Ma la Chiesa cattolica è di destra o di sinistra?


DOMANDA MAL POSTA PERCHÉ LA CATHOLICA CONCRETIZZA LA SUA MISSIONE SOPRANNATURALE NELLA DSC…

Di Umberto Spiniello

Visto che istanze del mondo cattolico vengono rappresentate storicamente dagli schieramenti di destra o di centrodestra, risulta interessante chiederci il perché. Ma prima di scoprire la reale motivazione dobbiamo comprendere cosa c’è dietro il concetto di destra e sinistra.

Storicamente si fa risalire questa terminologia alle assemblee degli Stati generali di Parigi del 1789 e, dopo la Rivoluzione francese, al nuovo organo di potere di transizione composto da nobiltà, clero e Terzo stato. Alla destra del re chiamato a presiedere le riunioni si sistemano i conservatori, i sostenitori della monarchia e dell’Ancien Régime (o Antico Regime). Alla sinistra del Re i rivoluzionari e i radicali. Al centro della sala gli aderenti ad una posizione intermedia-moderata.

Si delineano così le terminologie politiche e ideologiche che sussistono ancora oggi.

Anche se nel corso dei secoli questi due schieramenti hanno mutato notevolmente i loro contenitori valoriali e ideologici, l’identità strutturale di entrambe le ideologie si radicano in alcuni elementi fondamentali e ben distinti.

La sinistra storicamente si rispecchia nella ideologia progressista che identifica coloro che sostengono il primato dei c.d. diritti civili, da acquisire però tramite riforme progressive anziché tramite una rivoluzione. Il progressismo sostiene la possibilità di un’evoluzione della società anche in senso antropologico, derivante dall’illuminismo e dal materialismo.

La destra propone una visione “conservativa” o, piuttosto, realistica della società. In pratica i conservatori si rispecchiano nella legge naturale, sono intransigenti in tema di ordine sociale e legalità e nutrono un particolare rispetto per religione, famiglia e libertà economiche, opponendosi a progetti utopistici di società perfette.

Una distinzione molto efficace tra le due ideologie ci arriva dalla filosofia, secondo la quale il reale discrimine tra destra e sinistra è evidenziato dal diverso approccio sul tema delle diseguaglianze. Per la sinistra le diseguaglianze derivano dalla società e sono intrinsecamente negative e, quindi, vanno eliminate sic et simpliciter. Per la destra, invece, non tutte le differenze sono di natura sociale e non tutte sono negative, perché esistono differenze di ordine naturale che, pertanto, non sono da eliminare.

Questa distinzione identifica il nocciolo della questione destra/sinistra, in quanto delinea da un lato una visione puramente materialistica della realtà dall’altro una completamente alternativa che contempla i concetti di metafisica o, almeno, di trascendenza.

Risultano adesso evidenti le motivazioni per cui gli schieramenti di destra o di centro destra storicamente si fanno carico almeno nominalmente delle istanze di tipo cristiano mentre gli schieramenti di sinistra spesso combattono quelle stesse istanze.

Ma per tornare alla domanda iniziale, la Chiesa cattolica è di destra?

La risposta è certamente NO. La Catholica non segue le ideologie sociali o economiche ma concretizza la sua missione soprannaturale nella Dottrina sociale della Chiesa (DSC), costituita da una serie di insegnamenti e documenti che, da Leone XIII in poi (ma anche prima), propongono verità di natura evangelica calati nella realtà sociale, politica ed economica.

La DSC precisa che non esisterà mai coincidenza perfetta tra il Magistero della chiesa ed un programma sociale, politico o economico. La Chiesa stessa fissa alcuni criteri fondamentali che servono sia per intraprendere un impegno politico attivo sia per orientare una semplice preferenza di voto.

Nella Lettera apostolica Octogesima Adveniens (14 maggio 1971) San Paolo VI illustra al numero 26 cosa i cattolici proprio non possono votare: «il cristiano non può, senza contraddirsi, dare la propria adesione a sistemi ideologici che si oppongono radicalmente o su punti sostanziali alla sua fede e alla sua concezione dell’uomo: né all’ideologia marxista, al suo materialismo ateo, che nega ogni trascendenza all’uomo e alla sua storia,  né all’ideologia liberale che ritiene di esaltare la libertà individuale sottraendola a ogni limite».

Papa Benedetto XVI, nel suo magistero indica invece una strada propositiva come riferimento, per un impegno dei cristiani nella politica e nella società. Parliamo dei famosi “valori non negoziabili”, ovvero difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale, la tutela della famiglia naturale del matrimonio, la promozione della natalità, la libertà educativa e il primato genitoriale sullo Stato e su ogni altra autorità civile. Questi riferimenti risultano ad oggi una pietra miliare per orientarsi nella moltitudine delle proposte politiche e per sostenere in coscienza uno schieramento politico a rappresentare le istanze del mondo cattolico.

Operata la distinzione tra i concetti di destra e sinistra, illustrate le motivazioni storiche e ideologiche che sottendono la maggiore sensibilità delle destre nei confronti delle istanze di natura religiosa e morale, occorre precisare come non sempre la relazione tra politica e religione sia positivo o da incoraggiare.

Il rapporto tra politica e simboli religiosi è antico e non di rado nel corso della storia la politica ha utilizzato strumentalmente la religione (talvolta viceversa). Spesso in questo contesto viene anche citato a sproposito il concetto di laicità che è un concetto evangelico: San Matteo riporta nel “suo” vangelo, al capitolo 22, un significativo episodio sintetizzato nella nota domanda rivolta a Gesù: «Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Il Signore, conoscendo la malizia degli ebrei che volevano tendergli un tranello, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”» (Matteo 22,21).

La separazione ed indipendenza del potere religioso da quello temporale, non è un concetto filosofico né ideologico, ma rappresenta una libera scelta sociale che orienta l’organizzazione giuridica di uno Stato. Questa separazione non comincia con la storia delle società umane poiché il mondo antico non conosce tale distinzione. È con il cristianesimo che si comincerà a discutere sulla possibilità di uno Stato laico. Questo grazie alle stesse parole di Gesù nel brano evangelico appena citato. È in osservanza a questo insegnamento cristiano che la Costituzione della Repubblica italiana, fra l’altro, afferma: «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani» (art. 7).

La laicità quindi, non è assolutamente da intendere come una sorta di riduzione della religione a fatto privato, estromettendola da tutti gli ambiti della società. Al contrario, come afferma la nostra Costituzione, la laicità garantisce la piena indipendenza e sovranità di ambedue le “parti”. Quando parliamo di laicismo, quindi, intendiamo una politica e una legislazione che conducono progressivamente all’anticlericalismo e all’ateismo di Stato.

Negli ultimi decenni, in molte realtà statali e non, nazionali ed internazionali, assistiamo al libero sfoggio, persino nell’esercizio delle funzioni pubbliche, di simboli religiosi come ad esempio il velo per le donne islamiche impegnate in politica o il turbante e il pugnale per i Sikh, comunità religiosa e politico-militare dell’India, fondata nel Punjab da Nānak (1469-1538), diffusa in Italia da almeno 30 anni (attualmente si contano circa 60.000 fedeli presenti nel nostro Paese).

Con tutt’altro fine e significato, anche in diverse democrazie del mondo si contemplano cerimonie istituzionali con l’utilizzo della Bibbia o la presenza di sacerdoti, vescovi o pope(questi ultimi, nella Chiesa greco-ortodossa, sono parroco o sacerdoti del clero secolare).

Detto ciò risulta contrario alla DSC (oltre che sgradevole e immorale) strumentalizzare i simboli religiosi al solo fine di estendere il consenso o il proprio bacino elettorale, specie se poi non si rappresentano al momento giusto le istanze dei propri elettori.

In conclusione, occorre fare attenzione all’utilizzo che i leader politici, specie quelli di destra o di centrodestra fanno o pretendono di fare, dei simboli religiosi. Ma non perché tale uso realizzi una mancata osservanza della laicità dello stato. Difatti il fastidio che una parte della società può avere nel solo vedere tali simboli o sentir parlare di valori morali e di legge naturale in politica (cosa del tutto lecita) non deve interferire con il lecito ancoraggio culturale e religioso cui non pochi politici contemporanei (grazie a Dio!) ancora richiamano. La cultura occidentale affonda le sue radici nella cultura giudaico-cristiana ed è la Bibbia, come visto, che ha codificato i principali riferimenti morali dell’Occidente. Il Vangelo ha ispirato le principali istituzioni sociali divenute il cardine delle società occidentali: dalle cure sanitarie alla scuola, dalla concezione della pena al welfare.

L’illusione di epurare dal linguaggio politico i concetti di natura trascendente come ad esempio il senso della vita e di bene comune, resta quindi un’operazione improponibile. Censurare i concetti morali o religiosi in questi termini, soprattutto in Occidente, si tradurrebbe, come stiamo in parte vedendo, in un attacco ai soli simboli del cristianesimo, fenomeno che viene drammaticamente identificato con quello di cristianofobia.

 


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