Napoleone fu il primo “Anticristo” della storia moderna?


LA VISIONE RELIGIOSA (SPIRITUALE E SOCIALE) DELL’IMPERATORE FRANCESE (ANCHE NELLA SUA VITA PRIVATA) E I SUOI RAPPORTI CON LA CHIESA CATTOLICA E CON I DUE PAPI CHE LA GUIDARONO NEGLI ANNI DEL SUO POTERE: PIO VI, CHE NEL 1798 I FRANCESI CACCIARONO DA ROMA E COSTRINSERO A MORIRE IN ESILIO, E PIO VII, CHE DI NAPOLEONE FU PRIGIONIERO DAL 1809 AL 1814.

Di Angelica La Rosa

“Ei fu. Siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore, / orba di tanto spiro. / Così percossa, attonita, / la Terra al nunzio sta…”.

Come canta Alessandro Manzoni nella sua ode Il cinque maggio, l’annuncio della morte di Napoleone Bonaparte, in quel mese del 1821, fece ovunque scalpore e, addirittura, scrive il poeta, turbò profondamente tutti. Come poteva essere che il personaggio che a lungo era parso più di un essere umano potesse spegnersi – peraltro relativamente giovane, a 52 anni – come un comune mortale? A quale cielo poteva far ritorno “tanto spiro”, cioè uno spirito vitale tanto energico ed efficace? Di lui, una volta emesso il respiro cui non segue più un altro (il “mortal sospiro”), restava solo il corpo, che sembrava aver già dimenticato (“immemore” e quindi inerte) tutto il suo gran darsi da fare per dominare la storia. Il potente testo del nostro massimo scrittore dell’era moderna, che non possiamo accusare né di scelta politica partigiana – con i suoi sentimenti e pensieri cattolici e liberali – né tantomeno di servilismo – essendo Napoleone all’epoca il grande sconfitto –, attira fin dai primi versi la nostra attenzione sull’anima dell’uomo più che sulla gloria del condottiero militare quasi sempre vittorioso e del sovrano obbedito e temuto da tutti gli europei della sua epoca.

Nell’ode, l’intenzione di Manzoni, piuttosto, è di narrare di una conversione tardiva, ma credibile. Anzi, più in profondità: di un disegno divino di salvezza che coinvolge, secondo lui, persino l’orgoglioso dominatore in esilio, ormai scosso dai dubbi sul proprio passato (“fu vera gloria?”): “Venne una man dal cielo, / e in più spirabil aere, / pietosa il trasportò… / E l’avviò, pei floridi / sentier della speranza, / ai campi eterni, al premio / che i desideri avanza, / dov’è silenzio e tenebre / la gloria che passò”.

Napoleone in paradiso? Manzoni ne è convinto. Leggiamo al completo i versi finali dell’ode e consideriamo attentamente la parafrasi, cioè la loro “traduzione” in prosa:
Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;
E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.
Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Ché più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.
“Ah, forse fra tanto dolore [per i ricordi del passato glorioso e ormai perduto] crollò il suo spirito e si disperò: ma arrivò potente una mano dal cielo, che lo condusse in una realtà più serena. E lo guidò, per i floridi sentieri della speranza, verso i campi eterni, alla beatitudine che supera ogni desiderio umano. Là dove la gloria passata non è che silenzio e tenebre [a confronto con la gloria e bellezza cui si partecipa in cielo]. Bella, immortale, benefica fede, abituata ai trionfi! Considera e registra anche questo tuo trionfo e rallegrati, perché nessuna personalità più grande di questa si è mai inchinata davanti alla croce di Cristo. Tu allontana dalle ceneri di quest’uomo ogni parola maligna: il Dio che atterra e rialza, che dà dolori e che consola, si è posto accanto a lui per consolarlo nel momento solitario della sua morte”.
Napoleone, in effetti, era stato battezzato e sappiamo che nell’imminenza della morte si confessò e ricevette il viatico. 

Manzoni pensa a questo, ma soprattutto ai lunghi momenti di solitaria meditazione dell’ex imperatore sugli scogli dell’isola di Sant’Elena, ore e ore a scrutare l’oceano, che doveva sembrargli immenso come la sua impotenza. Il poeta si dice convinto che in quei silenzi la meditazione sulla vanità del mondo – particolarmente efficace in uno dei suoi indiscussi padroni – abbia fatto breccia nel suo cuore e nella sua mente, portandogli la fede e quindi la speranza. In questo saggio ci occuperemo della personalità del grande uomo e cercheremo di avvicinarci, come possiamo, al mistero del suo spirito potente, visionario, volitivo.

Se fossimo poco istruiti circa la tradizione cristiana a proposito del giudizio finale sui singoli, riservato a Dio, e sul suo intrinseco mistero, potremmo proporre una domanda a Manzoni rubandogli e adattando una sua felice espressione: “Fu vera fede?”. Ma siamo prudenti, e non vogliamo decidere della “conversione” in extremis né di Napoleone Bonaparte né di un qualunque altro meno celebre mortale. Qui ci occuperemo piuttosto di una questione sulla quale un giudizio della storia può invece essere tentato: cosa provocarono Napoleone Bonaparte, la visione culturale e politica di cui egli si fece portatore, il suo ambizioso disegno di unificazione dell’Europa, il suo sogno di una pace universale (imposta con la forza…) nella coscienza dell’Europa e, di conseguenza, nel cammino della Chiesa?

Si disse di lui, lo vedremo, che era l’“Anticristo” e che sconfiggerlo avrebbe significato portare nel mondo un’epoca di armonia e di speranza ispirate ai valori cristiani e al Vangelo (uno dei suoi più importanti nemici, lo zar Alessandro I, lo ripeteva continuamente). Cosa possiamo dire di questo giudizio così radicale? E cosa possiamo imparare del mondo e dell’azione dello Spirito nella storia dal conflitto tra quest’uomo potente e la tradizione cristiana?

Per rispondere a questa domanda percorreremo la sua biografia: non per aggiungere una ricostruzione delle sue vicende alle tante – e in diversi casi ottime – già a disposizione del pubblico, ma per considerare, con sguardo vigile, prima la formazione, poi le scelte di vita, poi le ambizioni e i successi di un uomo importante sullo sfondo della sua epoca: un’epoca di cui faceva parte, ovviamente, anche la Chiesa, coinvolta prima con il cosiddetto Ancien régime, poi con la passione con cui i rivoluzionari sognavano di rinnovare il mondo e la stessa natura umana. Tratteremo poi di come queste due forze, il dominatore del mondo e la Chiesa, si scontrarono e quale fu l’esito del confronto.

Inizia con questo prologo il nuovo libro di Luca Crippa “Napoleone e i suoi due papi, La Chiesa alle prese con il primo ‘Anticristo’ della storia moderna”, (Edizioni San Paolo 2021, pp. 240, euro 22), uscito lo scorso 6 aprile.

Luca Crippa, consulente editoriale, saggista e scrittore di fiction e docu-fiction, cerca di ricostruire la vicenda napoleonica e offre una lettura del complesso rapporto che Bonaparte ebbe con la Chiesa del suo tempo e che, al di là delle sue intenzioni, trasformò in maniera definitiva il futuro delle relazioni tra Chiesa e Stato.

Crippa, apprezzato autore di libri di ricostruzione storica e sempre capace di far vivere un’esperienza di immersione in tempi affascinanti e più o meno noti, presenta qui un viaggio nei primi decenni del XIX secolo, così da proporre Napoleone non solo nel ruolo ben noto del condottiero, ma anche in quello incarnato del “primo Anticristo” dell’epoca moderna.

Il lettore sarà così accompagnato alla scoperta della visione religiosa (spirituale e sociale) dell’imperatore francese (anche nella sua vita privata) e, di conseguenza, dei suoi rapporti con la Chiesa cattolica e con i due papi che la guidarono negli anni del suo potere: Pio VI, che nel 1798 i francesi cacciarono da Roma e costrinsero a morire in esilio in Francia, e Pio VII, che di Napoleone fu prigioniero dal 1809 al 1814. Per la Chiesa, furono anni di aperta persecuzione, con la requisizione forzata di beni ecclesiastici, la dispersione di interi ordini religiosi, la chiusura dei conventi, la nomina di vescovi fedeli al sovrano francese.

Napoleone e i suoi due papi è il racconto di un’epoca storica le cui istanze non sono ancora completamente risolte e che, a duecento anni dalla morte dell’uomo che volle cambiare l’Europa
moderna (l’anniversario ricorre proprio oggi, infatti è morto a Longwood, Isola di Sant’Elena, il 5 maggio del 1821), ha ancora molto da dire.


Subscribe
Notificami
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments