Cure palliative, al centro della civiltà e… del Campus Bio-Medico di Roma!


Il Centro di cure palliative “Insieme nella cura” nasce con il fine di «praticare la terapia della dignità», che non è l’eutanasia ma la cura del dolore e l’accompagnamento alla morte. Dall’Università Campus Bio-Medico (UCBM), un altro raggio di sole per il rilancio della medicina al servizio della “scienza per l’uomo”

Di Giuseppe Brienza

Stufi degli annunci dei governi, dei politici, degli scienziati e dei virologi o medici-star, apprezziamo il bene che cresce silenzioso, anche in una città in crisi come Roma.

Parliamo quindi del Centro di cure palliative “Insieme nella cura, inaugurato all’interno del CESA, il Centro per la salute dell’anziano, con il fine di «garantire la migliore qualità delle cure per i pazienti in fase avanzata di malattia». Cioè il fine di non abbandonare gli ammalati gravi o in fin di vita a sé stessi o, peggio, ucciderli con il pretesto della “dignità del morire” (quindi la pratica dell’eutanasia).

Con un totale di 60 posti autorizzati dalla Asl Roma2 – 12 residenziali e 48 in assistenza domiciliare –, il nuovo Centro nasce grazie all’impegno scientifico e professionale dell’Università Campus Bio-Medico (UCBM) di Roma, un ospedale il cui motto è “Una scienza per l’uomo” e che riceve ogni anno migliaia di attestati di riconoscenza e apprezzamento per la qualità delle cure prestate.

Al centro dell’hospice (struttura insieme d’accoglienza e di ricovero) “Insieme nella cura” vi sono come detto le cure palliative, che non accelerano né ritardano la morte, ma provvedono al sollievo dal dolore e dagli altri sintomi, migliorando la qualità della vita dei malati e delle loro famiglie. Oltre a esse, l’integrazione tra le cure mediche e infermieristiche e gli interventi psicologici, sociali e spirituali garantisce un’assistenza completa, che si fa carico della persona in modo globale fino all’ultimo istante di vita. Quando accoglie un malato “terminale”, lo staff del Centro, composto da medici e infermieri “palliativisti”, psicologi, operatori socio-sanitari, fisioterapisti, oltre agli assistenti sociali e spirituali ed i volontari, cerca di aiutarlo a vivere fino alla fine, coinvolgendo e sostenendo, quando possibile, la sua famiglia od i suoi affetti.

Grande considerazione è data anche agli spazi di socializzazione, come la tisaneria aperta 24 ore su 24, e agli spazi comuni per incontri e attività ricreative, come la sala da pranzo, o religiose come la cappella cattolica, curata da sacerdoti dell’Opus Dei. Insomma, non un “ospedale vestito da casa”, ma una “casa adeguata” ad accompagnare i pazienti e i loro familiari nelle ultime fasi della malattia. Se è vero com’è vero quanto recentemente affermato da un vescovo intelligente e sensibile alla minaccia della “cultura eutanasica” come mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio,che «quando parliamo di cure palliative parliamo soprattutto di un progetto di civiltà e di democrazia, e dal punto di vista cristiano di un progetto evangelico. Sulle cure palliative si gioca la democrazia matura e la civiltà del nostro tempo», l’interesse per centri di cure palliative come “Insieme nella cura” dovrebbe essere anche di politici e amministratori.

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