (Ivi, pag. 173, nota a margine).

Il Coronavirus, per noi, è un po’ come la corona di spine portata dal nostro Signore Gesù Cristo.

 

* Filosofo


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Molto interessante!!! La corona di spine simbolo per noi di morte e rinascita…che arrivi presto questo tanto atteso Rinascimento.