Il sacerdote nella missione della Chiesa e la sua opera di mediazione nell’attuale crisi


I DUE PRINCIPALI DOCUMENTI DEDICATI DAL CONCILIO VATICANO II AL SACRAMENTO DELL’ORDINE (DECRETO PRESBYTERORUM ORDINIS E COSTITUZIONE DOGMATICA LUMEN GENTIUM) DESCRIVONO CON GRANDE CHIAREZZA I COMPITI ESSENZIALI E GLI ELEMENTI CARATTERISTICI DEL SACERDOTE CATTOLICO. LA RIATTIVAZIONE DELLA SUA OPERA DI MEDIAZIONE NELLA MISSIONE DELLA CHIESA, IN UN CONTESTO DI ASSENZA DI RAPPORTO VITALE TRA SOCIETÀ E FEDE, RISULTA INDISPENSABILE PER CERCARE INVERTIRE IL PLURISECOLARE PROCESSO DI ESPULSIONE DI DIO DALL’ORIZZONTE DI VITA DEI SINGOLI E DELLE COMUNITÀ

Di Sara Deodati

Al sacramento dell’Ordine è dedicato il Decreto Conciliare Presbyterorum ordinis sulla vita ed il ministero dei presbiteri (7 dicembre 1965), il cui insegnamento è, sia dal punto di vista sacramentale sia pastorale, pienamente coerente con la Tradizione ecclesiale. Il profilo dell’identità sacerdotale che ne emerge, quindi, risulta interamente radicato nella sacramentalità e nella missione nell’ambito della Chiesa.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, sintetizzando questa verità centrale afferma: «l’Ordine è il sacramento grazie al quale la missione affidata da Cristo ai suoi Apostoli continua ad essere esercitata nella Chiesa sino alla fine dei tempi: è, dunque, il sacramento del ministero apostolico» (n. 1536).

Il sacerdozio ministeriale è una partecipazione al sacerdozio di Cristo, per adempiere la quale «gli apostoli sono stati arricchiti da Cristo con una speciale effusione dello Spirito Santo discendente su loro (cf. Atti 1,8; 2,4; Gv 20,22-23), ed essi stessi con la imposizione delle mani hanno trasmesso questo dono dello Spirito ai loro collaboratori (cfr. 1Tim 4,14; 2Tim 1, 6-7), dono che è stato trasmesso fino a noi nella consacrazione Episcopale» (Lumen gentium, 21 novembre 1964, n. 21).

Il rito essenziale dell’ordinazione sacramentale consiste nell’imposizione delle mani (materia) e nell’invocazione dello Spirito Santo (forma-parole di consacrazione) da parte esclusivamente di un Vescovo.

Il sacramento dell’Ordine, come il Battesimo e la Confermazione, imprime il carattere, dono spirituale indelebile che non può essere ripetuto né essere conferito per un tempo limitato, in virtù del quale ogni sacerdote acquista un potere spirituale diverso da quello dei laici.

I presbiteri ricevono inoltre una nuova consacrazione dopo quella del Battesimo, così da essere «elevati alla condizione di strumenti vivi di Cristo eterno Sacerdote per proseguire nel tempo la sua mirabile opera» (Presbyterorum ordinis, n. 12). Essi sono consacrati da Dio mediante il vescovo e «segnati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote in modo da poter agire in persona di Cristo capo della Chiesa» (Presbyterorum ordinis, n. 2).

Nell’ordinazione è dunque elargita una grazia corrispondente ai compiti a cui si è chiamati per esserne ministri santi e donatori di santità. L’ordinato con essa riceve uno spirito di forza, di carità e di saggezza che lo rende capace di testimoniare il Signore e di soffrire per il Vangelo, aiutato dalla forza di Dio. Di tale missione è naturalmente responsabile ogni singolo cristiano che, mediante il Battesimo, partecipa alla regalità di Cristo e al suo sacerdozio (tutti i battezzati sono infatti tenuti a collaborare alla edificazione del popolo di Dio). Occorre però distinguere il sacerdozio comune dei fedeli dal sacerdozio ministeriale o gerarchico che, in modo differente, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo. Sebbene distinti essenzialmente e non solo di grado, essi sono ordinati l’uno all’altro (rapporto mutuo tra sacerdozio comune e ministeriale). Insegna in proposito il Concilio Vaticano II: «il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del regale loro sacerdozio, concorrono all’oblazione dell’eucaristia, ed esercitano il sacerdozio con la partecipazione ai sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e l’operosa carità» (Lumen Gentium, n. 10).

Il sacerdozio ministeriale comporta tre gradi: l’episcopato, il presbiterato e il diaconato. La Dottrina cattolica, espressa nella Liturgia, nel magistero e nella pratica costante della Chiesa, indica in realtà due soli gradi di partecipazione ministeriale al sacerdozio di Cristo: l’episcopato e il presbiterato. Il diaconato, di conseguenza, è istituito esclusivamente al fine di recare loro aiuto e servizio. Per questo motivo il termine sacerdos – sacerdote – designa, nell’uso attuale i vescovi e i presbiteri ma non i diaconi. Il Catechismo della Chiesa Cattolica precisa che i gradi di partecipazione sacerdotale (episcopato e presbiterato) e il grado di servizio (diaconato) sono comunque tutti e tre conferiti da un atto sacramentale chiamato “ordinazione”. Con la sola consacrazione episcopale, però, è conferita la pienezza del sacramento dell’ordine, quella che nella liturgia e dai Padri della Chiesa è chiamata sommo sacerdozio, apice del sacro ministero.

I compiti essenziali del ministero sacerdotale sono efficacemente riassunti nella formula latina dei tria munera Ecclesiae (tre compiti del sacerdote) vale a dire annuncio, celebrazione e giurisdizione che, nel loro insieme, costituiscono il munus pascendi (compito pastorale). In quanto specifica missione del presbitero tali compiti si identificano nei seguenti comandi di Cristo:

  • munus docendi (predicate il Vangelo a tutte le genti);
  • munus sanctificandi (amministrate i sacramenti);
  • munus regendi (guidate il gregge di Dio che vi è affidato).

Tali compiti di santificazione, insegnamento e governo, corrispondenti al triplice ufficio sacerdotale, profetico e regale di Gesù, possono essere esercitati per loro natura solo nella comunione gerarchica con il vescovo di Roma e con il collegio episcopale.

Il decreto Presbyterorum ordinis, all’inizio della sua trattazione sul compito del sacerdote nella missione della Chiesa, ne ha giustamente richiamato l’essenziale qualità di ministro «della santificazione con i sacramenti e l’eucarestia» (n. 5). Il ministero apostolico è infatti un servizio a favore dei fedeli, in quanto il Signore «ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo» (Ef 4,11-12). Tale compito si esprime in diverse azioni sacerdotali. Gli apostoli, infatti, ricevono la missione e il potere di battezzare (cfr. Mt 28,19), di rimettere o ritenere i peccati con validità anche in cielo (cfr. Mt 16,19; 18,18; Gv 20,20-23). Hanno l’obbligo e il diritto di celebrare la cena in memoria di Cristo e, infine, quello di pregare sugli ammalati e di ungerli con l’olio nel nome del Signore (cfr. Gc 5,14). Questi doni dello Spirito Santo permettono al sacerdote di esercitare una potestà sacra (sacra potestas), della quale è investito direttamente da Cristo mediante la sua Chiesa, attraverso la quale fa crescere, santifica e governa allo stesso tempo la Chiesa.

Gli elementi caratteristici della missione dei «ministri della nuova alleanza» (2Cor 3,6), già presenti in S. Paolo, hanno una “struttura sacramentale” che li rende capaci di agire secondo una autorità che non è la loro ma deriva da Cristo (2Cor 5,20), amministrare i misteri di Dio (1Cor 4,11), operare di fronte alla comunità ecclesiale in nomine Christi (1Cor 4,21; 5,5). Per far continuare la loro missione anche dopo di essi, gli apostoli scelsero diversi collaboratori nel ministero, ai quali lasciarono «quasi in testamento» l’incarico di «completare e consolidare l’opera da essi incominciata, raccomandando loro di attendere a tutto il gregge, nel quale lo Spirito santo li aveva posti per pascere la Chiesa di Dio (cf. Atti 20,28)» (Lumen Gentium, n. 20). In tale missione ai successori degli apostoli è trasmesso anche il metodo collegiale, consistente nell’azione in comunione reciproca, sia quando si tratta di prendere decisioni di grande rilevanza sia per confermare i credenti nella dottrina. Tra i compiti che S. Luca riserva ai dodici «apostoli» (gli unici così denominati) alcuni riguardano specificamente la fondazione della Chiesa, altri il suo perdurare. Solo questi ultimi vengono trasmessi nella successione apostolica e, quindi, fa parte della Divina Rivelazione che ci sia allo stesso tempo continuità e distinzione tra il Collegio apostolico (i dodici) e il Collegio episcopale (i loro successori). Il secondo fondamento del ministero sacerdotale, dopo quello cristologico, risiede appunto nella successione apostolica, continuazione nel tempo del ministero salvifico di Cristo, continuum indispensabile per la vita della Chiesa. Il Concilio Vaticano II, oltre che sulla sacramentalità dell’episcopato, pone un’attenzione particolare proprio sulla sua collegialità essendo gli apostoli, sotto la guida di Pietro, colmati di Spirito Santo per adempiere il loro munus, ossia la missione apostolica. La stessa pienezza di doni è data ai successori.

Come già accennato, lo specifico contenuto della missione del presbitero consiste nell’obbedienza al mandato di Cristo dell’annuncio, della celebrazione e della carità. La necessità del sacerdozio per la missione della Chiesa consiste appunto in questa sua opera di mediazione. In particolare, se è vero che il sacrificio di Cristo si attua una volta per sempre, allo stesso è sempre vivo e continua nel tempo. «Il sacerdote – scrive in proposito Giovanni Paolo II – offre il santissimo sacrificio “in persona Christi”, il che vuol dire di più che “a nome” oppure “nelle veci” di Cristo. “In persona”: cioè nella specifica, sacramentale identificazione col sommo ed eterno sacerdote, che è l’autore e il principale soggetto di questo suo proprio sacrificio, nel quale in verità non può essere sostituito da nessuno» (Lettera Dominicae cenae, 24 febbraio 1980, n. 8).

L’offerta del Corpo e del Sangue di Cristo sull’Altare, continua Papa Wojtyla, «è la principale e centrale ragion d’essere del sacramento del sacerdozio, nato effettivamente nel momento dell’istituzione dell’eucaristia e insieme con essa» (Dominicae cenae, n. 2).

L’opera di edificazione della Chiesa trova dunque nell’eucarestia la sua fonte e il suo culmine, come insegnato abbondantemente in vari documenti del Concilio Vaticano II. Anche il Decreto conciliare sulla formazione dei sacerdoti Optatam totius, strettamente collegato come è logico con Presbyterorum ordinis e Lumen gentium, sottolinea il ruolo dei sacerdoti come ministri di Cristo Capo, strumenti che Egli stesso si è scelto per recare, attraverso la Chiesa, il suo messaggio di salvezza nel mondo. In tale missione, fin dalla loro formazione spirituale, il Concilio raccomanda quindi di insegnare loro a «cercare Cristo nella fedele meditazione della parola di Dio, nell’attiva partecipazione ai misteri sacrosanti della Chiesa, soprattutto nell’eucaristia e nell’ufficio divino» (Decreto conciliare sulla formazione sacerdotale Optatam totius, 28 ottobre 1965, n. 8).

Nel successivo magistero pontificio sulla natura del sacerdozio e sui vari aspetti e compiti del ministero presbiterale, si può dire che «non ci sia stato intervento magisteriale che in qualche misura non abbia ricordato, in modo esplicito o implicito, il senso della presenza dei sacerdoti nella comunità, il loro ruolo e la loro necessità per la Chiesa e per la vita del mondo» (Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale circa la formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali Pastores dabo vobis, 25 marzo 1992, n. 3).

I concetti chiave che nei documenti del Vaticano II specificano l’evento sacramentale dell’ordine si rinvengono nei due termini di consacrazione e missione. Essi indicano l’assunzione e l’immissione nel sacramento dell’ordine e l’essere inviato per adempiere attivamente il mandato di comunicare la salvezza. Gli ordinati sono pertanto consacrati e mandati affinché l’azione salvifica di Dio in Cristo possa concretamente raggiungere l’uomo. Di qui la necessità ontologica del sacerdozio, in primis episcopale, nella missione ecclesiale. I singoli vescovi sono infatti il principio visibile e fondamento di unità nelle loro chiese particolari formate ad immagine della Chiesa universale di cui il Romano pontefice, successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento.

In conclusione, possiamo riassumere la missione del sacerdote nel servizio di amore alla Chiesa umile e generoso, che esclude superbia avidità e desiderio di supremazia. L’espressione dei Padri conciliari uomo di Dio e servo della Chiesa spiega bene da questo punto di vista come l’operato del presbitero sia necessariamente un servizio disinteressato. Egli ha nel suo ministero e nelle sue prerogative sacerdotali la sintesi della vita attiva e della vita contemplativa. In effetti il rapporto tra sacerdozio ministeriale e fede è assolutamente imprescindibile. Il sacerdote è necessariamente uomo di fede, che vive nella fede e per la fede. Prescindendo da tale orizzonte esistenziale la stessa presenza dei sacerdoti nel mondo resterebbe in gran parte incomprensibile.

La missione divina che è stata affidata da Cristo ai suoi apostoli dovrà durare fino alla fine dei secoli poiché il vangelo che essi devono trasmettere è per la Chiesa principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Gli ordinati, come ribadito più volte in Lumen Gentium e Presbyterorum ordinis, sono quindi consacrati e mandati, affinché in ogni istante della storia umana l’azione salvifica di Dio in Cristo possa raggiungere l’uomo come qualcosa di sensibile e visibile.

«È il sacerdote – diceva san Giovanni Maria Vianney, meglio conosciuto come il Curato d’Ars (1786-1859) – che continua l’opera di redenzione sulla terra […], se si comprendesse bene il sacerdote qui in terra, si morirebbe non di spavento ma di amore».


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