Myanmar, quanta ipocrisia sulla Nobel Aung San Suu Kyi


Quanti si sono già dimenticati di quando la più alta Corte delle Nazioni Unite mise alla sbarra la Signora per supposti crimini contro l’umanità?

Di Lorenzo Capellini Mion

L’esercito del Burma (Myanmar), non riconoscendo la legittimità delle ultime elezioni, come sappiamo da diversi giorni, ha messo fine anzitempo all’esperimento democratico nel Paese sud asiatico.

Dopo aver arrestato la signora Aung San Suu Kyi, altri attivisti e leader eletti, la promessa dei militari è quella di riorganizzare a breve libere elezioni.

Intanto Internet, i canali televisivi e i servizi telefonici del Paese sono stati del tutto o parzialmente interrotti e molti attivisti denunciano l’isolamento dal mondo.

Si moltiplicano nel mondo le manifestazioni di cittadini espatriati e la comunità internazionale, pressoché all’unisono, sta condannando il colpo di Stato.

Si richiede la liberazione della signora Aung San Suu Kyi, che di anni in galera se ne è fatti già parecchi, e il ripristino delle funzioni costituzionali.

Ma quanti si sono già dimenticati di quando la più alta Corte delle Nazioni Unite mise alla sbarra la Signora per supposti crimini contro l’umanità?

Quante anime belle, che ora strillano indignate, ne avevano chiesto persino la revoca del Nobel per la Pace!

Quanta ipocrisia!


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