25 Aprile, una festa da dimenticare o rifondare


LA “LIBERAZIONE” E’ UNA RICORRENZA SENTITA ORMAI DA UNA ESIGUA MINORANZA DI ITALIANI E NON POTEVA ESSERE ALTRIMENTI, CONSIDERATE LE OMISSIONI, E LE AMNESIE CHE DA SEMPRE ACCOMPAGNANO

Di Pietro Licciardi

Ancora una volta ci dobbiamo sorbire la retorica resistenziale e “antifascista” che accompagna il 25 Aprile, festa della liberazione. Una ricorrenza sentita ormai soltanto da una esigua minoranza e che ha completamente fallito il suo originale intento di elemento catalizzatore e rifondativo per l’intera nazione “risorta” dopo la dittatura fascista e la guerra. E non poteva essere altrimenti, considerate le omissioni, e le amnesie che da sempre accompagnano l’evento, di cui oltretutto si è appropriato in regime di monopolio una precisa parte politica, che con la “liberazione” ha ben poco a che fare.

Il 25 Aprile infatti è ormai diventato la saga di un certo sinistrismo militante, erede di quel comunismo che oggettivamente lottò si per liberare l’Italia dall’occupante nazionalsocialista e dalla dittatura ma per consegnarla ad un totalitarismo ben peggiore, quello dell’Urss stalinista e per farlo non si fece scrupolo di tendere agguati dallo scarso valore militare alle truppe tedesche e alle SS in ritirata ma che sicuramente avrebbero provocato sanguinose ritorsioni sulla popolazione civile, così come non esitò a collaborare con i partigiani di Tito nella pulizia etnica dell’Istria a spese di decine di migliaia di italiani finiti uccisi nelle foibe mentre altre centinaia di migliaia dovettero fuggire dalla loro terra e dalle loro case trovando sul loro cammino di esuli nelle città italiane quegli stessi comunisti ad insultarli. E non dimentichiamo le altre decine di migliaia di italiani assassinati dopo la fine della guerra perché accusati o solo sospettati di essere fascisti ma che in realtà rappresentavano un ostacolo all’avvento della futura e gloriosa rivoluzione bolscevica.

In questa categoria rientravano i sacerdoti e i seminaristi, come l’appena sedicenne Rolando Rivi, o i sindacalisti e attivisti cattolici come Giuseppe Fanin. Massacrati in tutto il centro-nord, specialmente là dove il Pci era più forte. Tutto è avvenuto con la complicità e la copertura del partito di Togliati, il “migliore”; lo stesso che scriveva a Stalin di ritardare il più possibile il rimpatrio dei soldati prigionieri dalla Russia, che nel frattempo continuavano a morire in Siberia, perché dopo aver conosciuto il paradiso sovietico una volta tornati in Italia non avrebbero certo votato per il fronte “democratico e popolare”.

Il 25 Aprile non è affatto la festa di tutti gli italiani anche perché sono in tanti ad avere buoni motivi per non esserne entusiasti. Ad esempio quei partigiani, cattolici, che hanno combattuto con onore e coraggio, rispettando civili e persino avversari ma di cui ben poco si parla, come ci si guarda bene dal ricordare episodi come l’eccidio dei militanti della brigata Osoppo, ammazzati dai loro colleghi “rossi” a Porzus.

A non condividere l’entusiasmo per la “liberazione” sono soprattutto i reduci della Repubblica sociale e il loro familiari; gente che per lo più fece la sua scelta – che solo col senno di poi si rivelò completamente sbagliata ma che per questo subiscono ancora l’ostracismo e l’odio degli “antifascisti”– per amore di patria, senso dell’onore e del dovere; esattamente gli stessi sentimenti che spinsero altri a seguire il re sabaudo divenendo “cobelligeranti” al fianco degli alleati. E da cobelligeranti risalirono la penisola versando il loro sangue per il tricolore. Ma di loro i giovani ormai non conoscono neppure l’esistenza.

Altri grandi dimenticati dal 25 Aprile sono le centinaia di migliaia di prigionieri detenuti in condizioni disumane nel lager nazisti, i quali condussero una eroicissima resistenza, scegliendo di continuare a vivere di stenti e a morire nei campi piuttosto che arruolarsi nell’esercito repubblicano di Salò. E sicuramente hanno ben poco da festeggiare i familiari dei 63 morti ammazzati dai tedeschi a Pedescala – e dei 19 trucidati nelle vicine frazioni di Forni e Settecà – che nel 2003, riuniti in un Comitato vittime civili, hanno rispedito al mittente la medaglia d’argento al valor militare assegnata nel 1983 al comune vicentino «per attività partigiana», da sempre definita dai paesani «falsa e bugiarda». Questi i fatti: il 30 aprile 1945, a guerra finita da cinque giorni, una colona di tedeschi in ritirata da Schio verso Trento cadde in un’imboscata tesale, nei pressi di Pedescala, da una formazione di partigiani. I tedeschi ebbero sette morti. La rappresaglia, crudele e spietata, scattò immediata. La carneficina durò tre giorni interi senza che i partigiani – e se ne contavano a migliaia là intorno – muovessero un dito per difendere la popolazione inerme. Spararono, insomma, e sparirono. Ma Pedescala non fu una eccezione.

Insomma, o rifondiamo una volta per tutte questa ricorrenza civile lasciando una buona volta da parte ideologia e retorica, oppure, per favore, lasciamo perdere e pensiamo ad altro. Ad esempio a come non ricadere in una dittatura forse ancora peggiore di quella da cui ci siamo “liberati” che aleggia sulle nostre teste di Italiani ed europei.

 


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