Il sommo poeta Dante era veramente “islamofobo”?


RIFLESSIONI SUL CONTRIBUTO DELLA CIVILTÀ ISLAMICA NELLA STESURA DELLA DIVINA COMMEDIA

Di Francesco Bellanti

Già veggia, per mezzul perdere o lulla, 
com’io vidi un, così non si pertugia, 
rotto dal mento infin dove si trulla.   
Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ’l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.
Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi e con le man s’aperse il petto,
dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco!
vedi come storpiato è Mäometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così.
Un diavolo è qua dietro che n’accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma,
quand’avem volta la dolente strada;
però che le ferite son richiuse
prima ch’altri dinanzi li rivada.

(Dante Alighieri, D.C., Inferno, Canto XXVIII, vv.22-42)

 

Se c’è un canto della Divina Commedia che spiegavo raramente ai miei studenti – forse preso da estremo scrupolo di tolleranza religiosa – è il ventottesimo dell’Inferno.

Tratta del luogo detto Malebolge, dove sono puniti i fraudolenti contro chi non si fida. Per la precisione, siamo nella nona bolgia dell’ottavo cerchio, dove sono puniti i seminatori di discordie e di scismi. È il pomeriggio del 9 aprile 1300 (sabato santo).

Il contrappasso è evidente, per similitudine. Il personaggio principale è Maometto, che Dante, con termini volgari e crudi, ed anche comici, ci presenta sventrato dal mento all’ano, dove si scoreggia (trulla), con le interiora che gli pendono fra le gambe insieme alla corata (cuore, polmoni e organi interni) e allo stomaco, definito appunto il tristo sacco che merda fa di quel che si trangugia. È un canto considerato infamante, a tal punto che è stata perfino vietata la circolazione della Divina Commedia in molti Paesi islamici.

Tempo fa un’organizzazione non governativa per i diritti umani ha chiesto, assieme ad altri membri del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, di abolire l’insegnamento della Divina Commedia in tutte le scuole proprio per le frasi offensive contro l’Islam.

Ma Dante era veramente islamofobo? Vediamo di capirci qualcosa e partiamo innanzitutto da alcuni dati. Nel Limbo (che Dante però si inventa a modo suo), fra saggi ed eroi greci e latini, mette anche un musulmano, il Saladino che aveva fama di sovrano nobile e giusto, anche se aveva sconfitto i crociati. E ci sono anche Avicenna e Averroè, che – lo riconosce pure il Sommo – avevano diffuso il pensiero e le opere di Aristotele in Europa.

L’averroismo è presente nella Divina Commedia, perché per Averroè e gli averroisti si può vedere – come fa Dante –  Dio prima della morte, mentre per Tommaso d’Aquino (così come per tutta la teologia cattolica ancora oggi) non è possibile vedere Dio se non dopo la morte.

La Divina Commedia, perciò, è stata certamente influenzata dalla cultura islamica. Un’altra prova di quanto affermiamo è la conoscenza di Dante del Libro della Scala, con il quale molti sono i punti di contatto col poema dantesco, come la struttura generale dell’aldilà, l’idea del viaggio, e perfino alcuni particolari, come quando nel canto VIII dell’Inferno Dante descrive delle “meschite”, cioè moschee, subito fuori le porte della città di Dite. Il Libro della Scala, in arabo Kitab al Miraj, racconta il miracoloso viaggio notturno del Profeta Mohammad a Gerusalemme, l’ascesa al cielo, e la sua visita dei regni dell’oltretomba.

Altri importanti punti di contatto sono le pene inflitte ai dannati all’Inferno, la suddivisione dei cerchi infernali in rapporto al peccato commesso, la natura spirituale del Paradiso, il ruolo dell’Arcangelo Gabriele, guida ed intercessore presso Dio, che in Dante possiamo vedere nei personaggi di Virgilio e Beatrice. Altre suggestioni ed analogie sono la reazione emotiva di Maometto di fronte alla luce divina, l’offuscarsi della vista, l’incapacità di fornire una descrizione di Dio, tutti aspetti questi che ricordano molto la narrazione di Dante. Fra i tanti viaggi nell’aldilà che circolavano allora, forse nessuno ha influenzato il poema dantesco come il Libro della Scala. Questo Libro della Scala Dante dovette conoscerlo per via del suo maestro Brunetto Latini, il quale a sua volta probabilmente lo lesse durante il suo soggiorno in Spagna alla corte del re Alfonso X di Castiglia, che lo aveva fatto tradurre prima del 1264.Furono tante le versioni di questo libro tradotte in latino e in molte lingue volgari.

Nell’immediato dopoguerra, il famoso linguista Enrico Cerulliri trovò nella biblioteca nazionale di Parigi due traduzioni in latino e in francese antico del famoso Libro della Scala ad opera di Bonaventura da Siena, confermando così che il testo effettivamente circolava in ambito europeo. E uno come Dante non poteva non conoscerlo. Questo ovviamente non sminuisce l’originalità del capolavoro dantesco, se mai ne mette in risalto la complessità culturale e la modernità, in quanto aperto a influenze culturali diverse. Dunque Dante era consapevole dell’importanza culturale dell’Islam, forse anche per la definitiva stabilizzazione del pensiero cristiano, e probabilmente accoglie – nel suo giudizio negativo su Maometto – la leggenda medievale che lo voleva un vescovo cristiano deluso nelle sue ambizioni di carriera – se non addirittura un rinnegato rancoroso per non essere diventato papa -e poi traviato dal genero Alì.

Si potrebbe pensare, infine, dalle parole dirette a Fra Dolcino che Dante mette in bocca a Maometto, che egli intenda come legittimare quest’ultimo come profeta, ma è una tentazione passeggera perché Maometto è profeta esattamente quanto lo sono gli altri dannati, che, come è noto, vedono il futuro ma non il presente.

L’apertura all’Islam da parte di Dante derivava, probabilmente, anche dal fatto che egli era per un Cristianesimo aperto e tollerante, non violento, che sulle orme di San Francesco e della corte aperta dell’imperatore Federico II di Svevia si stava sempre più diffondendo allora, e che cercava di intrattenere rapporti amichevoli, dialogo e scambi culturali con ebrei e musulmani. Studiosi hanno parlato pure di catarismo nel poema, e in effetti influenze del pensiero cataro si notano in vari passaggi dell’opera (canto di san Francesco, invettive contro i costumi moderni).

Perciò non sarebbe fuori luogo pensare che Dante abbia scritto la Divina Commedia anche perché spinto dall’urgenza di trasmettere un messaggio di amore e libertà, di solidarietà e tolleranza, di rispetto verso una grande religione come l’Islam o verso i catari, ma questo non vuol dire che egli avesse fatto proprie idee e valori dell’Islam o del catarismo o che fosse addirittura un cataro, come recenti studi vorrebbero avvalorare.

L’Islam e il pensiero arabo, e il catarismo, non sono decisivi nella grandezza di Dante perché il Sommo non viene mai meno, alla luce dei contributi esterni, alla civiltà latina e cristiana, che egli interpreta e rappresenta perfettamente pur nel contesto di una gigantesca originalità di pensiero. Perché il genio di Dante non ha limiti, è titanico, la prodigiosa vastità ed acutezza del suo ingegno accoglie tutto ma tutto domina, e non teme di essere influenzato da fonti esterne, che reinterpreta e trasfigura con la sua originale capacità di lettura.

Così gli era accaduto con lo Stilnovismo – di cui Dante è l’esponente più avanzato con la Vita Nova –  che traeva origine dalla filosofia dell’amor cortese, matrice fondativa dell’Occidente che viene dall’Oriente, come quasi tutto il resto, perché nata nel mondo islamico secoli prima che in Provenza o in Sicilia con vari poeti. Dante era un cristiano tollerante, fautore di un ritorno alla povertà evangelica, simile a quella francescana e anche per questo tollerante, e perciò appare amico, un vero amico dell’Islam, dell’Islam come filosofia e degli islamici come persone. E lo era in tempi in cui era non solo scomodo, ma anche pericoloso esserlo.

Ma Dante è poeta potentemente cristiano perché tutta l’architettura della Divina Commedia è tomistica, anche se, insieme con la dottrina scolastica di San Tommaso d’Aquino, egli è attento conoscitore della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa.

La verità ultima è che Dante è poeta profondamente cattolico e come tale è stato riconosciuto dalla Chiesa più volte. Egli mette al centro della sua visione la Trinità e in essa Cristo, la salvezza per mezzo dell’incarnazione, la Provvidenza divina, la santità di Maria Vergine Madrela gloria dei santi, e le invettive contro la Chiesa dell’epoca erano comprensibili.

Tra il Sommo Poeta e il pensiero cristiano vi sono numerosissimi elementi di contatto.  Il viaggio di Dante è il viaggio del messaggio cristiano che vuole cambiare radicalmente l’uomo, condurlo dalla selva oscura del peccato alla santità. Il viaggio cosmico si conclude davanti alla luce eterna di Dio, l’amor che move il sole e l’altre stelle.

 


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