Piergiorgio Odifreddi e le ovvietà su Dante Alighieri


I MATEMATICI CHE NON CAPISCONO LA POESIA

Di Francesco Bellanti

Si può confutare la grandezza di Dante? È veramente desolante vedere come atei dichiarati, accademici, intellettuali e matematici come Piergiorgio Odifreddi si interessino tanto di religione e intendano con i loro libri confutare l’esistenza di Dio, decadendo nel ridicolo di una pseudoscienza da rotocalco, nella crassa ignoranza e nella confusione delle discipline.

Quando parlano di letteratura, poi, rischiano di apparire banali.

In un suo articolo sul quotidiano Domani del 25 marzo su Dante il matematico ha scritto che “Dante non è poi così sommo – Ma non ditelo ai dantisti”, a proposito della polemica scatenata, non per sua volontà, sul Frankfurter Rundschau da uno studioso tedesco, Arno Widman, il famoso matematico non fa altro che inanellare una serie micidiale – per lui – di banalità.

Che cosa afferma Odifreddi? Afferma che quando Dante morì mancavano tredici canti del Paradiso e che i figli avrebbero completato la cantica. È una cosa inverosimile perché i più grandi dantisti hanno da decenni confermato – sulla base di motivazioni stilistiche e concettuali –che l’intero poema è opera di Dante. Non è da prendere nemmeno in considerazione, poi, la balzana idea che l’insegnamento della Divina Commedia sia stato imposto nelle scuole perché costituisce un surrettizio complemento dell’ora di religione.

È vero, invece, come peraltro lo stesso Odifreddi riconosce, che la lettura di Dante viene è obbligatoria già nel 1860 e l’ora di religione solo dopo il 1929, e che non è assolutamente vero che insegnamento di Dante e ora di religione si sostengono a vicenda, anzi, spesso sono in contrasto tra di loro. Per esempio, interpretazioni come il Limbo, la visione di Dio come esperienza mistica, la rappresentazione fisica dell’Aldilà che nessun poeta cattolico prima aveva mai fatto, l’invenzione del Purgatorio, la visione politica, la concezione pauperistica e quasi eretica del francescanesimo.

Altra banalità: solo nel Risorgimento e nel Romanticismo Dante diviene poeta di riferimento della letteratura italiana, canonizzato da Francesco de Sanctis nella sua storia della letteratura italiana del 1870. E certo, lo sanno anche i bambini delle elementari, ed è stata una fortuna questa riscoperta di Dante, perché l’Umanesimo e il petrarchismo di Pietro Bembo avevano “fossilizzato” la lingua italiana e impedito la sua evoluzione, come invece era accaduto in altre grandi lingue europee, come l’inglese, il tedesco, il francese, e mentre la storia andava avanti e la società italiana progrediva la lingua era sempre la stessa.

Ma non si deve mai dimenticare che Petrarca segue la lezione del Dante stilnovista, se non nei contenuti, certamente nella lingua.

Dante uomo del Medioevo

Dunque, Dante non era solo un verseggiatore da osteria, per dirla con Ser Petracco. Poi, dice il matematico, il mondo fisico e intellettuale di Dante è anacronistico. Che cosa si pretende, che Dante ci parli della fisica dei quanti o della relatività generale? Via, Odifreddi, Dante è un uomo del Medioevo, e la sua grandezza consiste anche nell’avere presentato in modo mirabile in una sola opera la filosofia di Aristotele, la scienza di Tolomeo e la teologia di Tommaso d’Aquino. Ne consegue che il nostro amico logico esalta la novità del Rinascimento e di Ariosto, ma va’ che acume!, e addirittura il platonismo che ha affossato la Scolastica e l’aristotelismo.

Ammazza che lezione! Continua l’imperterrito Odifreddi nella sua invettiva dicendo che ammannare la visione dantesca agli studenti di ogni ordine e grado è un insulto alla loro intelligenza, come se i docenti (uno di questi sono stato io per quarant’anni) avessero avuto come obiettivo questa bestialità e non invece quello di fare immergere gli studenti nella meravigliosa poesia di Dante, mah! E parla ancora il saggista tuttologo di Riforma, di Controriforma, e risparmiamo ai nostri lettori l’interpretazione letterale, allegorica, morale o anagogica – come Dante voleva che si leggesse il suo testo -, lezione che anche il più scarso dei liceali conosce a memoria e che serve soprattutto per inquadrare l’opera di Dante dal punto di vista storico e non per gustare la sua mirabile poesia.

E meno male che il divulgatore di non si sa che cosa ha dimenticato di parlare della visione politica di Dante – forse che magari la sconosce? – che ovviamente era arretrata anch’essa, perché Dante non era uscito dall’Italia e non aveva potuto conoscere la realtà delle nascenti grandi monarchie nazionali – Francia, Inghilterra, Spagna – ed era rimasto ancora legato alla lotta dei due poteri, temporale dell’Imperatore e spirituale del Papa, e al loro equilibrio per governare il mondo. E non concepiva l’Italia fuori da questi due poteri.

Dante genio immenso, contemporaneo

Caro Odifreddi, sappiamo bene che le idee di Dante sono quelle di un tempo che non è più il nostro, ma Dante è poeta grandissimo e non sono da ricordare solo alcune sue parole ma tutte le sue opere, perché egli ha saputo interpretare le passioni umane e i sogni delle generazioni di ogni tempo. E queste non cambiano mai. Dante è poeta immortale ed universale perché il suo genio immenso comprende tutto: storia, letteratura, politica, filosofia, religione, esoterismo, simbologia numerica, allegoria, lo spazio e il tempo. Perché egli è tutto, il mistico, la guida, il viaggiatore folle verso la purezza, il poeta e il profeta chiamato dall’alto per salvare l’umanità, lui, simbolo e realtà, l’eterno errante, il pellegrino sempre in cammino, il riformatore religioso e civile, l’eterno viandante dell’Aldilà.

La sua statura poetica e intellettuale è gigantesca, intimorisce. Per talune difficoltà linguistiche e concettuali, Dante è un poeta che chiede intelligenza e impegno (forse quelle che non vuoi dare tu), soprattutto nel Paradiso, dove il suo genio dilaga oltre i limiti della letteratura di fantasia e d’immaginazione.

La Divina Commedia è un’opera sterminata. Egli è tutto. Nessun poeta, forse, ebbe mai una così smisurata vastità e ricchezza di pensiero e di immaginazione. Forse, solo John Milton fu smisuratamente orgoglioso quanto lui; forse, solo Shakespeare ebbe maggiore ricchezza nell’espressione verbale. Ma l’inglese moderno avrebbe assomigliato molto alla lingua che oggi si parla a Oxford anche senza Shakespeare, mentre il dialetto fiorentino di Dante è diventato la lingua degli italiani e di una delle più grandi civiltà del pianeta.

Dante è poeta nazionale, come Shakespeare, Goethe, Cervantes, Tolstoj, ma nessuna personalità sovrasta come quella di Dante, poeta che racchiude un’epoca sterminata come il Medioevo.

Dante è un genio perché abbraccia tutto il reale. Nessun poeta – antico o moderno – ha avuto una personalità così vasta e formidabile come quella di Dante: egli non lascia posto a nessun altro, egli occupa tutto lo spazio, egli occupa tutta la scena, tutto muta solo se lui muta. Dante è il poeta di ogni tempo. Dante è sempre un contemporaneo.

 


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ok .. però l’interpretazione definita ‘analogica’ andrebbe in realtà chiamata ‘anagogica’ …

Sì, è un refuso. Ho ripetuto l’errore di Odifreddi.