Caso Galilei. Quando è la Chiesa ad adottare il metodo scientifico


L’ASTRONOMO PISANO NON FU CONDANNATO PER LE SUE TESI SCIENTIFICHE MA PERCHE’, SENZA RIUSCIRE A PROVARLE, PRETENDEVA DI CONFUTARE LA BIBBIA

A cura di Pietro Licciardi

Tra le numerose “leggende nere” vi è il “caso Galilei”, lo scienziato e astronomo condannato a indicibili sofferenze dalla inquisizione cattolica per aver confutato la Bibbia avendo dimostrato che è la Terra a orbitare attorno al Sole e non viceversa.

Ebbene, ancora una volta niente di più falso. Anzitutto perché il primo a intuire che era la Terra a muoversi e non il Sole furono un vescovo, Nicola Oresme, un cardinale, Nicolò Cusano, e Niccolò Copernico, ecclesiastico cattolico. In secondo luogo Galileo non riuscì mai a dimostrare il moto di rotazione né quello di rivoluzione del nostro pianeta, cosa che invece riuscì ad un altro sacerdote, Giovanni Battista Guglielmini nel 1790. In terzo luogo lo scontro tra Galileo e la Chiesa non avvenne sul piano scientifico ma su quello teologico – l’interpretazione della Bibbia – e si svolse tutto all’interno del mondo cattolico essendo lo stesso Galileo un devoto e sincero credente.

Come conferma infatti il più celebre storico della scienza italiano, Paolo Rossi, «l’immagine del tutto astorica, cara a molta storiografia dell’Ottocento, di un Galilei libero pensatore e positivista ante litteram appare oggi tramontata» (Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, Laterza, 2000).

La leggenda su Galileo infine è falsa perché la Chiesa non rifiutò mai le teorie Copernicane – le quali da decenni erano discusse nelle sue università – e anzi fu il Papa ad accogliere e proteggere settant’anni prima del processo all’illustre pisano l’astronomo e scienziato, ferocemente perseguitato dai protestanti perché osava mettere in dubbio quanto affermato nella Bibbia.

Lutero già nel 1539, aveva condannato senza appello il cattolico Copernico, con queste parole: «La gente dà retta a un astronomo venuto fuori chissà da dove, il quale si sforza di dimostrare che la terra gira, e non i cieli e il firmamento, il sole e la luna. Chiunque vuole apparire intelligente deve inventare qualche nuovo sistema, che sia naturalmente il migliore di tutti i sistemi. Questo pazzo desidera mettere sottosopra l’intera scienza dell’astronomia; ma le Sacre Scritture ci dicono che Giosuè comandò al sole di fermarsi, non alla terra» (Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, Tea, 1991).

Ma vediamo come si svolsero realmente i fatti.

Quando nel 1611 Galileo si trasferì a Roma era già convinto che le fasi di Venere, analoghe a quelle della Luna, erano segno che il pianeta girava intorno al Sole dal quale riceveva la luce. Il sistema tolemaico era così confutato, quello eliocentrico non era certamente dimostrato. Tutto questo non sembrava aver pregiudicato i suoi rapporti con il mondo ecclesiale poichè fu molto ben accolto dal padre Cristoforo Klaus (Clavio) e dai gesuiti del Collegio Romano. Fu ricevuto persino da Papa Paolo V, con il quale ebbe un lungo e caloroso colloquio. Non altrettanto buoni furono invece i rapporti con i colleghi scienziati, con in testa il famoso Cremonini, i quali accusavano Galileo di vedere «macchie sulle lenti del telescopio». Nonostante a Galileo non mancasse l’appoggio dei potentissimi astronomi e filosofi della Compagnia di Gesù, con in testa san Roberto Bellarmino, generale dell’Ordine e consultore del Sant’Uffizio, i suoi rapporti con il mondo scientifico, anche a causa del carattere ruvido dell’astronomo toscano, ben presto si deteriorarono.

La cosa andò avanti tra le polemiche e le reciproche invettive fino a quando Galileo, cadendo a pie’ pari nella trappola ordita dai suoi avversari, passò il segno ingiungendo al Papa di esprimersi rettificando in tal modo la stessa Bibbia. A quel punto Urbano VIII, nonostante fosse stato un suo estimatore, sentitosi oltretutto tradito da alcune frasi irriverenti del pisano, non potè che mettere in moto l’Inquisizione

Come spiega il cardinale tedesco Walter Brandmüller, noto tra gli storici soprattutto per essere stato, dal 1998 al 2009, presidente del Pontificio comitato di scienze storiche e per i suoi studi su Lutero, e, appunto, su Galilei, nell’Europa del nord e Mitteleuropa il protestantesimo, arrivato al potere da cento anni, aveva costantemente e con forza accentuato l’autorità della Bibbia come fonte unica della fede contro l’insegnamento cattolico delle due fonti della Rivelazione, Bibbia e Tradizione apostolica. Dal momento che da questa parte veniva di continuo mosso il rimprovero alla Chiesa cattolica di essersi allontanata dalla parola di Dio, non si poteva fare a meno, da parte cattolica, di tentare di smorzare questo rimprovero professando la più alta fedeltà possibile al tenore verbale della Bibbia.

Galileo dunque fu portato davanti al tribunale ecclesiastico e processato non per giudicare sul fatto che la Terra stesse ferma o meno, non avendo ciò implicazioni per la fede, ma per capire quale dovesse essere la giusta lettura delle Sacre Scritture, in un’epoca in cui il letteralismo protestante appariva incalzante e i protestanti si ergevano a unici e veri difensori della Bibbia.

Si arrivò così al paradosso: il mondo cattolico, che con Oresme, Cusano, Copernico e Galilei aveva per primo aperto le porte alla nuova astronomia, mentre Lutero aveva subito bocciato ogni novità, si trovò impelagato in una discussione fuorviante, resa più complicata proprio da Galilei, il quale per “provare” che la Terra ruotava intorno al sole sosteneva che le maree erano dovute allo “scuotimento” delle acque causato dal movimento terrestre. Ma questo argomento era scientificamente insostenibile. Avevano ragione invece i suoi giudici i quali sapevano bene che le maree sono dovute all’attrazione lunare e aveva ragione l’inquisitore cardinale Bellarmino che, correttamente, considerava la teoria eliocentrica mera “ipotesi” fino a quando non fosse stata dimostrata vera. Galileo si ostinava però a spacciare la sua tesi inconfutabile pur non riuscendo a produrre prove convincenti e quindi la condanna fu inevitabile e giusta.

La Chiesa dimostrò così di essere molto più “scientifica” dello scienziato pisano.

Secondo la vulgata, abilmente diffusa dai nemici della Chiesa, Galileo fu torturato, scomunicato, addirittura messo al rogo per aver difeso le sue idee e la “scienza”. Ebbene niente di tutto questo. La sentenza prevedeva ovviamente l’abiura delle tesi risultate insostenibili e la “condanna” a recitare una volta la settimana i sette salmi penitenziali per un periodo di tre anni. La “pena” fu scontata nella villa del cardinale di Siena, Ascanio Piccolomini, uno dei tanti ecclesiastici che gli volevano bene e lo stimavano. Quindi Galileo si trasferì nella sua villa di Arcetri, detta “il gioiello”, alla periferia di Firenze. Prima di morire ricevette l’indulgenza plenaria, con la benedizione del Papa; segno che la Chiesa non lo considerava certamente un avversario, nè lui considerava tale la Chiesa.

Per approfondire:

Rino Cammilleri, La verità su Galileo, in Fogli, n. 90, Anno XI, settembre 1984.

Jean Pierre Lonchamp, Il caso Galileo, edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1990.


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