I “canti del Servo sofferente”: da Isaia l’appello alla fede di un popolo


IL SECONDO CANTO DEL SERVO DEL SIGNORE (IS 49,1-9), MESSO A CONFRONTO CON GLI ALTRI “CANTI DEL SERVO SOFFERENTE”, RISALTA ALL’INTERNO DEL LIBRO DEL PROFETA ISAIA PER LA MISSIONE STRAORDINARIA CHE DIO AFFIDA AD UN PERSONAGGIO PARTICOLARE ED ENIGMATICO MA, ALLA FINE, ESEMPIO DI UMILTÀ, PAZIENZA E OBBEDIENZA A YAHWEH

Di Sara Deodati

Alla fine del VII secolo a.C., a seguito della conquista del regno del nord, l’Assiria iniziò a minacciare Giuda. Siamo nel periodo in cui i Babilonesi assurgono al ruolo di grande potenza nella regione mesopotamica e principale minaccia per il regno di Giuda che finì sotto la loro egemonia (605 a. C). Nel 586 a.C. gli eserciti del re pagano Nabucodonosor diedero alle fiamme il Tempio di Gerusalemme, distruggendo la Città Santa e deportando il grosso della popolazione. L’Impero mondiale di Babilonia perdurò sino al 539 a.C., anno in cui l’imperatore Ciro II di Persia lo sconfisse.

La cattività babilonese durò settant’anni, dalla caduta di Gerusalemme alla ricostruzione del Tempio nel 516 a.C.

Il libro di Isaia (ebr. Yahweh è salvezza o salvezza di Yahweh) si può suddividere in tre parti: Primo Isaia (cap. 1-39), DeuteroIsaia (cap. 40-55) e Terzo Isaia (cap. 56-66). Nella seconda parte del libro scritta da un profeta anonimo del VI secolo, si possono distinguere quattro poemi, generalmente definiti i “canti del Servo del Signore” (Is 42,1-4; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-53,12) nei quali si parla di un personaggio particolare, enigmatico, chiamato a compiere una missione straordinaria.

Il contesto storico di questi capitoli non è più quello del sec. VIII a. C. (cap. 1-39) bensì quello dell’esilio babilonese (sec. VI a.C.). L’autore non si rivolge agli abitanti di Gerusalemme ma agli esiliati che si trovano in Babilonia. Il Tempio e la Città Santa sono da tempo distrutti e, quindi, Israele non teme più gli Assiri.

Siamo nel momento del maggiore splendore dell’Impero babilonese che ha oppresso e deportato la classe politica e abbiente di Gerusalemme. Il popolo gode però della consolazione di Yahweh, unico Signore, creatore dell’universo e artefice della storia, che ha guidato Ciro nello sconfiggere i babilonesi e nel prendere una decisione sorprendente: far tornare gli israeliti nella loro terra. L’operato dell’imperatore di Persia diventa così segno della missione di un personaggio, chiamato “servo” (cap. 41-48), mandato per ristabilire Giacobbe e illuminare le nazioni. Con la sua morte egli stabilirà una nuova alleanza, che si estenderà oltre i confini di Israele (cap. 49-55).

Sebbene dal DeuteroIsaia emergano, rispetto al contesto, quattro brani che rappresentano una unità letteraria autonoma, tra tutti i canti del Servo del Signore è possibile rilevare una sostanziale continuità di sviluppo: dall’accettazione di una difficile missione alla quale egli si sente chiamato, alla morte nel disprezzo e nell’umiliazione.

Gli esegeti hanno trovato difficoltà nel definire il genere letterario dei vv. 1-6 del capitolo 49; alcuni li hanno ritenuti un canto di ringraziamento o un resoconto di vocazione, altri optando per una interpretazione collettiva del Servo di Israele, hanno considerano il brano l’imitazione di un racconto di vocazione esteso a tutta la nazione.

Anche l’analisi dei vv. 7-13 non è risultata univoca: alcuni commentatori hanno identificato nei vv. 8-12 un oracolo di promessa diretto a Israele, altri hanno sostenuto che solo inizialmente tali testi sono da intendersi in senso collettivo, più tardi dovendo essere riformulati nel loro senso per riferirsi ad una singola persona (il v. 7 viene così separato da 8ss. e considerato un oracolo indipendente).

In definitiva il secondo canto può essere considerato un racconto di vocazione con frasi simili ai testi di Geremia (1,5 ss) e strutturato in un dialogo continuo tra il Servo (vv. 1-2,4) e Dio (vv. 3,5). Questo canto (vv. 1-6) si lega strettamente a due messaggi del Signore e si conclude con un invito universale alla lode (vv. 7-13), dando luogo ad un passo complessivamente concentrico: il Santo sostiene (v. 7) colui che viene a restaurare Giacobbe (vv. 6,8) e raggiunge le terre più lontane (vv. 1,12).

Nel brano 49,1-6, ampiamente ripreso nel Nuovo Testamento, vediamo il Servo del Signore parlare direttamente per descrivere l’esperienza della sua chiamata e della sua missione, rivolgendosi all’uditorio con il forte imperativo: ascoltatemi!

Nel precedente cap. 48 si spiega come la nuova liberazione del popolo dall’esilio sia vicenda totalmente diversa da quella avvenuta nell’esodo dall’Egitto. Ora la liberazione miracolosa è infatti accompagnata da una eguale guida e custodia perché, come allora, Dio ha cura del suo popolo e lo vuole ancora custodire e proteggere.

Nel cap. 49 ascoltiamo la voce del Servo rivolgersi idealmente alle isole e alle nazioni lontane, intendendo con ciò tutto il genere umano (Giudei e pagani). Fino a questo momento i suoi moniti uscivano dalla bocca di Dio ed erano destinati al solo popolo di Israele. Ora il messaggio raggiunge invece il più ampio orizzonte di destinatari, come conferma il verso 6 che infatti dice: la mia salvezza giungerà fino ai confini della terra.

Nei vv. 1- 3 il Servo in prima persona racconta il mandato ricevuto, l’equipaggiamento di cui è dotato e la missione divina che gli è stata affidata. Le immagini usate per descrivere la vocazione sono di stampo profetico e ricordano la vocazione di Geremia (cap. 1): «chiamato dal seno materno, menzionato per nome, la cui bocca è come una spada affilata».

Alcuni studiosi hanno definito questi versetti come un canto di ringraziamento, in quanto vi si rinviene il modello dei salmi e la sequenza temporale in tre fasi: un periodo precedente la tribolazione, la descrizione della sofferenza e, infine, la soluzione liberatrice. Siccome però al v. 4 troviamo un’espressione di inalterata fiducia in Dio, al v. 5 una ripetizione della chiamata e della missione e, infine, al v. 6 una nuova interpellanza al Servo per adempiere al suo ufficio, non sembra potersi riscontrare in questo testo il modello di un canto di ringraziamento, bensì l’intero contesto rimane compiutamente inserito nella prospettiva della vocazione del Servo.

Nel v. 3 il Servo dice ai popoli che Dio lo ha dichiarato suo ebed, termine che denota una relazione di subordinazione ma che non indica necessariamente una collocazione sociale di “basso rango”. Per questo i vv. 1-2 suonano come la descrizione della sua vocazione di profeta che però riceve un qualcosa in più, un titolo, la designazione di un re. Alcuni esegeti ritengono che il termine Israele (v. 3) potrebbe essere stato aggiunto successivamente al testo. Secondo questa “interpretazione collettiva” il Servo è Israele stesso, chiamato a prendere coscienza della propria missione confidando nell’aiuto di Dio. Perciò se Israele nel v. 3 non è da considerarsi come una aggiunta interpretativa, Israele in quanto popolo e il Servo sono due soggetti distinti.

Nei vv. 3-4 la glorificazione che il Signore riceve dal Servo è inusuale: infatti in precedenza (cap. 44,23) e successivamente (cap. 55,5) sono la gloria e l’onore a trovare il fondamento nella liberazione dall’esilio. Qui, invece, la gloria deriva da una realtà “negativa” consistente nelle sofferenze patite (cap. 50,4ss.) e nelle percosse a morte (cap. 53,8). Se apparentemente la missione esercitata dal Servo appare quindi un fallimento, agli occhi di Dio invece essa rappresenta un successo. Se il Servo si sente smarrito e percepisce la sua inutilità riguardo alla propria missione, egli cerca comunque il giudizio favorevole e la piena fiducia in Dio dal quale si aspetta la realizzazione delle sue più favorevoli speranze. La giustificazione e il senso della missione del Servo (vale a dire la sua causa e il suo salario) sono stati quindi accettati da Dio anche se non sembra che egli abbia avuto successo agli occhi degli uomini.

Al v. 5 troviamo una nuova parola di Dio al Servo, attraverso una lunga introduzione formata da una serie di frasi aggiunte a Yahweh come altrettante apposizioni che si riallacciano ai vv. 1-3 riprendendoli (v.1b; 3b). Ne risulta un Servo cosciente di dover dedicare tutta la sua vita alla missione che Dio gli ha assegnato e per la quale lo sta preparando fin dal seno materno.

Ai vv. 5-6 viene operata una distinzione netta fra il Servo e il Popolo di Dio. Due distinte restaurazioni di Israele si fondono in questi versetti: in primo luogo, il ritorno del popolo sotto Ciro, quindi, la futura restaurazione al tempo in cui il Messia stabilirà il suo regno. In questi versi la missione ha una finalità spirituale: la conversione mediata dal Servo divenuto salvezza e luce. Il Servo acquisisce la consapevolezza che la sua missione non è limitata ad Israele ma si estende a tutte le nazioni.

Il v.7 fa riferimento alla sottomissione cui Israele è costretto prima dai Babilonesi, poi dai Persiani e, infine, dalle dinastie ellenistiche. Appare netto il contrasto tra umiliazione e glorificazione del Servo che sembra anticipare il Quarto canto. Qui il Servo è mostrato per la prima volta in uno stato di profonda umiliazione, di disprezzo e, probabilmente, questa è la causa della frase di amarezza che si trova al v. 4. Dio però lo conforta subito annunziandogli un capovolgimento totale della situazione.

I vv. 8,9 indicano come grazie all’intervento del Servo il popolo, esule e disperso nelle regioni più lontane, ritornerà nella propria terra sperimentandone la consolazione (v. 13). Il Signore riprende un linguaggio già presente nel primo canto, parlando di una “alleanza di popolo” da intendersi in senso universale e riferendosi pure ai legami tra prigionia e cecità, fra libertà e vista.

Nel cap. 49 del DeuteroIsaia emergono dei punti importanti nella descrizione della missione del Servo fedele. Dio conferma innanzitutto che, nonostante il fallimento temporaneo, il suo ruolo nello stabilire il diritto sulla terra sarà sostenuto (cap. 42,4). Il mishpat (diritto) del Servo è ora identificato pienamente con il governo giusto di Dio, le cui conseguenze appariranno in tutta la loro pienezza quando gli verrà resa piena giustizia (cap. 53).

Circa l’identità concreta della figura del Servo, diverse sono le ipotesi formulate dagli esegeti. Tra le interpretazioni collettive si va dall’Israele storico, esiliato, tornato in patria e riconosciuto innocente, ad un gruppo all’interno di Israele che soffre per il popolo, ad un Israele ideale, quale sarebbe se fosse stato un popolo fedele alla sua missione, per finire con un’interpretazione esclusivamente messianica basata sulla difficoltà della missione salvifica del Servo e sui riferimenti ad esso in testi posteriori e nel Nuovo Testamento. Per quanto riguarda le interpretazioni individuali, tre sono le ipotesi in questione:

a) dietro al Servo si cela un grande personaggio del passato o lo stesso Secondo Isaia o un profeta ideale;

b) il ruolo del Servo sia da paragonarsi a quello di Geremia, profeta delle nazioni, intercessore, sofferente, perseguitato e umiliato (Ger 1,5; 14,11);

c) il Servo deve escatologicamente identificarsi con Gesù, che porta a compimento la missione che in Geremia è rimasta irrealizzata, addossandosi le sofferenze altrui e passando dall’umiliazione alla resurrezione e salvezza di tutte le genti.

Sul piano escatologico risulta evidente come la piena realizzazione della missione del Servo si compie nella Passione, vita, morte e resurrezione di Gesù di Nazareth. Gli autori del Nuovo Testamento che richiamano il Libro di Isaia non hanno del resto alcuna esitazione a vedere nella persona e nel ministero di questa particolare figura dell’Antico Testamento, la missione profetica del Cristo.

Dai testi evangelici emerge chiaramente come la “coscienza” di Gesù sia quella di essere il “Servo sofferente”, mostrando un continuo alternarsi, nella sua Santa umanità, del rapporto debolezza/forza, innocenza/persecuzione, abbassamento/innalzamento. Se ad esempio nel Vangelo di Marco e nelle Lettere di Pietro emerge l’aspetto dell’umiliazione e dell’abbassamento di Gesù, negli scritti paolini viene in risalto il passaggio dallo svuotamento (kènosis) all’esaltazione.

Caratteristica comune a tutti i canti del Servo del Signore è quella dell’interruzione dello svolgimento di un tema: il primo canto (cap. 42,1-7) una lite tra Dio e gli idoli; il secondo il discorso sul nuovo esodo; il terzo un passaggio minaccioso nel quale sono presenti avversari e immagini cosmiche di punizione (mari, fiumi, deserto, cielo); il quarto l’uscita da Babilonia nella sicurezza, nella calma e nella gioia grazie all’aiuto di Dio. In quest’ultimo contesto le persecuzioni che il Servo sopporterà con grande pazienza costituiscono uno scandalo per gli spettatori ma in realtà sono un’intercessione e un’espiazione per i peccati del popolo di Israele.

Benché i quattro canti siano distinti letteralmente e concettualmente, essi rappresentano una unità grazie ai parallelismi e alle affinità finora brevemente sintetizzati. Esiste, possiamo dire, una continuità nello sviluppo in questi testi. Il Servo del Signore accetta in pratica una missione difficile alla quale si sente chiamato fin dalla nascita, incontrando innumerevoli difficoltà nel portare il diritto alle nazioni (cap. 42,1) e, infine, muore nella incomprensione del popolo ma non nella dimenticanza di Dio, che alla fine invia il Suo Figlio a redimere l’umanità.

Al personaggio anonimo del Servo del Signore è affidata una particolare missione da parte di Dio, che si realizza in modo sorprendente ma, pienamente comprensibile, nella prospettiva escatologica. Egli è quindi certamente prefigurazione del Cristo che “prepara”, in qualche modo, la salvezza che sarà donata al mondo con l’Incarnazione. Tutte le figure de servitori di Dio convergono verso questo personaggio misterioso del Servo di Yahweh. Chiamato dal seno materno come Geremia, egli porterà il nome di Israele e sarà la gloria di Dio (cap. 49,3-6), perché sarà nello stesso tempo colui che riunirà il resto d’Israele ed egli stesso questo resto, l’insegnante e il discepolo (cap. 50,4-10). Sarà paziente ed umile al punto da offrire la sua vita in espiazione per i nostri peccati (cap. 53,4-10), come individuo per salvare il popolo e consolare Sion (cap. 54,1-10), come popolo per salvare le nazioni (cap. 53,11-12).


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