Il razzismo? Cosa da laicisti e neocomunisti


DAL DARWINISMO LAICO E POSITIVISTA A MARX FINO AL BLACK LIVES MATTER,COME SI E’ EVOLUTO L’ODIO PER IL DIVERSO

Di Pietro Licciardi

Se volessimo individuare un momento nella storia in cui è nato il “razzismo” dovremmo partire dal positivismo ottocentesco, e da quando le ipotesi evolutive del signor Darwin – probabilmente indipendentemente dalla sua volontà – furono applicate anche all’ambito sociale e politico.

Le leggi dell’evoluzione: lotta per l’esistenza, selezione naturale, sopravvivenza del più dotato, vennero estese dal mondo animale al mondo umano e nell’epoca della più intensa espansione coloniale il darwinismo sociale fu l’ideologia con la quale si giustificò la conquista dei popoli “primitivi” e “incivili” da parte dei popoli “civili” ed “evoluti”.

All’evoluzionismo si associò l’etnocentrismo, ossia la pretesa che una civiltà, i suoi valori e costumi, costituiscano un criterio di riferimento unico per giudicare ogni altra civiltà. Questo pregiudizio etnocentrico demonizza le differenze e cerca di unificare l’umanità nel modello scientifico e tecnologico dell’europeo occidentale, laico e colto, del XIX secolo. Le razze “inferiori” e “selvagge” costituivano dei gradini precedenti l’evoluzione a cui invece sarebbero giunte le razze “superiori” e per questo più adatte e legittimate a dominare; quindi la colonizzazione diventò un dovere etico e religioso.

Da teoria “scientifica”, in un mondo sempre più scristianizzato, il razzismo è poi diventato un comportamento diffuso, di cui possiamo individuare due varianti pratiche. La prima è il razzismo “di assimilazione”, la cui pretesa è di esportare ovunque il modello di sviluppo proprio di una civiltà. In pratica tutte le razze non-europee vanno assimilate nella maggior misura possibile allo stile europeo o americano di vita – american way of life –fino all’omologazione, ossia la fine di ogni differenza. La razza inferiore è accettata, aiutata e protetta nella misura in cui si assimila e si disintegra nella cultura della razza superiore. La conquista coloniale, con i suoi sfruttamenti territoriali ed economico-industriali mirava proprio a questo. Un altro esempio è lo sfruttamento da parte dei paesi più industrializzati della manodopera meno costosa dei paesi più poveri.

La seconda variante è il razzismo “di esclusione”: ogni razza ritiene di dover mantenere la propria identità e di evitare ogni mescolanza come nociva. Fu questo l’intento di Hitler, il quale progettò dapprima di deportare tutti gli ebrei in Madagascar e di sterilizzare quelli eventualmente rimasti in Germania oltre ad impedire matrimoni e accoppiamenti misti, per optare infine, come noto, per una soluzione ben più radicale

Come dovrebbe essere facile comprendere il razzismo germinato dall’evoluzionismo sociale – a sua volta generato dalle teorie evoluzioniste che devono il loro successo, nonostante siano ancora a dir poco scientificamente molto incerte, al fatto che cadono a fagiolo per negare l’esistenza e l’azione di un Dio Creatore – costituisce un notevole arretramento e imbarbarimento della società positivista e laica dei secoli XIX e XX rispetto alla civiltà cristiana nata nel corso dell’”oscuro” medioevo, secondo la quale «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più né uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal. 3,28). E infatti , mentre gli “illuminati” e laicissimi conquistatori europei dilagavano in Africa, Asia e Americhe per “civilizzare” le popolazioni locali arrivando a sterminarle se si fossero mostrare poco propense a sottomettersi, al contrario i missionari cattolici ovunque arrivavano si mettevano subito al lavoro per comprendere e parlare la lingua, conoscere gli usi e costumi locali allo scopo di lasciare che gli indigeni potessero spontaneamente predisporre la mente e il cuore all’accoglienza della Parola di Dio.

Soprattutto là dove arrivavano i cattolici non c’era né segregazione né aparthaid ma multiculturalismo e meltingpot, per usare due termini che oggi piacciono tanto ai sedicenti antirazzisti. Un esempio per tutti: la popolazione creola del sudamerica generata dall’unione tra spagnoli, portoghesi, indios e africani: cosa impensabile nell’India vittoriana o negli Stai Uniti di gran parte del XX secolo, ad egemonia bianca, protestante e anglosassone.

Oggi il termine “antirazzismo” è diventato soprattutto per la sinistra un mantra semantico che tuttavia rivela gli stessi cromosomi dell’intolleranza razzistica. Lo “sporco razzista” è diventato il capovolgimento simmetrico dello “sporco negro”, che dovrebbe nascondersi, scappare via, in quanto non è un essere umano. Del resto ciò è perfettamente in linea con il marxismo. Marx era contro il razzismo biologico, ma esprimeva un intransigente razzismo sociologico, in quanto la lotta di classe è tra due “razze” nemiche, quella dei borghesi e quella dei proletari, e l’esito della dialettica storica è lo sterminio dei primi da parte dei secondi.

Ma anche l’odierno “antirazzismo”, compresa la versione violenta e fanatica del Black lives matter (Blm), non è nient’altro che una prosecuzione, aggiornata, della lotta di classe. In diverse occasioni e sui social le co-fondatrici del Blm, Patrisse Cullors e Alicia Garza – le quali si sono dichiarate «marxiste provette» – non hanno fatto alcun mistero del loro programma di distruggere l’America, rovesciando l’attuale società “razzista” per sostituirla con un’altra egualitaria e socialista, che abbracci tutte le identità e tutti i gruppi “oppressi”, includendo classe, identità di genere, orientamento sessuale e migranti.

Ancora una volta tornano alla mente le parole di Maria, la quale a Fatima avvertì che senza una conversione gli errori del comunismo avrebbero infettato tutto il mondo. Ebbene, la conversione non c’è stata e l’ideologia più nefanda della storia sta dilagando in tutto l’Occidente, anche se oggi ha assunto le sembianze dell’ambientalismo, dell’immigrazionismo, del globalismo e, appunto, dell’antirazzismo.

 


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