La “compagnia del risorto” e la speranza vittoriosa…


IL NON-RICONOSCERE GESÙ IMMEDIATAMENTE, SALVO POI “APRIRSI I LORO OCCHI”

Di Diego Torre

Un aspetto “curioso” nei testimoni della Resurrezione è il non-riconoscere Gesù immediatamente, salvo poi “aprirsi i loro occhi”. Eppure lo avevano visto; alcuni per anni erano vissuti al Suo fianco, in un rapporto in certi casi molto intimo e profondo. Evidentemente quel corpo risorto era molto diverso da quello precedente, e/o i loro occhi erano coperti da abbondanti fette di salame, che però improvvisamente cadono. Tralasciando gli apostoli e le apparizioni nel cenacolo, osserviamo l’esperienza di qualche altro testimone… minore.

Maria di Magdala

Maria rappresenta la Chiesa e ciascuno di noi; peccatrice  redenta, è un testimone importante. Nel duomo di Monreale è raffigurata sotto il Pantocratore; nella tradizione della chiesa orientale è reputata di pari dignità degli apostoli. Anch’ella ritiene che tutto è finito con la morte di Gesù in croce; ha perso ogni speranza come gli altri. Ma, stante ai Vangeli, è la prima a vederLo e si prende un amorevole rimprovero: “perché piangi? Chi cerchi?”(Gv20,11); un rimprovero rivolto alla Chiesa e a ciascuna anima che come la Maddalena ha perso ogni speranza a causa delle circostanze evidentemente avverse. Sarà la voce del maestro a svegliarla: “Maria!” e a darle mandato di annunziare la Resurrezione. Sarà la prima a farlo.

I due di Emmaus (Lc, 24)

In questi due possiamo ancor meglio identificarci; Cleofa e  l’altro sono discepoli “comuni”. Spaventati, in fuga, non sembrano avere particolari funzioni, né riceveranno da Gesù alcun particolare mandato. Dov’è Emmaus? Non si sa di preciso. Meglio! Può essere ovunque, soprattutto nel cuore di ciascuno. Il significato più evidente dell’apparizione è questo comune, apparentemente casuale, cammino fra i due e Gesù, con la loro stessa meta; e poi il fermarsi con loro. Egli è là per loro (non sono abbandonati!), anche se gli occhi del corpo sono “incapaci di riconoscerlo”. Erano tristi, ma la tristezza nasce dalla stoltezza; è per quest’ultima che anche a loro tocca un amorevole rimprovero: “Stolti e tardi di cuore”.

Gesù non si rivela subito; prima fa rinascere in cuore la speranza partendo dalla Scrittura («Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?»).  Poi si rivela nello spezzare il pane.  I due non erano presenti all’ultima cena; eppure “si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” soltanto da quel gesto. Anche in questo caso la voce del Verbo aveva prima fatto ripartire qualcosa che si era inceppato… e tornano di corsa a Gerusalemme; non più paurosi ma coraggiosi e gioiosi.

La speranza

Questi tre testimoni (ma potremmo annoverare anche gli apostoli e Tommaso in particolare), riconoscono Gesù quando la disperazione cede il posto alla speranza. La tristezza nasce dal vuoto di attesa, quando quella virtù è spenta; e ciò è da stolti. Quei due avevano dato limiti (politici) e condizioni alla realizzazione di quanto attendevano da Gesù.  Morto Gesù, morta la speranza (“noi speravamo…”), nonostante già sapessero che le donne al sepolcro avessero avuto “una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo.”

E’ la potenza della Parola di Dio che ci fa accorgere della presenza di Gesù. Egli è stato ed è sempre con noi, anche quando pensavano/pensiamo di averlo perso. E’ assolutamente vero che “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14.23). E se Dio dimora in noi “quis contra nos?” (Rm 8,31). ”la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?”(Rm8,35)? Ma a chi fanno paura? “in tutte queste cose noi siamo più che vincitori” [ma non ne siamo esenti; anzi…ndr].

Guardiamo oggi alla passione della Chiesa e dell’umanità;  alla confusione dilagante nella prima e alla perdita di ogni valore nella seconda. Alle eresie vincenti, alla esiguità delle vocazioni, alla calo della frequenza delle S. Messe, ai fedeli martirizzati. Ai bambini abortiti, alle famiglie distrutte, alle legislazioni anticristiane ed antiumane. E la tristezza volteggia come un avvoltoio sul nostro cuore. Ascoltiamo allora la Parola di Chi percorre il nostro stesso cammino come fu per gli ignari discepoli di Emmaus; e risvegliamo la nostra speranza. Paolo (Rm 4,18) parlando di Abramo dice: “contra spem in spem credidit”; ed in questo consiste la nostra nobiltà.

«L’uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza. E dalle sue attese l’uomo si riconosce: la nostra statura morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo» (Benedetto XVI, 28.11.2010).

 


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