Gianni Mereghetti: “Oggi possiamo imparare molto da Etty Hillesum”


ETTY INTUISCE LA TRAGEDIA CUI LEI E IL SUO POPOLO STANNO ANDANDO INCONTRO, MA IN LEI PIÙ FORTE È LA CERTEZZA CHE SI STIA COSTRUENDO QUALCOSA DI NUOVO, UN NUOVO UMANESIMO CHE PARTE DAL DI DENTRO DELLA PERSONA.

Di Maria Sorpresa

“La capacità di abbraccio all’umano che è presente in ogni persona ha un’origine chiara per Etty Hillesum, l’inno alla carità di San Paolo, che lei stessa più volte cita”.

A dirlo, in questa intervista per Informazione Cattolica è il giornalista e scrittore Gianni Mereghetti. Nato ad Abbiategrasso nel 1951, Mereghetti, laureato in Filosofia, ha insegnato filosofia e storia (dal 1988 al 2018) ed ha incontrato migliaia di studenti delle scuole medie inferiori e superiori.

Amante della poesia e appassionato lettore di romanzi di ogni genere, con una certa propensione per quelli di carattere storico, Mereghetti nel 2003 ha curato la redazione del testo “Scuola di Religione” di don Luigi Giussani, mentre nel 2019, in occasione della manifestazione “Meeting per l’Amicizia fra i popoli”, con Marta D’Angelo, José Claverìa, Benedetto Grava, Ombretta Malatesta, Claudia Munarin e Paola Maria Sala, Gianni Mereghetti ha curato la mostra “Il cielo vive dentro di me – Etty Hillesum”, che racconta il percorso umano che Etty Hillesum, giovane ebrea olandese, lontana da Dio, inquieta e insoddisfatta, ha fatto alla ricerca di sé durante il periodo drammatico dell’occupazione nazista dell’Olanda. Scoperto Dio Etty comincerà a rivolgersi a Lui come ad un Tu a cui chiedere, un Tu per cui dovrà impegnarsi dentro la vita, un Tu da amare per imparare ad amare ogni uomo, anche il nemico. Etty dalla presa di coscienza del suo essere passa a decidere di vivere tutto in rapporto a Dio, di aprirsi al mondo e agli altri certa che in ogni circostanza si possa ricavare qualcosa di positivo.

Ci può raccontare qualcosa della BIOGRAFIA di Etty Hillesum? 

I fatti fondamentali della vita di Etty Hillesum possono essere i seguenti.  Esther o Etty  Hillesum nasce il 15 gennaio 1914 a Middelburg. Il padre Levie (detto Louis) è un professore di lingue classiche , dal 1928 preside del liceo di Deventer, incarico che ricopre fino al 1940, quando gli viene tolto perché è ebreo. La madre di Etty, Rebecca (detta Riva) Bernstein è nata a Potcheb, in Russia, fugge da un pogrom, incontra Louis e lo sposa. Etty è la prima di tre figli: Jacob ( soprannominato Jaap), che sarà medico presso l’Ospedale israelitico di Amsterdam; Michaël (detto Mischa), pianista di talento. Etty frequenta il liceo classico a Deventer. Nel 1932 inizia gli studi di legge ad Amsterdam, dove si laurea il 4 luglio del 1939. Nel 1937 affitta una stanza presso Han Wegerif ad Amsterdam. Etty si occupa della gestione della casa e riceve una paga da questo anziano vedovo cristiano padre di quattro figli. I rapporti tra Etty e Han si trasformano in una relazione sentimentale, nonostante i 21 anni di età di differenza. Dopo essersi laureata in legge, Etty comincia a studiare le lingue slave e dà lezioni di russo.

Il 3 febbraio 1941 avviene l’incontro più importante della vita di Etty…

Si, quello con lo psicologo Julius Spier, allievo di Jung e inventore della psicochirologia, la scienza che studia la psicologia di una persona partendo dall’analisi delle mani. Ebreo tedesco fuggito da Berlino  Spier tiene ad Amsterdam dei corsi serali durante i quali invita gli studenti a presentargli le persone che poi diventeranno oggetto del suo studio. Bernard Meylink, un giovane studente di biochimica che vive nella casa di Han, propone Etty, la quale viene accettata così lei entra a pieno titolo nel gruppo di Spier e in poco tempo ne diventa la prima segretaria. L’incontro tra i due è però qualcosa di più, scatta una reciproca attrazione che dà inizio ad una relazione sentimentale, nonostante entrambi siano già impegnati in una relazione. L’8 marzo 1941, probabilmente su invito di Spier, Etty inizia a scrivere il diario.

C’è anche una scelta tragica da parte della Hillesum?

Il 6 dicembre 1941 alle nove e  mezzo scrive sul Diario la sua decisione di abortire. Motiva la sua scelta dicendo di voler risparmiare a questa nuova creatura “il dolore di percorrere questa valle di lacrime”. Etty abortisce, a Spier ne parlerà il 21 marzo 1942. Il 1 luglio 1942 il campo di Westerbork, creato nel 1939 dalle autorità olandesi, passa sotto il comando tedesco: diventa così “Campo di transito di pubblica sicurezza”, di fatto luogo di raccolta degli ebrei in vista della loro deportazione ad Auschwitz. Il 16 luglio Etty viene assunta, grazie al fratello Jaap e all’interessamento di un membro del Consiglio, come dattilografa al Consiglio Ebraico di Amsterdam, sezione assistenza alle partenze. Non ama questo lavoro, non ne accetta la logica, vorrebbe essere vicina al suo popolo per cui fa richiesta di essere trasferita nel campo di Westerbork. Il 30 luglio 1942  entra  volontariamente a Westerbork dove lavora al dipartimento di aiuto sociale alle persone in transito, soprattutto alle ragazzine che soffrono dentro la chiusura del campo. Però essendo assistente sociale può usufruire di permessi per recarsi ad Amsterdam o a Deventer. Agli inizi di settembre del 1942 torna ad Amsterdam e così può assistere Spier negli ultimi giorni della sua vita. Spier muore il 15 settembre 1942, Etty ha il permesso di partecipare al suo funerale. L’ultima pagina del Diario è datata “martedì 13 ottobre 1942”.

E cosa fa Etty dopo la morte di Spier?

Il 20 novembre 1942 ritorna a Westerbork. Il 5 dicembre 1942 torna ad Amsterdam per malattia. Nel giugno 1943 giungono a Westerbork i genitori di Etty e il fratello Mischa. In questo periodo si fanno sempre più frequenti i convogli settimanali che partono verso Auschwitz. Il 5 giugno 1943 Etty torna a Westerbork: rifiuta l’aiuto che molti suoi amici le offrono per nasconderla e sfuggire così alla persecuzione nazista, Etty è determinata a condividere la sorte del suo popolo.  Affida ad una amica, Maria Tuinzing, gli 11 quaderni del diario, chiedendole di darli allo scrittore Klaas Smelik per pubblicarli alla fine della guerra, qualora lei non dovesse tornare. Nel mese di luglio 1943 le autorità tedesche pongono fine allo statuto speciale dei membri del Consiglio Ebraico presenti nel campo di Westerbork: metà di loro deve tornare ad Amsterdam, l’altra metà deve rimanere nel campo, ma senza più libertà di circolazione e con un destino ineluttabile, Auschwitz. Etty decide di rimanere a Westerbork. Durante l’autunno 1943 vengono pubblicate clandestinamente ad Amsterdam due lettere che Etty ha scritto dal campo in data dicembre 1942 e 24 agosto 1943 e nelle quali descrive ciò che succede a Westerbork. Il 7 settembre 1943 la famiglia Hillesum sale su un convoglio diretto in Polonia. Dal treno, Etty riesce a gettare un biglietto che verrà ritrovato lungo la linea ferroviaria e spedito: è indirizzato a Christine van Nooten ed è il suo ultimo scritto. Levie e Riva muoiono tre giorni dopo, lungo il tragitto o gasati al loro arrivo; la Croce Rossa comunica che Etty muore il 30 novembre 1943 (data convenzionale) e suo fratello Mischa il 31 marzo 1944, entrambi ad Auschwitz. Il “Diario” di Etty viene pubblicato per la prima volta in Olanda nel 1981 dall’editore Gaarlandt, dopo che Klaas Smelik e sua figlia Johanna avevano ricevuto parere negativo da altri editori. Nel 1982, col titolo “Il cuore pensante della baracca”, sono pubblicate le lettere che Etty aveva scritto ai suoi amici.

Perché la giovane olandese scrisse il celebre DIARIO?

Etty scrive il Diario probabilmente su indicazione di Spier, ma di fatto il Diario diventa la sua compagnia dentro il dramma della persecuzione e nel suo cammino verso la maturità. Il Diario indica il metodo che Etty aveva imparato incontrando Spier, quello che ogni condizione in cui si vive è l’occasione per entrare dentro la propria interiorità, non come fuga dalla realtà ma come punto di forza per affrontarla. Così Etty con il Diario testimonia un metodo che tutti possono usare. Si affronta la realtà non analizzandola, ma a partire dal proprio io.

Quindi Etty sul Diario scriverà di questa sua ricerca interiore?

Certamente. Il 28 settembre 1942 scrive: “E’ vero che vivo intensamente, a volte mi sembra di vivere con un’intensità demoniaca ed estatica, ma ogni giorno mi rinnovo alla sorgente originaria, alla vita stessa, e di tanto in tanto mi riposo in una preghiera. E chi mi dice che vivo troppo intensamente non sa che ci si può ritirare in una preghiera come nella cella di un convento, e che poi si prosegue con rinnovata pace ed energia. Credo che sia soprattutto la paura di sprecarsi a sottrarre alle persone le loro forze migliori. Se, dopo un laborioso processo che è andato avanti giorno dopo giorno, riusciamo ad aprirci un varco fino alle sorgenti originarie che abbiamo dentro di noi, e che io chiamerò «Dio», e se poi facciamo in modo che questo varco rimanga sempre libero, «lavorando a noi stessi», allora ci rinnoveremo in continuazione e non avremo più da preoccuparci di dar fondo alle nostre forze”.

Nella foto che abbiamo usato per questo articolo la Hillesum si trova dietro a un filo spinato. Perché scrive nel suo Diario: “E ovunque si è, esserci al ‘cento per cento’ anche dietro a un filo spinato”? Ci può raccontare l’esperienza della Hillesum nel campo di transito di Westerbork e di concentramento ad Auschwitz?

Etty nel campo di Westerbork assiste chi soffre, le sue lettere testimoniano il suo amore che si riversa verso ogni persona. Lei lo dirà esplicitamente che questo amore viene dal suo cuore, è l’amore di cui parla l’ebreo Paolo ai Corinzi e lei ne è ricca, lo porta dentro di sé e si riversa su ogni altro. In una lettera a Maria Tuinzing dell’8 agosto 1943 Etty scrisse: “Qui molti sentono languire il proprio amore per l’umanità, perché questo amore non è nutrito dall’esterno. Dicono che la gente di Westerbork non ti offre molte occasioni di amarla. Qualcuno ha detto: ‘la massa è un orribile mostro, i singoli individui fanno compassione’. Ma ho dovuto ripetutamente constatare in me stessa, che non esiste nessun nesso causale fra il comportamento delle persone e l’amore che si prova per loro. Questo amore del prossimo è come un ardore elementare che alimenta la vita. Il prossimo in sé ha ben poco a che farci. Maria cara, qui di amore non c’è né molto, eppur mi sento indicibilmente ricca, non saprei spiegarlo a nessuno”.

Questo amore vince l’odio, anche nei confronti dei suoi aguzzini…

Il 27 febbraio 1942 Etty viene convocata negli uffici della Gestapo. Etty e Spier si recano assieme per farsi registrare. In questa circostanza Etty scopre, da una parte, di non essere in grado di odiare nessuno, nemmeno i propri nemici, e, dall’altra, che il male non vive fuori di noi, ma in noi, perché il male è dentro l’uomo. Etty intuisce che l’unico modo per cambiare il mondo è cambiare anzitutto se stessa, combattendo dentro di sé il male che riconosce nella realtà esterna ma che è presente anche dentro l’essere umano. E’ il cuore del lavoro che sta facendo con Spier: dissotterrare il bene presente in lei, liberandolo dal male che lo comprime e trovando così la strada per aiutare se stessa e gli altri. Scrive il 27 febbraio 1942: “Mercoledì mattina presto, quando con un gruppo numeroso ci siamo trovati in quel locale della Gestapo, i fatti delle nostre vite erano tutti eguali: eravamo tutti nello stesso ambiente, gli uomini dietro la scrivania, come quelli che venivano interrogati. E il fatto storico di quella mattina non era che un infelice ragazzo della Gestapo si mettesse a urlare contro di me, ma che francamente io non ne provassi sdegno – anzi, che mi facesse pena, tanto che avrei voluto chiedergli: hai avuto una giovinezza così triste, o sei stato tradito dalla tua ragazza? Aveva un’aria così tormentata e assillata, del resto anche molto sgradevole e molle. Avrei voluto cominciare subito a curarlo, ben sapendo che questi ragazzi sono da compiangere fintanto che non sono in grado di fare del male, ma che diventano pericolosissimi se sono lasciati liberi di avventarsi sull’umanità. E’ solo il sistema che usa questo tipo di persone a essere criminale. E quando si parla di sterminare, allora che sia il male nell’uomo, non l’uomo stesso.  Un’altra cosa ancora dopo quella mattina: la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l’ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi”.

Questa capacità di abbraccio all’umano che è presente in ogni persona ha un’origine chiara per Etty…

Si è la carità di cui scrive l’ebreo Paolo e che lei stessa più volte cita. Nel Diario ne parla lo stesso  27 febbraio 1942 prima di essere convocata alla Gestapo. Alle 10 di mattina aveva scritto: “Ho preso in mano la mia Bibbia e l’ho aperta alla Prima lettera ai Corinzi, 13, per l’ennesima volta. Sì. «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla … «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto». E quando ho letto quelle parole, mi sono sentita come…già, come mi sono sentita? Non riesco ancora a esprimerlo bene. Le parole hanno operato su di me come una verga da rabdomante che sferzava il fondo duro del mio cuore, facendone improvvisamente scaturire sorgenti nascoste. D’un tratto mi sono ritrovata inginocchiata accanto al tavolino bianco e l’amore sprigionato scorreva di nuovo dentro di me, libero da desiderio, invidia, odiosità, ecc”. Il 23 settembre 1942 descriverà così un dialogo con Klaas Smelik: “Klaas, non si combina niente con l’odio, la realtà è ben diversa da come ce la costruiamo noi. Klaas, volevo solo dire questo: abbiamo ancora così tanto da fare con noi stessi, che non dovremmo neppure arrivare al punto di odiare i nostri cosiddetti nemici. Siamo ancora abbastanza nemici fra noi. E non ho neppure finito quando dico che anche fra noi esistono carnefici e persone malvagie. In fondo io non credo affatto nelle cosiddette «persone malvagie». Vorrei poter raggiungere le paure di quell’uomo e scoprirne la causa, vorrei ricacciarlo nei suoi territori interiori, Klaas, è l’unica cosa che possiamo fare di questi tempi. Allora Klaas ha fatto un gesto stanco e scoraggiato e ha detto: «Ma quel che vuoi tu richiede tanto tempo, e ce l’abbiamo forse?» Ho risposto: «Ma a quel che vuoi tu si lavora da duemila anni della nostra era cristiana, senza contare le molte migliaia di anni in cui esisteva già un’umanità – e che cosa pensi del risultato, se la domanda è lecita?». E con la solita passione, anche se cominciavo a trovarmi noiosa perché finisco sempre per ripetere le stesse cose, ho detto: «È proprio l’unica possibilità che abbiamo, Klaas, non vedo altre alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale». E Klaas, vecchio e arrabbiato militante di classe, ha replicato sorpreso e sconcertato insieme: «Sì, ma… ma questo sarebbe di nuovo cristianesimo!». E io, divertita da tanto smarrimento, ho risposto con molta flemma: «Certo, cristianesimo – e perché poi no?»”. 

La Hillesum parla di un nuovo umanesimo, che cosa intendeva e quale strada da percorrere ci suggerisce OGGI?

Etty intuisce la tragedia cui lei e il suo popolo stanno andando incontro, ma in lei più forte è la certezza che si stia costruendo qualcosa di nuovo, un nuovo umanesimo che parte dal di dentro della persona. Lei spera di poter partecipare a questa nuova costruzione cui si dovrà metter mano. Lo scrive il 20 luglio 1942 sul Diario: “Mio Dio è un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo diverso, un periodo di umanesimo. Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi e’ di prepararli fin d’ora in noi stessi. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di certo, non sento forse che stanno crescendo in me, ogni giorno?”.

Cosa può dire agli uomini del 2021 Etty Hillesum?

Oggi possiamo imparare molto da Etty, il virus ci ha costretti a vivere in condizioni diverse da prima, saper vivere in queste condizioni ripartendo dalla proprie domande apre nuovi orizzonti. Come Etty capiva allora che era in gioco il valore dell’umano e che la strada per mantenere in vita l’umano era l’io, così oggi un nuovo umanesimo può nascere solo dall’io, dalla ricerca in se stessi di un punto da cui abbracciare tutto e tutti.


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