Cento anni son passati… e il Comunismo italiano continua a far male!


IL 21 GENNAIO DEL 1921, ESATTAMENTE CENTO ANNI FA, A LIVORNO, PRESSO L’ALLORA TEATRO SAN MARCO (OGGI C’È UN ASILO) VENNE FONDATO IL PARTITO COMUNISTA ITALIANO…

Di Andrea Rossi

Cento anni sono passati dalla nascita del Partito comunista italiano, anche se il marxismo rivoluzionario era già parte consistente del socialismo italiano almeno dall’inizio del XX secolo.

Lo strappo fu formalizzato a Livorno, il 21 gennaio del 1921, nel corso del XVII congresso del Partito socialista, quando alcuni delegati, capitanati da Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga, Palmiro Togliatti e Nicola Bombacci, rifiutarono le tesi conclusive, improntate a un prudente attendismo, dovuto anche allo scatenarsi della violenza fascista in tutta Italia, proponendo e sostenendo una azione rivoluzionaria da scatenare nelle città come nelle campagne, con lo stesso canovaccio dell’esperienza russa del 1917 o quella ungherese del 1919.

Ora, al di là dell’utopica possibilità di poter sovvertire i poteri dello stato nell’Italia del 1920 quando il socialismo era ormai in balìa delle spedizioni di Italo Balbo, i popolari di Luigi Sturzo si affacciavano prepotentemente sulla ribalta politica e la borghesia assieme all’esercito erano saldamente di orientamento conservatore, resta da chiedersi che programmi avessero i giovani fondatori del Partito comunista d’Italia nei confronti della Chiesa e della sue istituzioni.

Come intuibile, di certo non di una pacifica convivenza: Antonio Gramsci, probabilmente il leader più dotato del movimento, giudicava il Vaticano “un nemico internazionale del proletariato rivoluzionario” e la religione “un puro narcotico per le masse proletarie”.

Non diversi i pensieri degli altri; Bordiga sosteneva: “Noi crediamo alla rivoluzione, non come il cattolico crede in Cristo, ma come il matematico crede ai risultati delle sue ricerche”, mentre Bombacci, fiammeggiante tribuno romagnolo ma teorico di scarso valore, si limitava a incoraggiare l’azione anticlericale dei comunisti (battaglia che conduceva coerentemente fin dalla gioventù).

In realtà le maggiori delusioni per tutti questi uomini politici arrivarono negli anni successivi non dalla Chiesa ma dall’Unione sovietica. Gramsci fu abbandonato al suo destino di perseguitato politico dai vertici moscoviti del partito comunista che ospitavano Palmiro Togliatti fin da metà degli anni ‘20.

Bordiga fu ben presto “scomunicato” per il suo settarismo mentre Bombacci finì per chiedere aiuto ad un suo amico di vecchia data, anch’egli ex socialista e romagnolo: Benito Mussolini.

Emarginati dal proprio mondo, Bordiga e Bombacci furono colti da un delirio distruttivo prima e durante la seconda guerra mondiale, quando entrambi si augurarono la vittoria del nazifascismo contro le “plutocrazie occidentali”, lo stalinismo, la chiesa e gli ebrei, a dimostrazione di come nel DNA dei primi leader del comunismo in Italia ci fosse soprattutto un “cupio dissolvi” nei confronti di tutto ciò che potesse rappresentare tradizione, religione e rispetto per il prossimo.

In generale il gruppo dirigente del 1921 non fece una buona fine: Gramsci, come noto, morì in semilibertà in una clinica romana (grazie anche ai buoni uffici del fratello Mario, già segretario fascista di Varese e militare di carriera), Bordiga fu perseguitato dal Partito comunista ufficiale e dalla polizia fascista, morendo in solitudine a Napoli nel 1970; Bombacci restò fedele a Mussolini e finì fucilato dai partigiani comunisti assieme ai ministri del governo della RSI sul lungolago di Dongo, il 28 aprile 1945. Quando tornò in Italia da Mosca, nel 1944, al vertice del PCI restava così solo Togliatti, non meno anticristiano dei suoi ex compagni, ma senz’altro più scaltro nel maneggiare la politica e i rapporti con il clero. Almeno fino alle elezioni politiche del 1948.

Palmiro Togliatti era tutto fuorchè uno sprovveduto e al suo ritorno in Italia, nel 1944, propose come strategia ufficiale del PCI quella dell’unità nazionale, assieme alle altre forze politiche che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, si erano riunite a Brindisi e successivamente a Napoli attorno al re Vittorio Emanuele e al suo primo ministro, Pietro Badoglio.

Tale decisione, avvenuta quando la liberazione del paese da parte degli Alleati era lontana ancora un anno, fu probabilmente il primo esempio di quella “doppiezza” che caratterizzò il comunismo italiano per decenni: pubblicamente il partito era per la democrazia, la libertà e il rispetto delle tradizioni, specie quelle religiose. Nei fatti questa immagine rassicurante era concordata fino all’ultima virgola con il partito comunista sovietico e il gruppo dirigente staliniano, a Mosca.

Il fine era quello di allargare il consenso nelle masse senza suscitare sospetti negli angloamericani, i quali a loro volta non potevano fare a meno delle formazioni comuniste che combattevano la guerriglia contro fascisti e tedeschi nel nord Italia.

Ai combattenti delle formazioni partigiane “garibaldine”, di ispirazione marxista, veniva comunicato l’esatto opposto tramite Luigi Longo e i suoi collaboratori ai vertici del Comitato di liberazione nazionale (CLN).

Longo, comunista ferree convinzioni staliniste, aveva combattuto nella guerra civile spagnola e successivamente contro i tedeschi nella resistenza francese, e aveva perfettamente compreso come l’elemento propulsivo per i partigiani comunisti non poteva che essere una insurrezione a sfondo rivoluzionario; ed effettivamente niente meno che la sospirata “rivoluzione bolscevica” poteva compensare i sacrifici sostenuti dalla rete clandestina del PCI durante diciotto mesi di guerra civile.

Il 25 aprile 1945 le differenze fra l’atteggiamento dei comunisti e quello delle componenti cattoliche e liberali del CLN apparvero evidenti: ovunque nel nord, l’insurrezione fu accompagnata da una epurazione spietata condotta dalle formazione di ispirazione marxista, che finì per colpire prima i fascisti (non meno di diecimila passati per le armi a guerra finita, secondo i dati più attendibili) e subito dopo contro gli esponenti della democrazia cristiana e del clero: dal maggio 1945 al maggio del 1946 furono infatti uccisi quindici sacerdoti e non meno di una decina di dirigenti locali della DC o sindacalisti di ispirazione cristiana, senza contare i feriti o gli scomparsi, di cui più nulla si seppe.

Fallita l’ipotesi rivoluzionaria predicata da Longo per la presenza massiccia degli eserciti alleati nel paese, Palmiro Togliatti sconfessò la linea di Longo in un discorso tenuto a Reggio Emilia nel settembre 1946 che aveva il fine di rassicurare i “ceti medi” emiliani e romagnoli.

Le violenze progressivamente cessarono, ma le forze dell’ordine continuarono, specie nelle regioni del nord Italia, a scoprire depositi di armi mai consegnate agli Alleati al termine della guerra, mantenute in perfetto funzionamento dagli ex partigiani garibaldini, cosa che portò i patrioti di ispirazione cattolica a fare altrettanto; questi eventi, assieme all’approssimarsi delle elezioni politiche del 1948 convinsero il governo di Alcide De Gasperi ad estromettere il PCI dalla compagine governativa.

Come noto, il 21 aprile 1948 la vittoria della DC e dei suoi alleati risultò talmente schiacciante da rendere impossibile qualsiasi tipo di manovra insurrezionale da parte dei comunisti, i quali, peraltro nel corso dei moti successivi all’attentato a Togliatti del luglio 1948, dimostrarono pienamente la capacità di mobilitazione sociale e paramilitare del PCI. Con l’entrata a pieno titolo dell’Italia nella NATO e i contemporanei aiuti del piano Marshall, la guerra civile parve scongiurata. L’ingombrante presenza di un partito che era “alleato dei nemici” del nostro paese, però, era destinata a consolidarsi, e a durare nel tempo.

Dall’inizio degli anni ’50 la doppiezza del PCI passò da scelta tattica ad elemento strategico.

L’immagine pubblica del partito di Togliatti era quella di un movimento popolare in cui le migliori energie intellettuali e politiche agivano al fine di tutelare gli interessi delle classi più disagiate favorendo il progresso della nazione e contrastando il bigottismo reazionario della Democrazia Cristiana.

Si trattava ovviamente di disinformazione e pura propaganda: il PCI era inserito in modo organico nel sistema dei partiti comunisti che facevano capo all’Unione sovietica, e seguiva precise direttive che arrivavano direttamente dal gruppo dirigente staliniano, almeno fino alla morte del dittatore, avvenuta nel 1953.

Il periodo in cui le redini del partito, a Mosca, passarono a Nikita Kruscev, non presentò particolari discontinuità con il passato e le parole d’ordine rimasero le stesse: i nemici del proletariato erano gli USA (e i loro vassalli italiani) e i protettori della pace e della libertà, paradossalmente, erano i sovietici.

La sanguinosa soppressione della rivolta di Budapest del 1956 aprì gli occhi a molti attivisti e intellettuali, e in diversi si allontanarono dal partito, per non più rientrarvi.

In ogni caso furono la punta dell’iceberg del marxismo nel nostro paese. La stragrande maggioranza degli iscritti rimase disciplinatamente al suo posto, pervadendo progressivamente i gangli vitali della società: educazione, sport, cultura, arte, cinema, sindacato, associazionismo, e purtroppo anche parte del mondo cattolico.

Probabilmente nessuno di questi soggetti immaginava la quantità di fondi economici che giungevano dall’URSS a sostegno delle attività del partito comunista in Italia, e come il PCI non avesse mai pensato di smantellare definitivamente la propria struttura clandestina, che rimase in essere fino ai primi anni ‘80.

Nonostante il movimento del “68” fosse assai critico verso il partito, e i fatti di Praga del 1969 ponessero in pessima luce il sistema sovietico, gli anni ’70 e la segreteria di Enrico Berlinguer rappresentarono l’apice del consenso del PCI in Italia.

In un paese in grave crisi economica, e attraversato da terrorismi di opposta matrice, il partito rappresentò le istanze del femminismo e del laicismo radicale, impiegando ogni energia per le battaglie politiche a favore di divorzio e aborto. Meno efficace fu il contrasto delle derive estremiste a sinistra: non si volle capire che le Brigate rosse non erano provocatori fascisti ma elementi dell’album di famiglia del PCI, secondo le parole della giornalista Rossana Rossanda.

Inutile sottolineare come solo la tragedia dell’omicidio di Aldo Moro aprì gli occhi anche agli scettici sulle venature omicide della cultura marxista.

Gli anni ’80 segnarono il progressivo declino del partito, le cui tesi apparivano superate dalla realtà di un mondo in cui il modello occidentale era ormai fuori discussione.

Il pontificato del santo Giovanni Paolo II segnò il collasso del sistema dittatoriale marxista in tutto l’est europeo e al crollo del muro di Berlino nel 1989. l’Urss collassò 1991, anno dello scioglimento del PCI, che si disperse successivamente in una galassia di sigle, fra le quali ha avuto ruolo dominante il PDS (poi DS e infine PD).

Chiusi i rubinetti finanziari dall’est europeo, esaurita ogni funzione rivoluzionaria, il post marxismo nel nostro paese ha perso molta parte della propria originalità propagandistica, allineandosi alle istanze laiciste degli altri partiti socialisti europei, ma continuando a godere di invidiabili posizioni di prevalenza ideologica in ambiti strategici del paese, come magistratura, scuola e cultura, tuttora condizionate da quel retaggio culturale.

La conoscenza di cosa fu realmente il comunismo, e di quanto abbia contribuito a condizionare la vita del paese, dovrebbe fare riflettere molti di coloro che anche oggi subiscono il fascino di quelle ideologie omicide. Perché tali furono, senza possibilità di revisione storica.


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