Ai giornalisti e lettori de L’Espresso: “il sonno della ragione genera mostri!”


AFFERMARE CHE OGNI DIVERSITÀ È UNA RICCHEZZA PRESUPPORREBBE CHE ANCHE IL MALE È UNA RICCHEZZA

Di Giuseppe Degradi

Su l’ESPRESSO del 14 maggio 2021, diretto da Marco Damilano, troviamo l’immagine di un uomo incinto, senza volto. L’immagine che presenta la scritta “La diversità è ricchezza” è disegnata da Fumettibrutti e ha il titolo: “Il corpo è il primo campo di battaglia”.

Ma è proprio vero che la diversità è una ricchezza? Quale è l’inganno in una simile affermazione?

Sappiamo che Dio crea diversificando (vedi qui un approfondimento sul tema) e quindi sicuramente molte diversità sono delle ricchezze volute da Dio e dietro queste si nasconde la Sua mano. Ogni essere umano è unico, e nella sua unicità c’è la sua identità ma anche la ricchezza della sua diversità, che lo rende differente da tutti gli altri. Se ogni diversità fosse però una ricchezza, anche il male sarebbe una ricchezza. Affermare che ogni diversità è una ricchezza presupporrebbe, che anche il male è una ricchezza. Ovviamente in un mondo perfetto il male non esiste e quindi ogni differenza sarebbe evidentemente una ricchezza.

Purtroppo, dobbiamo prendere atto che esistiamo in un mondo imperfetto e che nel nostro mondo il male esiste, cioè esistono cose, eventi e persone che fanno male.

Consideriamo ad esempio il genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994 quando circa un milione di persone furono uccise a colpi di machete. Questo è stato ovviamente un male, un evento mostruoso e disumano, che ha macchiato quella piccola nazione africana. Questo abominio chi avrebbe mai arricchito? Nessuno! Anzi possiamo tranquillamente asserire che il genocidio del Ruanda ha impoverito tutta l’umanità di circa un milione di individui.

Che dire poi di Stalin che ha trucidato 20 milioni di oppositori politici nei Gulag siberiani? Che dire oppure di Mao Tse Tung e tutto il suo regime che durante la rivoluzione culturale ha sterminato tra i 40 e 60 milioni di cinesi nei laogai, i campi di rieducazione cinesi?

I gulag siberiani sovietici e la rivoluzione culturale cinese sono delle grandi aberrazioni, che purtroppo hanno fatto la storia del ventesimo secolo e che potrebbero far affermare l’opposto e cioè, che “La diversità è povertà”, ma anche questo non sarebbe corretto, infatti esiste il bene ed il male e quindi ci sono alcune diversità che arricchiscono ed altre che impoveriscono.

Poiché il male esiste possiamo affermare che non tutte le diversità sono una ricchezza, anzi! Alcune “diversità” sono un chiaro impoverimento. Sostenere che genericamente “la diversità è ricchezza”, non solo è una profonda falsità, ma soprattutto rappresentalo sdoganamento del male. Ma dal male ci dobbiamo proteggere, dobbiamo scoraggiare chi lo persegue e dobbiamo combattere ogni forma di male.

Gli intellettuali de L’Espresso invece di essere critici verso i vignettisti di Fumettibrutti, hanno promosso la vignetta ed il messaggio che viene trasmesso. La usano addirittura per la copertina della rivista, come se fosse un emblema di cui potersi fregiare e vantare. Ma si rendono conto di quello che fanno, o hanno smarrito ogni senso critico?

Perché inneggiare scioccamente ad un’accettazione acritica di qualsiasi “diversità” ?Perché proporre visioni ingannevoli che fanno passare delle cose brutte(cioè il male), per delle cose belle (una ricchezza)?

I giornalisti avrebbero l’onere d’informare i lettori, aiutarli a sviluppare idee valide proprio per poter discernere correttamente tra bene e male. Che cittadini potranno mai essere quelli che non hanno gli strumenti per discriminare il bene dal male? Che elettori potranno mai essere quelli che non distinguono il bene dal male?

Ogni azione malvagia è un impoverimento e non un arricchimento, ergo l’assunto sbandierato da l’Espresso è palesemente una falsità, una menzogna o una fake news se si vuole usare un neologismo; infatti non tutte le differenze sono una ricchezza, perché tutti i mali sono delle povertà, che ci fanno impoverire. Per esempio, non è una ricchezza l’omicidio, né il suicidio né tantomeno il genocidio, come lo sono ogni crisi economica, pandemia, terremoto, catastrofe naturale o guerra ecc.

Che giornalista può essere mai uno che scrive fake news? Può essere ancora definito giornalista? Potremmo pensare che sia al servizio del popolo anche se usa delle menzogne per fare propaganda politica, oppure possiamo supporre che sia al servizio di qualche gruppo di potere? E poi, che dire dei lettori de L’espresso, così sonnolenti da non cogliere che non tutte le diversità sono una ricchezza?

Sappiamo che il sonno della ragione genera mostri. Il sonno peggiore è proprio quello che non permette di distinguere tra bene e male. Quando la ragione diventa incapace di questo discernimento vengono compiuti i peggiori errori. Un giornalista nel pieno di questo sonno di certo non si può definire intellettuale, perché ha cessato di usare l’intelletto.

Guardare l’immagine di Fumettibrutti, sapendo che ci sono alcune diversità che sono delle palesi povertà, prende tutto un altro sapore. Tra l’altro, sembra che si siano ispirati ad un caso reale di una donna, che dopo aver fatto una cura ormonale, si è fatta crescere la barba ed asportare i seni, ma poi è rimasta incinta. Questa donna che cerca di assomigliare ad un uomo, rappresenta veramente un elemento innovativo, una “diversità”? Per certi versi sembra rappresentare esattamente il suo opposto. Non è infatti un palese tentativo di annullare le differenze tra i sessi?

Il fatto che nella vignetta la donna barbuta venga rappresentata senza volto, e quindi priva di una vera a propria identità, fa propendere per questa seconda ipotesi. L’originalità delle nostre “differenze” è la fonte primaria della nostra identità. Chi invece aggredisce le differenze, le depaupera, o cerca di occultarle, è inevitabilmente condannato all’alienazione, perché pone le basi per la perdita della propria identità e conseguentemente perde il suo volto. Inoltre, la cultura sessantottina, dominante nel nostro mondo attuale, dimentica volutamente e sistematicamente, che l’apparato sessuale è in realtà l’apparato riproduttivo. Quella donna, che cerca di occultare la propria femminilità, cercando di sembrare un uomo, non ci racconta però la sconfitta di questo tentativo?

Volendo riprodursi, diventa madre, rimane incinta, dopo aver avuto un rapporto sessuale con un uomo. La natura delle cose prevale sull’apparenza. La barba non ha fatto di lei un uomo. Sotto le sembianze, c’è il corpo di una donna, che con un pancione gravido, che diventa elemento visibile, confligge con la barba.

Quest’immagine emblematica, che rappresenta questo conflitto, non ci racconta l’inutilità di inseguire inutili cambi di apparenze? In ultimo questa “modifica” del corpo femminile per chi sarebbe una ricchezza? Per il figlio, avere una madre senza seni, è probabilmente una povertà.
Questi dubbi sembrano però non sfiorare minimamente le visioni acritiche ed anche un po’ acefale dei giornalisti de l‘Espresso. Il corpo sembra essere diventato un campo di battaglia dove si scontrano due visioni antropologiche e filosofiche antitetiche.

 


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