Un falso mito educativo: il film “L’Attimo fuggente” con Robin Williams


DA “L’ATTIMO FUGGENTE” AD UNA PROPOSTA EDUCATIVA CATTOLICA. IL FILM CON ROBIN WILLIAMS ANTICIPÒ LA RADICALE SPINTA ANTICRISTIANA DEL SESSANTOTTO

Di Matteo Orlando

Ambientato nel 1959 in un collegio maschile del Vermont, L’Attimo fuggente (Dead poets society) è un notissimo film americano del 1989 diretto da Peter Weir e sceneggiato da Thomas Schulman, che ha ispirato, in malo modo, almeno un paio di generazioni di studenti e di docenti.

La trama, però, sembra anticipare la radicale spinta al cambiamento che animò la contestazione giovanile degli anni ’60 e che prese di mira l’istituzione scolastica prima e quella familiare in seguito.

In 129 minuti Weir ritrae un’adolescenza sensibile e fragile, in contrapposizione ai genitori, invogliata all’anticonformismo da un nuovo insegnante di lettere moderne, John Keating (l’attore Robin Williams) che spinge gli alunni ad accettare una metodologia e una filosofia d’apprendimento “innovativi”.

Ispirandosi al carpe diem di Orazio, ai versi di Thoreau (“Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza, in profondità, succhiando tutto il midollo della vita”), a quelli di Pitts (bisogna cogliere “la rosa quando è il momento / che il tempo lo sai vola / e lo stesso fiore che sboccia oggi / domani appassirà”), i ragazzi sono invitati a “non uniformarsi al gregge” e a “scoprire se stessi”, ma, come ha spiegato il critico Franco Olearo, il professor Keating «manca di trasmettere il valore di alcuni principi assoluti irrinunciabili» e, nel complesso, il film «appare molto manicheo: i bravi e i sensibili da una parte, i cattivi e gli inflessibili dall’altra» (https://familycinematv.it).

Così il regista oppone il preside e gli altri professori che si ispirano al motto “Tradizione, Onore, Disciplina, Eccellenza” ai giovani ragazzi che sono invitati a non reprimere i propri impulsi e a “ragionare” con la loro testa dallo stesso Keating (informale nel vestire, irriverente nel parlare), declamatore di poesie e convinto istigatore all’edonistico principio del “succhiare tutto il midollo della vita”.

Quando il sensibile Neil, avversato dal padre che non gradisce il suo impegno teatrale, si suicida, i nodi vengono al pettine. Keating viene mandato via, anche se acclamato da quel “Capitano, Mio Capitano” che dà voce alla manifestazione di solidarietà degli studenti plagiati dal suo metodo.

Gli insegnamenti di Keating presentano molte falle perché non suggeriscono i principi ideali a cui ispirarsi nella vita.

Il film, che regala momenti di grande intensità emotiva, è un prodotto furbo e demagogico, che con il suo dolciastro sentimentalismo ricatta lo spettatore, costringendolo a schierarsi con il carismatico Keating e i ragazzi “anticonformisti”.

L’alternativo professore, umanamente parlando, possiede tutte quelle caratteristiche che non possono non renderlo un idolo. Anche il gesto, che abbiamo fatto sperimentare, del far salire in piedi sui banchi gli studenti per vedere le cose da una prospettiva entusiasma.

Ma dal “suo” stile educativo emergono: un certo nichilismo (“l’uomo non è che cibo per i vermi, il suo destino è di diventare freddo come il marmo ed essere concime per i fiori”); una buona dose di superficialità; una certa contraddittorietà rispetto alla tanto declamata necessità di guardare le cose in profondità e da angolazioni diverse, perché l’orizzonte che Keating offre ai ragazzi è l’assurdità, il non-senso.

Se pensiamo che letterati e filosofi, anche non credenti, si sono seriamente impegnati per cercare un senso alla vita, Keating fa esattamente il contrario: sprona sì i suoi ragazzi a vivere fino in fondo l’esistenza ma li priva della ricerca dei perché della vita.

La “pedagogia” de L’Attimo fuggente non riesce a trasmettere ai ragazzi le virtù della fortezza e del coraggio dinanzi alle difficoltà, della determinazione e della tenacia nelle lotte della vita (tanto che Neil arriva al suicidio vedendo la morte come la via d’uscita migliore).

Keating, nella sua concezione antropologica, affida poteri salvifici ai sogni. Ma il sogno, che è molto diverso dall’ideale, è sinonimo di illusione e pretesa sulla realtà. «Ideale e utopia non sono la stessa cosa – ricordava il grande sacerdote ed educatore don Luigi Giussani (1922-2005) –.Sogno e utopia nascono dalla testa, dalla fantasia. Invece l’ideale è il centro della realtà. L’ideale è quella soddisfazione verso cui ti lancia il cuore, qualcosa di infinito che si realizza in ogni istante. […] Ogni vero ideale richiama Dio. L’ideale si distingue dal sogno perché nasce dalla natura, nasce nel cuore dell’uomo. Perciò non tradisce. Seguilo, non ti tradirà. Sogno e utopia ti portano via dalla vita» (https://it.clonline.org).

La coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori dovrebbe far emergere in tutti che nell’essere umano c’è una ferita, il peccato originale. Il trascurare ciò può aprire il varco a una concezione onnipotente, ipertrofica ed egoistica dell’io e delle sue possibilità.

Il registra Weir, inoltre, identifica famiglia e scuola come delle sovrastrutture totalmente negative. Poteva mettere in luce le contraddizioni rispetto alla loro funzione naturale, ma si è spinto oltre arrivando a rappresentarle come strutture di potere, di ingabbiamento dell’io, di frustrazione, stravolgendone la loro vera identità.

Mentre prima il gruppo di amici si ritrova in gruppi di studio, si organizzava, ognuno portava la propria abilità in una materia particolare, si vivevano momenti di vita quotidiana in comune (a pranzo, nelle camere del college ecc.), ci si confrontava, ci si imitava, insomma si cresceva, dopo l’arrivo del professor Keating il gruppo si ritrova in una caverna, si rifugia nella sessualità, nel fumo, nell’alcool.

Così tra gli esiti più prevedibili di una pedagogia-antropologia alla Keating possiamo mettere in conto un vitalismo irrazionale, la perdita della percezione del tempo (per soddisfare il solo desiderio presente), la pretesa nei confronti della realtà e la conseguente fragilità psicologica di fronte alla delusione e al male.

«Dal momento in cui è diventato usuale affermare che noi siamo gli unici artefici della nostra esistenza – ha scritto il già citato fondatore del movimento Comunione e Liberazione -, una tale follia ha coinciso coll’uccidere la parola destino con cui la parola Dio si identifica. E soltanto se c’è un destino l’istante ha corposità, è valore, e funzione di qualcosa. In caso contrario […] la vita diviene una serie di occasioni perdute, un rimpianto di ciò che non è stato e che avrebbe potuto essere» (Luigi Giussani, La coscienza religiosa nell’uomo moderno, Jaca Book, Milano 1985, p. 43).

Quando ciò che conta è vivere emozioni, sentimenti, non la verità di ciò che si vive, la vita diventa una continua rincorsa a consumare emozioni sempre più forti, come vediamo ai nostri giorni nella cultura dello sballo a tutti i costi. In questo L’Attimo fuggente è stato davvero profetico!

L’autonomia e l’indipendenza dei ragazzi sono certo importanti mete educative da perseguire, ma perché questo accada è necessaria una compagnia adulta, autorevole, che solleciti la responsabilità del ragazzo, lo spinga a confrontarsi con una proposta precisa.

I valori proposti ne L’Attimo fuggente, invece, sono quelli di libertà delle azioni umane spinte dall’istintualità. Valori atei legati alla sola vita terrena.

Superando in chiave cristiana e dunque pienamente umana la prospettiva del personaggio Keating, è da proporre un piano educativo che si fondi: sul superamento del nichilismo; sul cercare di conciliare le varie discipline scolastiche con “i perché fondamentali della vita”, dando così la giusta prospettiva ad ogni scienza positiva; sul superamento dei sentimenti passeggeri edelle emozioni a vantaggio dei criteri di verità, giustizia, amore e felicità; sul prendere atto che c’è nell’essere umano una ferita originale che non si può trascurare.

L’ordine, il silenzio, il rispetto, la disciplina, hanno i loro aspetti positivi. Se è da stigmatizzare il rapporto freddo e formale degli insegnanti con i loro alunni, tuttavia in una classe scolastica applicare le minime regole di buona educazione è assolutamente necessario. La scuola è un ambiente che educa. Se è vero che la conoscenza non è un semplice passaggio nozionistico, tuttavia anche nozioni e dati sono importanti.

Scuola e famiglia, che nel film sono intenzionalmente rappresentate negativamente, quasi come una caricatura, tali da suscitare antipatia e da giustificare qualsiasi ribellione nei loro confronti, nella realtà sono due agenzie educative insostituibili, senza le quali masse di giovani crescerebbero senza saperi e privi di molte e diversificate esperienze, alcune buone altre cattive, tutte importanti per il proseguo della vita. Una sana pedagogia non può basarsi sulle emozioni. È necessario far capire la verità di ciò che si vive!

 

In Il Corriere del Sud n. 1,
anno XXX/21, p. 3

 


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