Patto “Stato-Mafia”: ha ragione Sigfrido Ranucci?


TOGLIERE COPERCHI DALLE PENTOLE A PRESSIONE PARE ESSERE LA VOCAZIONE, CHE GLI RIESCE PIUTTOSTO BENE, DEL VICEDIRETTORE DI RAI3…

Di Matteo Castagna

Sigfrido Ranucci, vicedirettore di RAI 3 e conduttore della più celebre trasmissione di giornalismo d’inchiesta, “Report”, già inviato di guerra nei Balcani e a New York dopo l’11 Settembre, si è occupato di inchieste importanti, che vanno dal traffico illecito di rifiuti all’uso di armi improprie, quali il fosforo bianco, a Falluja in Iraq.

Apparati deviati dello Stato, mafie, operazioni dubbie da parte delle multinazionali e corruzione, collusione della peggior politica nazionale ed internazionale con poteri più o meno occulti, alta finanza e uomini della Chiesa ufficiale sono, da molti anni, il suo pane quotidiano.

E’ uno dei giornalisti più odiati dall’establishment e più querelati d’Italia, ma, finora, ogni accusa è sempre caduta in una bolla di sapone. Le sue inchieste hanno aperto la strada ad indagini che hanno colpito molti potenti e insospettabili illustri, così da renderlo assai antipatico nelle stanze dei bottoni, ma non tra la gente, che lo premia con ascolti molto alti e neppure tra i professionisti della comunicazione, che lo riempiono di premi. Tra i tantissimi riconoscimenti, ha recentemente vinto il premio Flaiano per la televisione.

Si dichiara cattolico e apprezza l’operato di Bergoglio, in particolar modo quanto ad alcuni aspetti riguardanti la ricerca della trasparenza in Vaticano. Si trova, almeno dal 2014, a doversi occupare di questioni che riguardano la splendida città di Verona.

“Togliere coperchi dalle pentole a pressione” pare essere una sua vocazione, che gli riesce piuttosto bene. Il suo è un carattere mite, sicuramente introspettivo, a volte criptico, ma molto determinato. Lui crede che “per essere buoni cattolici non servano particolari proclami, quanto che il cattolicesimo vada vissuto veramente”. Tende a diffidare di chi dice una cosa e poi ne fa un’altra. Si può essere amici o suoi collaboratori, senza trovare, in lui, alcun pregiudizio, pur essendo di posizioni religiose o politiche differenti: “l’onestà intellettuale e l’integrità morale sono fondamentali ed anche valori cristiani, che non hanno colore politico” – e da questo si capisce la sua ammirazione per Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.

Nel 2010, per quelli di Chiarelettere, ha scritto un libro con il reporter Nicola Biondo, in questi giorni ripresentato al grande pubblico, che si intitola “Il Patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato“. Romano Montroni, del “Corriere della Sera” scrisse che si tratta di “una lettura da non perdere, parola di libraio. Ha il rigore dei reportage e si legge come un romanzo”.

La riproposizione del libro arriva nel momento in cui il governo sta discutendo di riforma della Giustizia, voluta dal Ministro Marta Cartabia, che approderà alla Camera dei Deputati, venerdì 30 luglio. Stiamo parlando della riforma del processo penale, che riscriverà anche i tempi dei processi, cambiando le regole della prescrizione e introducendo il meccanismo dell’improcedibilità per la durata dei dibattimenti in Appello e in Cassazione.

Molto duri, nelle audizioni in Commissione Giustizia, sono stati i commenti di Nicola Gratteri e Cafiero De Raho, secondo i quali, la riforma così com’è, “farebbe cadere il 50% dei processi e metterebbe in pericolo la democrazia”. Il premier Draghi e la Guardasigilli hanno, poi, usato parole di apertura verso una riforma modificabile ed il più possibile condivisa. Staremo a vedere.

Intanto, continuiamo con la lettura del libro di Ranucci, che riempie di spunti di riflessione:

«Nel marzo del 2004 su “La Repubblica” Stefano Rodotà ha affermato che “vi è una violenza della verità che la democrazia ha sempre cercato di addomesticare, per evitare che travolga le stesse libertà democratiche fondamentali””.

Continua Ranucci: «questo è un paese violento. Abituato a non credere in se stesso e dunque incapace di pretendere una classe dirigente all’altezza. Viaggiamo nel buio, aspettando che degli eroi vengano a salvarci, a tirarci fuori dall’inferno: santi o rivoluzionari, generali o politici, magistrati o preti di periferia, poco importa. Che siano loro a sporcarsi nella battaglia, che siano loro a combattere in nome di tutti; e se cadono, li si celebri come martiri. E allora succede che uomini di Stato, investigatori e ufficiali, ci appaiano come il comandante Kutuzov in Guerra e Pace quando si rivolge al principe Andrej: “Sì, mi hanno rimproverato non poco, e per la guerra e per la pace…Ma tutto è venuto a suo tempo”. Ci sembra che in questo paese la guerra e la pace abbiano lo stesso indistinto colore, lo stesso odore. E che portino gli stessi identici lutti», chiosano Ranucci e Biondo.

Ad alcuni pare che il “tempo” di cui scriveva Kutuzov stenti un po’ troppo ad arrivare. Chi, invece, come noi, si appoggia, da un lato al realismo tomista e dall’altro alla speranza cristiana, invita tutti, ciascuno con i suoi mezzi e possibilità, a contribuire alla lotta per il bene contro il male, senza aspettare il “santo” o l’ “eroe”, perché ogni giorno siamo noi stessi artefici di civiltà. Oltre ogni pressione, minaccia, tentativo più o meno indiretto di vendetta. Perché Borsellino ha lasciato un’eredità universale, che si riassume in queste parole: “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

 


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Verissimo grande Ranucci

Un grazie a Sigfrido ranucci