Etica e Umanesimo fra San Tommaso d’Aquino e Petrarca


IL PROSSIMO 28 GENNAIO RICORRERÀ LA MEMORIA LITURGICA DI SAN TOMMASO D’AQUINO, SACERDOTE DELL’ORDINE DEI PREDICATORI E DOTTORE DELLA CHIESA. PER RIFLETTERE SU DI LUI, A CONFRONTO CON FRANCESCO PETRARCA, PROPONIAMO UNA SERIE DI ARTICOLI DI UN GIOVANE FILOSOFO VENETO, LAUREATO IN TOSCANA, ANDREA MENEGHEL (NELLA FOTO).

 

Di Andrea Meneghel*

Che cosa si intende per Umanesimo? È convenzione indicare con questo termine un periodo storico connotato da un movimento culturale ben definito, sviluppatosi in Europa, e in Italia soprattutto, fra la metà del Trecento e l’inizio del Cinquecento, le cui caratteristiche (la riscoperta dei codici antichi, l’attenzione per l’educazione morale dell’uomo, il culto per la bella forma) sono condivise da un gruppo di autori. La connaturata polisemia del termine ci impedisce talora di cogliere che “Umanesimo” non si può predicare in senso univoco per la filosofia di Francesco Petrarca e quella di Marsilio Ficino; si avverte bensì il bisogno di una rigorosa distinzione, forse l’unica opportuna: quella cioè fra un Umanesimo cristiano e un Umanesimo neopagano.

Non interessa qui dare giudizi categorici su l’uno o sull’altro ma, certamente, volendoli collocare su una ideale linea di sviluppo, dovremo dare la precedenza al primo e osservare che il secondo non sopravvisse in forma pura e isolata, ma convisse con l’altro senza acquisire un peso dialettico superiore.

Non si è mai raggiunto, occorre notare, il dispiegato immanentismo, idealisticamente inteso come sviluppo ineluttabile dello Spirito nella Storia, ma le due Rome, colte nella loro essenziale complementarietà, hanno saputo trionfare sui Secoli del buio e sul Rinascimento illuminate proprio da quell’Umanesimo che molti ancora – a giudizio di chi scrive, con scarsa attendibilità – chiamano anticristiano. L’innesto fecondo della cultura antica non soppiantò la preesistente vocazione cattolica dell’Europa medievale e rinascimentale (dal XII al XVI secolo e oltre).

In questa sede, interessano soprattutto le conseguenze etiche che è dato rilevare dalla fioritura delle humanae litterae. Per etica si intende quella disciplina – come spiega l’Enciclopedia Cattolica sotto la voce “Etica”, curata da Sofia Vanni Rovighi nel 1947 – che ha per oggetto “L’attività umana considerata in se stessa e nel suo valore intrinseco: considerata in se stessa e non nei suoi risultati […] come agere e non come facere; il che distingue la considerazione etica e morale da quella tecnica, che studia l’azione umana in rapporto all’oggetto prodotto […]. L’etica non si limita a descrivere il costume umano, ma è ricerca del criterio o dei criteri per valutare le azioni umane”.

L’etica filosofica ha saputo trovare, dagli albori con Socrate, un suo criterio unificante nella ricerca del fondamento metafisico dei precetti e nella definizione del fine ultimo delle azioni umane; ciò può dirsi senz’altro verificato fino all’avvento del positivismo etico, che pone fra i suoi presupposti una indifferenza, in ultima istanza descrittiva, relativistica, rispetto ai costumi succedutisi nella storia, ciascuno considerato in se stesso come frutto della libera organizzazione umana. A quest’ultima si contrappone tanto l’etica normativa metafisicamente fondata quanto quella giustificata sulla base dell’intuito (un’apprensione immediata dei principi della condotta, non riconducibili alla conoscenza razionale). A una mal ragionata etica dell’intuito andrebbero ascritti, a rigore storiografico, quei comportamenti all’apparenza illogici, superstiziosi ed estremi con cui si è soliti dipingere a tinte fosche il Medioevo fino almeno all’anno Mille.

San Tommaso si oppose a ogni confusione fra morale umana e fideismo, portò il lume della conciliazione nei rapporti fra natura e Grazia, giustificò la natura stessa della libertà nella conoscenza intellettiva del bene: insomma, portò alle sue più profonde conseguenze il metodo deduttivo dell’etica classica e metafisica, mantenendo sempre fisso lo sguardo sull’uomo, anzi dedicando ai concreti problemi dell’esistenza la più ricca sezione della sua Summa Theologiae. L’Angelico Dottore riesce a evitare un doppio errore: l’astrattezza della pura speculazione, slegata dalle circostanze reali della vita quotidiana, e i limiti angusti ed estemporanei della casistica, nella quale ricadevano alquanti manuali e compendi utili alla predicazione.

Con lo sfrangiarsi della base metafisica dell’etica nella Scolastica della decadenza, la sintesi mirabilmente raggiunta (e come ogni optimum difficile a mantenersi senza una costante vigilanza del pensiero) sfumò nella tendenza rinascimentale a far coincidere la felicità con il piacere raffinato (nel neo-epicureismo di Lorenzo Valla) e considerare la virtù come capacità di ottenere un qualunque scopo superando gli ostacoli per mezzo della propria forza e scaltrezza (Machiavelli). Petrarca rimase per tutto il Trecento un caposaldo della perenne sete di virtù che infiamma l’uomo a ricercare quelle massime di eloquenza, nelle quali è condensata la sapienza classica, e i rimedi alle difficoltà poste dalla sua condizione creaturale.

Come S. Tommaso aveva rivendicato la necessità delle virtù naturali, così nell’Umanesimo petrarchesco veniva riconosciuto il valore dell’esperienza morale per l’elevazione dell’animo a Dio. Alla domanda fondamentale dell’etica entrambi rispondono che la vita buona è la vita pienamente umana e cristianamente vissuta, illuminata da un Cristianesimo che non rifiuta la ragione e il nutrimento della virtù classica, radicato nella realtà concreta e persino materiale, ma capace di elevarsi da essa, usarla come un piedistallo per toccare più nobili vette, nella Chiesa dei grandi Santi del Medioevo e degli umili, non disperanti, fedeli laici, che riesce a riformarsi in ogni epoca in grazia del Messaggio perenne affidatole da Cristo e trasmesso dagli Apostoli, dai Padri, dai Dottori, ma già intuito dal patrimonio dei classici latini e greci, fino al punto al di là del quale Virgilio più oltre non discerne.

Continueremo in un prossimo articolo.

 

* Nato a Udine nell’aprile del 1998 da famiglia veneta,
convertitosi al Cattolicesimo dal 2016,
Andrea Meneghel è laureato in Filosofia
presso l’Università degli studi di Firenze,
studia anche i classici latini e italiani e la musica lirica.
Meneghel cura una rubrica settimanale
sulla liturgia antica sull’emittente Telepordenone. 


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