Preghiera, necessità primaria della vita spirituale

Preghiera, necessità primaria della vita spirituale

TANTO GLI INSEGNAMENTI CONTENUTI NELLA SACRA SCRITTURA QUANTO QUELLI TRASMESSI DALLA CHIESA FIN DALL’ETÀ PATRISTICA TESTIMONIANO CHE LA PREGHIERA È UNA DIMENSIONE ESSENZIALE PER CONOSCERE E PER AMARE DIO. ESSENDO LA PRIMA NECESSITÀ DI UNA VITA SPIRITUALE SERIA, SI CAPISCE COME LA DOTTRINA DELLA CHIAMATA UNIVERSALE ALLA PREGHIERA SCATURISCA DIRETTAMENTE DALL’INVITO DI GESÙ: «VEGLIATE E PREGATE, PER NON CADERE IN TENTAZIONE. LO SPIRITO È PRONTO, MA LA CARNE È DEBOLE» (MT 26,41)

Di Sara Deodati

La preghiera cristiana affonda le sue radici nell’esperienza del popolo d’Israele e viene portata a compimento con la vita, passione e morte di Gesù di Nazareth.

Nell’Antico Testamento la preghiera è descritta a partire dall’alleanza che Dio stipula con il suo popolo e, infatti, tutta la storia del popolo eletto è permeata e sostenuta dalla preghiera. Nei momenti cruciali di questa storia emergono le figure degli oranti, uomini e donne che pregano il Signore “faccia a faccia”. La loro orazione è un vero sforzo di superamento di sé stessi, attraverso il riconoscimento della propria povertà e l’affidamento all’amore di Dio. La preghiera veterotestamentaria costituisce un’altissima forma di dialogo fra Dio e l’uomo, perché si realizza essenzialmente con la volontà del Creatore di rivolgersi alla creatura, chiamata a rispondergli con la sua libertà e fede.

Nell’Antico Testamento troviamo nondimeno anche una espressione sublime del tentativo dell’uomo di rivolgersi a Dio nel libro dei Salmi. Il Salterio è infatti interamente costituito da lodi e richieste al Signore e, mentre negli altri libri biblici è Dio, attraverso i suoi intermediari e lo stesso Suo Figlio, che parla e si rivolge all’uomo, qui è l’uomo a parlare con Dio esternandogli sentimenti e necessità.

I Salmi rappresentano per antonomasia la preghiera del pio israelita e sono diventati per i cristiani il modo più intimo per lodare la Santissima Trinità. Essi rimandano alla vita concreta del credente che cerca Dio nella sua storia e nella vicenda del suo popolo, invocando e ringraziando continuamente il Signore delle meraviglie che ha compiuto fin dalla creazione dell’universo e chiedendogli la sua presenza amorevole nelle fatiche presenti.

I Salmi non sono né preghiere scritte in prosa, né tantomeno letture, bensì vanno considerati poemi di lode, cantati per esprimere ed insegnare l’atteggiamento che si deve assumere davanti a Dio nelle varie circostanze della vita.

Il libro dei Salmi è formato da 150 brani, composti nell’arco di circa un millennio, da autori per lo più anonimi, facendo eccezione per il re-poeta Davide, che ne ha effettivamente scritti molti fra essi. Il popolo ha nel tempo adeguato alla liturgia il testo dei Salmi modificandoli a seconda delle varie circostanze/situazioni. A tal fine si possono ricondurre i generi letterari dei Salmi a due, quanti sono gli approdi fondamentali dell’esistenza umana: gioia (e quindi canto di lode, ringraziamento) e dolore (espressione di supplica, lamento).

I Salmi sono una anche una scuola di preghiera per ogni anima desiderosa di instaurare un dialogo personale con Dio. Essi hanno sempre avuto e conservano ancora un valore unico per la spiritualità, dando vita ad una preghiera di tipo “esistenziale”, espressione di una fede vissuta e frutto di una esperienza di vita spirituale.

È comunque l’orazione di Gesù che esprime la pienezza della preghiera e, come detto, costituisce il compimento del modo di rivolgersi a Dio da parte del popolo di Israele. Nel Vangelo il Signore viene descritto come partecipante assiduo e attento alla liturgia ebraica, frequenta la sinagoga ed è chiamato Maestro. Per questo si comprende come nella sua vita vi sia una profonda unità fra insegnamento e preghiera.

La vita di Gesù è un inno continuo al Padre che chiama affettuosamente Abbà, così come un bambino si rivolge al suo papà. San Tommaso d’Aquino ha spiegato in questo senso che la preghiera trasmessa dal Signore ai discepoli, il Padre nostro, «non solo insegna a chiedere, ma plasma anche tutti i nostri affetti» (Summa Theologiae II-II, 83,9). Nella preghiera il Signore invita ciascuno di noi ad entrare nell’amore del Padre senza riserve, in confidenza con Dio e abbandono nelle Sue mani.

La preghiera di Gesù è il modello di ogni preghiera, come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Quando Gesù prega, già ci insegna a pregare. Il cammino teologale della nostra preghiera è la sua preghiera al Padre. […] Rivolgendosi alle folle che lo seguono, Gesù prende le mosse da ciò che queste già conoscono della preghiera secondo l’Antica Alleanza e le apre alla novità del Regno che viene. Poi rivela loro tale novità con parabole. Infine, ai suoi discepoli, che dovranno essere pedagoghi della preghiera nella sua Chiesa, parlerà apertamente del Padre e dello Spirito Santo» (n. 2607).

La preghiera di Gesù è allo stesso tempo una continuità e una discontinuità con la preghiera veterotestamentaria. Da un lato Egli prega infatti come un pio israelita nella sinagoga e nel Tempio, dall’altro però si rivolge a Dio con una specifica espressione, un dialogo, in quanto è il Figlio di Dio.

La preghiera è una delle espressioni più importanti della vita spirituale. Fin dagli inizi dell’epoca patristica sono stati elaborati i primi trattati sulla preghiera e, nel corso dei secoli, vi sono stati vari tentativi per indicare il progresso spirituale, in base a diversi gradi dello sviluppo della vita di preghiera.

Dagli insegnamenti dei Padri della Chiesa sulla preghiera emergono alcuni punti essenziali:

  • il carattere peculiare di incontro tra Dio e l’uomo;
  • l’iniziativa previa di Dio nella relazione con la sua creatura;
  • il dono all’uomo della capacità di rivolgersi a Lui così che la preghiera, prima di essere parola dell’uomo rivolta a Dio, è un dono che Dio stesso fa (è il Padre quindi a infondere nell’uomo lo spirito di preghiera).

Il primo tentativo di redigere un trattato sull’orazione mentale è quello di Ghigo II il Certosino (+1188). Nel suo manuale Epistola de vita contemplativa (Scala Claustralium) vengono indicati quattro gradi della vita di preghiera:

1) la lectio, applicazione dello Spirito alle Sacre Scritture;

2) la meditatio, accurata investigazione di una verità nascosta con l’aiuto della ragione;

3) l’oratio, divina tensione del cuore verso Dio per allontanare il male e ottenere il bene;

4) la contemplatio, elevazione a Dio dell’anima che è rapita dall’assaporazione delle gioie eterne.

Il raggiungimento dell’ineffabile dolcezza della vita beata, secondo il religioso medievale, costituisce il frutto diretto della parola del Signore: «cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto» (Mt 7,7). «Cercate leggendo, troverete meditando; bussate pregando, entrerete contemplando», aggiunge Ghigo il Certosino che, a tal proposito, propone la seguente metafora: «la lectio porta il nutrimento alla bocca, la meditatio lo mastica e lo trita, l’oratio ne acquista il sapore e la contemplatio è quel sapore stesso che rallegra e ristabilisce».

Nel XV secolo nacquero i metodi di orazione mentale, con la nascita di schemi logici da potersi applicare a qualsiasi meditazione. Il primo ad elaborarne uno, denominato Scala meditatoria, è stato Giovanni Wessel Gansfort (+1489). Tale metodo consente di arrivare al termine della meditazione, gradino per gradino, qualsiasi sia l’argomento. È composto di 23 gradini, da dover conoscere a memoria, tanto che l’autore li ha raggruppati in tre tempi: preparazione, sviluppo e conclusione. La Scala meditatoria è considerata un modello per tutti i metodi successivamente ideati, in quanto non può esservi orazione metodica che non inizi con una preparazione e che non comporti un corpo composto di considerazione e di sentimenti, e che non termini con una conclusione pratica.

I metodi di orazione mentale appaiono utili all’inizio della vita spirituale, in quanto aiutano a fissare lo sguardo su Gesù, ma rischiano di perdere efficacia quando la vita interiore compie passi avanti, poiché in questi casi il dialogo con Dio si semplifica acquistando spontaneità e trasformandosi in un colloquio molto più personale e intimo.

Abbiamo visto come la preghiera sia un dono della grazia cui deve corrispondere una precisa risposta dell’uomo. Al tempo stesso la preghiera è bisogno primario della vita spirituale, «una necessità vitale» come la definisce il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2744).

La preghiera, alla luce della Rivelazione si configura come un dialogo con Dio Uno e Trino e, per questo, nella sua struttura possiamo distinguere due dimensioni: quella dialogica e quella trinitaria.

La preghiera è un dialogo perché non si esaurisce con il parlare dell’uomo, ma parte e anzi richiede prima l’iniziativa di Dio. A una preghiera autenticamente cristiana è essenziale, pertanto, l’incontro di due libertà, quella infinita di Dio con quella finita dell’uomo.

Giovanni Paolo II spiega il carattere dialogico della preghiera: «Che cos’è la preghiera? Comunemente si ritiene che sia un colloquio. In un colloquio ci sono sempre un “io” e un “tu”, in questo caso un tu con la T maiuscola. L’esperienza della preghiera insegna che, se l’io sembra sulle prime l’elemento più importante, ci si accorge poi che in realtà le cose stanno diversamente. Più importante è il Tu, perché è da Dio che prende inizio la nostra preghiera […]. Nella preghiera, dunque, il vero protagonista è Dio […] noi cominciamo a pregare con l’impressione che sia una nostra iniziativa. Invece è sempre un’iniziativa di Dio in noi» (Varcare la soglia della speranza, Mondadori, Milano 1994, pp. 15-16).

La preghiera ha una struttura trinitaria, perché segue, come la Rivelazione, il mistero dell’economia trinitaria: è ascolto della Rivelazione di Dio che si è manifestato in Cristo e ci ha inviato lo Spirito Santo ed è anche risposta personale dell’essere umano, che mosso dallo Spirito Santo invoca in Cristo il Padre. Per questo si evidenziano le tre dimensioni della preghiera: pneumatologica, cristocentrica e filiale.

Lo Spirito Santo è il Maestro interiore della preghiera cristiana, l’artefice della tradizione vivente dell’orazione, Colui che ci attira verso la vita di preghiera. Proprio perché il Paraclito ci insegna a pregare, ricordandoci Cristo, la Chiesa invita a implorarlo ogni giorno, soprattutto all’inizio e alla fine di qualsiasi azione importante.

Per quanto riguarda la dimensione cristocentrica, essa parte da una semplice constatazione: è stato Cristo a insegnarci il segreto dell’efficacia della preghiera. Nel Vangelo di Giovanni, infatti, leggiamo: «In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena» (16,23-24). Gesù Cristo è l’unica via della preghiera, per questo che la preghiera sia personale o comunitaria, vocale o interiore, giunge al Padre soltanto se preghiamo “nel Nome” di Gesù. In ultima analisi, la santa Umanità di Gesù è la via mediante la quale lo Spirito Santo ci insegna a pregare Dio nostro Padre.

La dimensione filiale della preghiera, che costituisce la novità della pienezza dei tempi, scaturisce dall’insegnamento di Gesù a rivolgerci a Dio come Padre: «il Figlio di Dio diventato Figlio della Vergine ha anche imparato a pregare secondo il suo cuore d’uomo. […] Ma la sua preghiera sgorga da una sorgente ben più segreta, come lascia presagire già all’età di dodici anni: “Io devo occuparmi delle cose del Padre mio” (Lc 2,49). Qui comincia a rivelarsi la novità della preghiera nella pienezza dei tempi: la preghiera filiale, che il Padre aspettava dai suoi figli, viene finalmente vissuta dallo stesso Figlio unigenito nella sua umanità, con gli uomini e per gli uomini» (CCC, n. 2599).

Le tre espressioni maggiori della vita di orazione che la tradizione cristiana ha conservato, vale a dire la preghiera vocale, la meditazione e la preghiera contemplativa, hanno tutte in comune un tratto fondamentale: il raccoglimento del cuore. Non sempre però tale stato interiore è raggiungibile dall’uomo a causa del peccato originale. Durante la preghiera, infatti, egli incorre facilmente in due grandi difficoltà, le distrazioni e le aridità che non gli consentono di entrare nel vero dialogo con Dio. Per questo motivo già i grandi oranti dell’Antica Alleanza prima di Cristo, così come la Madre di Dio e i santi, hanno sperimentato ed insegnato che la preghiera è una lotta che richiede uno sforzo da parte dell’uomo e l’esercizio di virtù come «l’umiltà, la fiducia e la perseveranza» (CCC, n. 2728).

Nel combattimento spirituale il Catechismo evidenzia anche alcune concezioni erronee della preghiera, da alcuni ridotta a «semplice operazione psicologica», da altri a «sforzo di concentrazione per arrivare al vuoto mentale» (CCC, n. 2726). A questo proposito la teologia della preghiera evidenzia l’originalità dell’orazione e della meditazione cristiana nei confronti degli altri metodi meditativi che possono trovarsi in altri religioni. La preghiera come dialogo della salvezza, infatti, presenta un preciso fondamento dogmatico e trova nella fede la sua espressione indispensabile. L’originalità della preghiera cristiana nei confronti di quella delle altre religioni sta quindi nel suo carattere cristocentrico, così espresso da Joseph Ratzinger: «La preghiera è fede in atto: la preghiera senza fede diviene cieca, la fede senza preghiera si disgrega» (Orationis formas”. Lettera e commenti, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1989, Introduzione, n. 10).

Di fronte alla tentazione più frequente della mancanza di fede la tradizione della Chiesa ha individuato i due maggiori rimedi: la vigilanza e la confidenza filiale. Entrambi richiedono la perseveranza nell’amore secondo l’insegnamento di San Paolo: «Pregate incessantemente» (1Ts 5,17), «rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre nel Nome del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 5,20), «pregate incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi» (Ef 6,18).

Come hanno spiegato molti teologi classici, la crescita della vita spirituale procede in parallelo con lo sviluppo della vita di preghiera. La teologia spirituale dedica in effetti una particolare attenzione alla preghiera in quanto manifestazione dello sviluppo della vita mistica richiamando costantemente il dialogo fra Dio e l’uomo nel concreto delle situazioni storiche. L’amore, afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, «è la sorgente della preghiera; chi vi attinge, tocca il culmine della preghiera» (CCC, n. 2658).

Da quanto detto si spiega la dottrina della chiamata divina universale alla preghiera, mezzo indispensabile per crescere nell’unione vitale con Dio Uno e Trino e, di conseguenza, «formare una comunità in cui si respira l’aria della gioia e della tenerezza» (Papa Francesco, Udienza alla comunità del Convitto San Luigi dei Francesi in Roma, Biblioteca privata del Palazzo apostolico, 7 giugno 2021).

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