La Vandea ancora arrossata da sangue cristiano


PADRE OLIVIER MAIRE “MARTIRE DELLA CARITÀ”

Di Diego Torre

Che la Francia sia terra di cristianofobia non è novità da qualche secolo. Anche di recente: chiese incendiate, croci distrutte, preti e fedeli assassinati.  A questo rosario di dolore si aggiunge  oggi Olivier Maire, 60 anni, provinciale superiore della Congregazione dei Missionari Monfortani, a Saint-Laurent-sur-Sèvre, in Vandea. Egli raggiunge  idealmente i martiri che in quelle terre versarono il loro sangue per Dio e per il Re durante la Rivoluzione francese. La sua appartenenza all’ordine di San Luigi Maria Grignion de Monfort ce lo rende ancora più caro. Quel santo predicò in quelle terre così ardentemente ed efficacemente la devozione ai Sacri Cuori di Gesù e Maria, che decenni dopo i nipoti di coloro che lo avevano ascoltato insorsero in difesa dei loro focolari e della loro fede contro i giacobini di Parigi. Il Sacro Cuore venne infatti  adottato come simbolo dell’armata vandeana, oltre che,  a tutt’oggi,  della stessa Vandea. La capitale rispose inviando le colonne infernali che misero a ferro e a fuoco quella regione, uccidendone circa un quarto della abitanti, saponificando le vittime, utilizzandone la pelle, avvelenando i pozzi , uccidendo gli animali e tagliando gli alberi. Ma i vandeani, in maggioranza semplici contadini,  resistettero , pur isolati nel nordovest della Francia, nonostante la loro terra venisse ridotta ad un deserto. E’ una pagina di storia che viene tenuta nascosta perché mostrerebbe il volto assassino della rivoluzione francese,  ma che costituì il primo genocidio ideologico della modernità. 

Padre Maire doveva avere la stoffa degli avi  per ospitare da diversi mesi, il suo assassino, il ruandese Emmanuel Abayisenga, che aveva dato fuoco, nel luglio del 2020, alla cattedrale di Nantes, nella quale svolgeva il suo servizio volontario di addetto alla sorveglianza(?).  Padre Olivier sapeva benissimo chi si metteva dentro e certamente aveva messo in conto che potesse avvenire quanto poi è avvenuto. L’assassino, consegnatosi spontaneamente alla polizia, aveva 13 anni all’epoca del genocidio ruandese degli Hutu contro i Tutsi e chissà cosa aveva vissuto.

Per P. Maire però il dato prevalente era un uomo da aiutare, a cui dare assistenza materiale e conforto. Ci ha rimesso la vita, ma questo fa parte del … gioco … del Vangelo. Il presidente della Conferenza Episcopale francese, mons.  Éric de Moulins-Beaufort commenta: «Ha vissuto seguendo Cristo fino alla fine, nell’accoglienza incondizionata di tutti. Prego per la sua famiglia, i suoi confratelli e per tutta la popolazione traumatizzata da questa tragedia, anche per il suo assassino».

Un commento diverso merita lo Stato francese. Il presidente Emmanuel Macron ha così reso omaggio a padre Olivier: «La sua generosità e il suo amore per gli altri si riflettevano nei suoi tratti del viso. In nome della nazione, rendo omaggio a padre Olivier Maire. Rivolgo i miei pensieri ai monfortani e a tutti i cattolici di Francia. Proteggere coloro che credono è una priorità”.

Siamo profondamente commossi dalla sua dichiarazione ma ci chiediamo come sia possibile che un personaggio psichicamente devastato come l’assassino possa aver goduto di tanta libertà d’azione. Dove era la Republique con le sue leggi e i suoi gendarmi? Se così la Francia persegue la priorità della protezione dei credenti, forse è meglio scappare per sopravvivere,  come da un bel po’ di tempo stanno facendo molti ebrei, spaventati dalle ondate di antisemitismo.  Ma da un Republique fondata sul laicismo ….  cosa possiamo aspettarci?


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