Caro Malagò, nello sport razzismo e antirazzismo, ideologie e nazionalismi non devono entrare


DUE MAMME D’ORO…

Di Diego Torre


Giovanni Malagò, presidente del CONI è al settimo cielo per le vittorie degli azzurri. Comprensibile e condivisibile. «Ero convinto che saremmo arrivati a 39 medaglie: le mie previsioni sono state migliorate con un record storico. È un’Italia multietnica e super integrata», dichiara al Corriere della Sera.

E giù la richiesta di accelerare per meriti sportivi le procedure di riconoscimento della cittadinanza ai giovani di origine straniera. Un esigenza genuinamente avvertita? Un inchino al politicamente corretto? Ambedue?

Nello sport razzismo e antirazzismo, ideologie e nazionalismi non devono entrare. Si può ammettere invece, ed è positivo, un patriottismo, sportivamente inteso.

“Altro” fa a cazzotti col vero spirito delle Olimpiadi. Al centro devono starci lo sforzo, l’impegno e la costanza degli atleti, autentici asceti dello sport che con durissima disciplina ottengono risultati eccezionali dal loro corpo e dal loro spirito. E dal rispetto per tali valori nasce quello spirito di comune appartenenza al genere umano, quello spirito di fratellanza che non annulla le differenze ma stabilisce valori ad esse preesistenti.

Ma dietro ogni atleta ci sono “altri”. Marcell Jacobs, poliziotto, oro nei 100 metri e nella staffetta 4×100 nell’atletica leggera, è nato a El Paso (USA) da madre italiana, Viviana Masini, e padre texano, marine afroamericano, che esce dalla famiglia un mese dopo la nascita del figlio. Cresciuto dalla madre, tornata in Italia da sola col figlio, ha trovato sin da bambino in lei l’incoraggiamento continuo per arrivare al traguardo ora raggiunto; anche nel nonno ormai defunto a cui ha dedicato la vittoria. Lo aspettano al suo rientro a casa 3 bambini.

Eseosa Fostine Desalu, Fausto, come vuole essere chiamato, ha vinto l’oro olimpico nella staffetta 4×100 grazie, dice, alla madre: “Mi ha insegnato i valori della vita”. La signora Veronica, nigeriana, dichiara al Corriere della sera: “Sono venuta in Italia al seguito di mio marito, che cercava una vita migliore per tutti noi. Avevo già una figlia, che oggi ha 31 anni e vive in Africa, qui è nato Fausto ma due anni dopo suo padre ci ha mollati tutti di colpo ed è tornato in Nigeria. Sono stati momenti difficili. Come li ho superati? Ho raccolto pomodori, lavorato nei caseifici come operaia e ancora in una casa di riposo”… “Bè, innanzitutto gli ho insegnato il rispetto; siamo stranieri, immigrati in un’altra terra. E poi gli ho fatto capire che si possono spendere solo i soldi che guadagna, che le scarpe si cambiano solo quando quelle vecchie si rompono”… «Che trovasse una moglie, che si facesse una bella famiglia e che mi regalasse un nipote. Ecco, quando vedrò mio nipote, quando saprò che Fausto sta bene, me ne tornerò in Africa, da dove sono venuta». Ma c’è una fidanzata? «Sì è una ragazza di Parma, ma di questo non chiedetemi niente. Sono cose sue».

Discrezione, eleganza, riservatezza, classe. Dove ha imparato? Alle olimpiadi della vita?
E allora: se i meriti sportivi vanno riconosciuti agli atleti, alle mamme in particolare non dovremmo fare le statue? Non si nasce indeterminati. La storia di questi due sportivi nasce dall’amore di due splendide madri, che, nell’assenza di due padri, si sono sacrificate per i propri figli e li hanno portati a traguardi straordinari. Due belle storie (di quelle che conosciamo) da raccontare agli italiani.


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