Shemà. Commento al Vangelo del 12 febbraio della teologa Giuliva Di Berardino


Shemà (in ebraico “Ascolta”), un commento al Vangelo del Giorno di Giuliva Di Berardino.

Anche a noi, uomini e donne del terzo millennio, Nostro Signore Gesù Cristo dice: “Shemà”. Ascoltiamolo!

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IL COMMENTO TESTUALE

IL VANGELO DEL GIORNO: venerdì 12 febbraio 2021

Nel Vangelo di oggi Gesù continua a dichiarare vana la distinzione tra persone pure e impure, mostrandoci che la salvezza è per tutti e la fede nella sua persona è la sola condizione necessaria per entrare in relazione con Dio. Questa mediazione della persona di Gesù non è riservata al solo popolo d’Israele, ma sembra essere ancor più necessaria agli altri popoli pagani. Lo riscontriamo in modo evidente in questo racconto del Vangelo che oggi la liturgia ci propone, ambientato in un altro territorio situato nelle terre impure, abitate non solo da giudei, ma soprattutto da pagani. Il testo infatti inizia proprio descrivendo le terre che Gesù attraversa, muovendosi dalla regione di Tiro, passando attraverso il territorio di Sidone, fino al di là del lago di Tiberiade, per giungere nel territorio della Decapoli. E poiché la geografia è nella Sacra Scrittura un principio teologico, subito questo riferimento geografico ci informa che tutti quei luoghi in cui noi ci sentiamo lontani e in qualche modo impuri,  il Signore prende tempo per visitarli, per attraversarli e lasciare un segno del suo amore, della sua guarigione. È infatti in pieno territorio della Decapoli che gli viene presentato un sordo balbuziente. Non si tratta di una malattia casuale, ma al contrario di uno stato fisico che potremmo definire simbolico, perché quest’uomo è sordo alla parola di Dio perché non sa cosa vuol dire ascoltare Dio, non conosce la voce di Dio, ed è balbuziente perché prova a lodare Dio, ma non ci riesce pienamente. È infatti un uomo che porta fisicamente, in modo simbolico, la situazione dei pagani che non hanno la Legge di Dio, non hanno i Profeti, non conoscono la Parola del Signore. Ecco perché, come dicevo all’inizio, Gesù lo porta in disparte e con le sue mani agisce sul corpo di quell’uomo ponendo le sue dita negli orecchi di lui, proprio per renderli capaci di ascolto, compiendo la profezia del  servo del Signore descritto da Isaia 50,4-5 Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.” Gesù, la sua persona, apre gli orecchi all’ascolto, per rendere l’essere umano fedele a Dio. Poi Gesù prende con le dita un po’ della propria saliva e gli tocca la lingua, anche questo è un gesto che ha necessità della mediazione del corpo concreto della persona di Gesù: Egli apre la bocca dell’altro per mettervi la sua saliva, un gesto che può spingersi a diventare pericoloso in quanto il contatto con la saliva di un altro è un gesto audace e oggi noi lo sappiamo bene, perché può portare il contagio del covid! Ecco, Gesù lavora profondamente il corpo di questo uomo anonimo che è simbolo dei pagani, di tutte quelle persone identificate come impure e, qui lo notiamo bene, non è altro che il contatto corpo a corpo con Gesù, il lasciarsi plasmare dalle sue mani, ristabilisce l’uomo in una condizione nuova. E la parola, l’unica parola che Gesù dice, è un comando: “Effatà, apriti!”. Un comando che non è rivolto agli orecchi e alla lingua che Gesù sta modellando tra le sue mani, ma è rivolto alla coscienza profonda che risveglia tutta la persona. Ascoltare la Parola di Dio e proclamare le lodi di Dio sono gli elementi necessari per poter vivere in relazione, ma la relazione, l’aprirsi all’altro, agli altri, a Dio, è quel tratto di originalità che ciascuno impara semplicemente vivendo: attraverso il dialogo, l’incontrando con l’altro, il dono di qualcosa di sé. Il corpo che abbiamo è una via di sapienza per compiere questa apertura di sé al mondo, e la persona si apre quando si impegna nel servizio dell’altro. Nel Rito del Battesimo, il sacerdote, toccando la bocca e le orecchie del neo-battezzato dice: «Effatà», pregando che possa presto ascoltare la Parola di Dio e professare la fede. Perciò tutti i cristiani battezzati hanno ricevuto il dono di essere stati plasmati da Gesù e aperti al mondo, anche con quel profondo sospiro, che è il soffio dello Spirito Santo, e che Gesù aveva invocato dal Padre perché accompagnasse la guarigione del sordomuto. Allora oggi ringraziamo il Signore perché ci è venuto a cercare quando eravamo lontani e ci ha presi in disparte, come quest’uomo sordomuto, ci ha reso creature nuove non per farci più bravi degli altri, ma perché con il cuore, con il nostro atteggiamento, con il nostro volto, con il nostro sorriso possiamo dare fiducia agli altri e far rinascere la speranza, lì dove prima non c’era più.

Mc 7, 31-37

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”.

IL COMMENTO IN VIDEOhttps://www.youtube.com/channel/UCE_5qoPuQY7HPFA-gS9ad1g/videos


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