La missione di Maria nell’economia della Salvezza: personaggi ed eventi dell’eresia nestoriana

La missione di Maria nell’economia della Salvezza: personaggi ed eventi dell’eresia nestoriana

NELLA STORIA DELLA CHIESA, FIN DAI PRIMI SECOLI, VI È SEMPRE STATO CHI, DALL’INTERNO, HA CERCATO (SENZA RIUSCIRCI) DI NEGARNE I FONDAMENTI E LE PRINCIPALI VERITÀ TEOLOGICHE. È STATO QUESTO IL CASO, FRA GLI ALTRI, DEL VESCOVO E TEOLOGO SIRIANO NESTORIO (381-451), LA CUI ERESIA CRISTOLOGICA, RESPINTA DAL CONCILIO DI EFESO (431), HA VISTO GRANDI PADRI DELLA CHIESA E DOTTORI, SU TUTTI CIRILLO DI ALESSANDRIA, TRARRE DAL MALE IL BENE DI UNO SVILUPPO E SISTEMAZIONE DEFINITIVA DELLA DOTTRINA SU MARIA COME “MADRE DI DIO”

Di Sara Deodati

L’eretico Nestorio nacque in Germanicia (Siria) nel 381 e studiò alla scuola di Teodoro di Mopsuestia ad Antiochia, prendendo i voti ed entrando successivamente nel monastero di Euprepio, vicino ad Antiochia. Morì nel 451 nell’oasi di El Kharga, presso Tebe.

Nell’aprile 428, fu scelto dall’imperatore Teodosio II (408-450) per diventare Patriarca di Costantinopoli come successore di Sisinnio, in un momento di lotta per la successione al seggio da parte dei due presbiteri, Filippo e Proclo.

Nestorio prese tanto a cuore il suo compito da impegnarsi attivamente nella lotta contro i vari eretici imperanti al tempo e presenti nella sua diocesi: ariani, macedoniani, apollinaristi, novaziani ed altri.

Nei confronti dei pelagiani mantenne invece un atteggiamento neutrale, proteggendo anzi profughi e fuggiaschi che, dopo la condanna del pelagianesimo nel 411 (Concilio di Cartagine) si erano rifugiati a Costantinopoli.

Nel 428 scoppiò la disputa circa quale fosse il termine preciso da attribuire alla Vergine Maria. Il termine theotòkos (in greco, Madre di Dio) era stato infatti difeso nel corso di un’omelia dal vescovo Proclo, che seguiva le indicazioni e la dottrina che erano state formulate nel precedente Concilio di Nicea (325), che aveva affermato la consustanzialità, cioè la stessa natura di Cristo e Dio Padre. Di conseguenza, si trattava di affermare la verità per cui Maria di Nazareth fosse sia la Madre di Cristo sia la Madre di Dio. Nestorio, che era presente, replicò che quel termine implicava il cadere nell’eresia di Ario, il quale aveva sostenuto che Cristo sarebbe stato il mirabile esempio di un uomo giunto alla perfezione mediante la sua santità ed il suo eroismo, privo quindi della divinità e della consustanzialità col Padre. Per questo, Nestorio propose di utilizzare il termine Christotòkos (Madre di Cristo) oppure quello di Theodòchos (che riceve Dio), a significare che in Gesù Cristo convivevano due distinte persone, l’Uomo e il Dio e Maria era madre solo della persona umana di Gesù. Nestorio era sostenitore dell’identità di natura (ousìa) e persona (hypostasis) e della immutabilità di Dio. Se Dio è immutabile, insomma, la sostanza umana e la sostanza divina non possono fondersi; se a ogni sostanza deve corrispondere una persona, allora in Cristo vi sono due persone distinte, una divina e una umana, con una attività comune.

Il termine theotòkos, per Nestorio, poteva significare che la natura umana di Cristo era stata annullata da quella divina. Egli era, infatti, convinto che esistessero due persone separate nel Cristo incarnato, l’uno Divino e l’altro umano, cioè le due nature erano solo congiunte, mentre negò che ci fosse una unione ipostatica fra le due nature, come affermato dalla scuola alessandrina. Diversamente dai teologi di Antiochia di scuola aristotelica, che mettono in risalto l’umanità di Cristo e l’unione delle sue due nature, rimaste integre in una sola persona, la scuola alessandrina che si rifà a quella platonica, parte dalla divinità di Cristo e dall’unità di persona nel Verbo che esiste dall’eternità e che si incarna alla fine dei tempi.

Nestorio proveniva da Antiochia, una città molto importante della Siria. La scuola di Antiochia era più semitica, più concreta, non erano tendenti alla filosofia, ma alla realtà, alle cose che si possono toccare e vedere, amavano il senso letterale della Scrittura, davano maggiore peso alla natura umana di Cristo vedendo quindi Gesù più come uomo che come Dio (era quindi impensabile per Nestorio che una donna avesse potuto generare Dio che era eterno).

La scuola di Alessandria amava molto di più la filosofia, leggevano la Scrittura per cercare di scoprirne un senso nascosto, curando molto la meditazione e la preghiera.

I primi a protestare furono Eusebio vescovo di Quinnasrin ed i due ex pretendenti al seggio di patriarca, Filippo e, ovviamente, Proclo, parte in causa. Così alla fine del 428 l’eco della controversia giunse ad Alessandria, dove il vescovo Cirillo si affrettò a difendere la legittimità del termine theotòkos davanti ai vescovi suffraganei. Il vescovo di Alessandria contestò tenacemente Nestorio (e il suo maestro Teodoro di Mopsuestia, vero autore della dottrina), accusandolo di duofisismo (cioè di sostenere la doppia natura di Cristo). Combattendo Nestorio, si oppose all’espressione di Maria madre di Cristo sostenendo quella di Maria madre di Dio perché equivaleva ad affermare che in Cristo è una sola persona, quella del Figlio di Dio: «Siccome la Vergine generò secondo la carne Dio unito personalmente alla carne, diciamo che ella è madre di Dio, non nel senso che la natura del Verbo prese dalla carne l’inizio della sua esistenza ma nel senso che, avendo il Verbo assunto personalmente la natura umana, accettò di essere generato dal suo seno secondo la carne» (Cirillo di Alessandria).

Le due nature, divina e umana, sono in Cristo indipendenti e non confuse in una sola persona divina: allora, possono predicarsi della persona divina di Cristo tutte le proprietà della natura umana e dire anche che Dio nasce, patisce e muore. Se dunque si può dire che Dio nasce, allora Maria è madre di Dio.

Dapprima gli inviò una lettera con richiesta di chiarimenti, ma Nestorio, come Cirillo, aveva un carattere vivace e suscettibile e, così, la sua risposta fu di imparare la moderazione cristiana, iniziando una vera e propria campagna in favore della propria tesi cristologica, informando della disputa Papa Celestino (422-432) con una lettera che descriveva le teorie degli avversari come ariane e apollinariste. Dal canto suo Cirillo di Alessandria fece redigere un’antologia di sermoni di Nestorio, con traduzione latina a fronte, che fece avere a Celestino, il quale la trasmise a sua volta a Giovanni Cassiano, il più noto teologo dell’Occidente. Quest’ultimo compose quindi il trattato De incarnatione Domini contra Nestorium, respingendo le teorie nestoriane senza offrire però una adeguata confutazione. Nel 430 Cirillo inviò una seconda lettera a Nestorio, pregandolo di applicare con «somma cura le parole della dottrina per rimanere fedele al credo», conservando gli insegnamenti dei Padri. Nestorio ribadì il suo rifiuto di usare il termine theotòkos, perché poteva suscitare l’idea che anche la natura divina sarebbe nata, morta e risorta e questa possibilità ispirava in lui orrore, essendo un’affermazione degna di eretici come Ario e Apollinare.

In tutta questa disputa, i fatti non si presentavano particolarmente favorevoli, per varie ragioni, a Nestorio. Innanzitutto, le sedi di Alessandria e Roma si erano unite contro il potere e prestigio delle sedi di Costantinopoli e Antiochia. Cirillo aveva dalla sua parte le due donne più potenti dell’impero, vale a dire la sorelle e la moglie dell’imperatore, sebbene anche Nestorio cercasse invano di garantirsi la protezione della famiglia imperiale redigendo una serie di saggi teologici. Inoltre, il citato scritto anti-nestoriano De incarnatione Domini ebbe notevole diffusione in Occidente, essendo tenuto in gran considerazione nei maggiori circoli. Come già detto, Nestorio proteggeva i pelagiani che erano residenti in città ed anche questo non depose molto a suo favore. Infine, c’è da aggiungere che Nestorio aveva un carattere piuttosto difficile che non aiutava affatto qualsiasi ricerca di mediazione.

Papa Celestino, convinto di avere elementi sufficienti per prendere una decisione, convocò un sinodo romano per l’estate del 430, che condannò Nestorio ordinandogli una ritrattazione pubblica entro dieci giorni e diede mandato proprio a Cirillo di notificargli la condanna. Si trattò di decisione rivelatasi fatale perché, ovviamente, Cirillo era troppo compromesso nella controversia e, prevaricando l’incarico ricevuto, stese di sua iniziativa un elenco di dodici anatemi che inviò a Nestorio, facendogli intendere che la sottomissione alle decisioni papali avrebbe comportato anche la sottoscrizione di questo documento.

Nestorio, esasperato da questo trattamento, rielaborò un contro-documento e chiese all’imperatore Teodosio II che il dibattito fosse posto in un concilio plenario. Fu così che fu convocato per la Pasqua del 431 il concilio di Efeso in Turchia.

L’invito di partecipare al Concilio fu esteso anche al Papa. Celestino, però, che si era già pronunciato sulla controversia, nominò come suo rappresentante ancora una volta Cirillo, il quale fu accompagnato da 40 vescovi egiziani. Nestorio, da parte sua, si pose a capo di numerosi vescovi della Tracia e dell’Asia Minore. In ritardo, giunsero a Efeso anche vescovi della Siria e della Palestina. Cirillo però non volle attendere i ritardatari e, così, il 22 giugno 431, fece iniziare i lavori del concilio nonostante la protesta del comes (“compagno”, grado dell’esercito e dell’amministrazione romana fin dai tempi dell’Imperatore Traiano) Candidiano e di 68 vescovi. Nestorio ed i vescovi di Antiochia, in minoranza numerica, non vollero partecipare ai lavori che si conclusero nel primo giorno di discussione. Fu dapprima letta la confessione di fede di Nicea e la seconda lettera di Cirillo a Nestorio. In seguito, fu resa nota la risposta di quest’ultimo a Cirillo che fu disapprovata da tutti i 150 presenti. Infine, fu letta la terza lettera di Cirillo con i dodici anatemi: per Nestorio non ci fu scampo alla condanna! Venne redatta una lettera nella quale fu addirittura definito “nuovo Giuda”, per comunicargli le decisioni del Concilio. Ovviamente il teologo ed i suoi sostenitori protestarono animatamente, soprattutto contro il vescovo di Efeso Memnone, dichiarando illegali e non valide tutte le decisioni assunte dall’assemblea.

Come si intuisce, l’intero andamento del concilio fu sfalsato da una serie di eventi rocamboleschi: l’arrivo in massa degli alleati di Cirillo il 22 giugno che, senza attendere la controparte, confermarono la scomunica a Nestorio, gli atti di violenza della popolazione, aizzata da Memnone di Efeso, alleato di Cirillo, l’arrivo il 24 giugno di Giovanni di Antiochia e dei vescovi favorevoli a Nestorio, che annullarono la sentenza e contro-scomunicarono Cirillo e Memnone, l’arrivo dei delegati occidentali il 10 luglio, che permisero a Cirillo di riaprire i lavori, confermando la scomunica precedente e aggiungendoci i nomi di Giovanni di Antiochia e dei suoi seguaci e, infine, i tentennamenti dell’imperatore riguardo alle ragioni dell’una e dell’altra parte, con i relativi tentativi di corruzione. Infine l’intervento del comes Giovanni, inviato dell’imperatore, che fece arrestare Nestorio, Cirillo e Memnone e dichiarare sciolto il Concilio. Con la scomunica, nel Concilio di Efeso si stabilì che: «Il Verbo di Dio Padre è unito alla carne secondo sussistenza (hypostasin), Cristo è uno con la sua carne e lo stesso è insieme Dio e uomo; in Cristo non si devono dividere le sostanze dopo l’unione, congiungendole soltanto con la connessione che si richiama alla dignità o anche all’autorità e alla potenza, escludendo l’incontro realizzato mediante l’unità naturale; né si deve dire che Cristo è un uomo che porta Dio, ma che è veramente Dio».

Nestorio a questo punto dovette abbandonare il campo ritornando nel suo antico monastero di Eupreprio, col che Cirillo approfittò per convincere della sua tesi molti dei suoi seguaci. Più tardi fu esiliato a Petra in Arabia dove visse fino al tempo del concilio di Calcedonia (451), che risolse definitivamente il problema teologico dibattuto ad Efeso.

Durante l’esilio, Nestorio redasse un testo, riscoperto solamente nel 1895, noto col titolo di Libro di Eraclide, anteriore al Concilio di Calcedonia, nel quale figurano affermazioni sulla natura di Cristo come «lo stesso uno e duplice», assai simili, dunque, a quelle affermate a Calcedonia.

Possiamo dire che la controversia tra Nestorio e Cirillo, ponendosi al centro del rapporto tra le due nature in Cristo, ha costituito la maggiore divergenza tra le grandi scuole di cristologia antica antiochena ed alessandrina.

Nel sopra citato Libro di Eraclide, criticando aspramente le decisioni di Efeso, Nestorio cercò di chiarire il suo pensiero circa un solo e medesimo Cristo in due nature. Egli, infatti, considerava la natura come punto di partenza e principio della dualità in Cristo, senza comprendere quindi il significato del termine theotòkos. Nel trattato Nestorio sosteneva l’esistenza di due persone-nature (la divina e l’umana) in Cristo, le quali venivano tenute insieme non dall’ipostasi, ma da una terza persona unitiva comune (prosopon), ritenuto il modo di manifestarsi dell’essenza (ousia) di Cristo.

L’errore dei nestoriani aveva portato a separare le due nature in Cristo, tanto da minacciarne l’identità unitaria. Gli alessandrini, loro avversari, caddero nell’estremo opposto, accentuando la divinità a scapito dell’umanità, fino a mescolare le due nature o ad assorbire la natura umana in quella divina. Pur ammettendo che Cristo risulta dalla composizione delle due nature, una volta incarnatosi – per essi – si poteva parlare di una sola ed unica natura, da cui l’affermazione di “monofisismo”. Quindi, per gli alessandrini, il corpo di Cristo non era di uguale natura rispetto al nostro, essendo piuttosto un “corpo divinizzato”.

La tendenza degli storici odierni è di considerare la cristologia di Nestorio sostanzialmente conforme con l’ortodossia, nonostante le carenze e le imprecisioni del suo linguaggio. Ha scritto a tal proposito il padre saveriano Battista Mondin (1926-2015): «Per la scarsità degli scritti pervenutici – alcune lettere, omelie, frammenti della controversia, e il tardivo Libro di Eraclide composto all’epoca del Concilio di Calcedonia, e testimone forse di una certa evoluzione del suo pensiero -, c’è molta incertezza nello stabilire quale sia stato effettivamente il suo pensiero. La tendenza degli storici oggi è di considerare la ricerca storica contemporanea che sconfessa l’attendibilità del “modello convenzionale” della dottrina di Nestorio così come viene presentata dai suoi avversari e soprattutto da Cirillo di Alessandria» (Storia della teologia, vol. I, Edizioni Studio Domenicano, Brescia 1996, p. 259).

Insomma, il modello che identifica il nestorianesimo come un’eresia che sminuisce Cristo, è destinato a revisione, soprattutto a motivo del fatto che, i testi che riportano la sua dottrina, sono stati finora acriticamente assunti dal suo “avversario” Cirillo. Una certa rivalutazione di Nestorio, in definitiva, parrebbe ragionevole, valorizzando soprattutto il fondo di verità che esiste nel Libro di Eraclide, nel quale egli acconsente, sebbene in senso analogico, alla dottrina di Maria Madre di Dio.

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