Un profeta da conoscere: Antoine-Frédéric Ozanam


SCOPRIAMO LE PECULIARITÀ DEL FONDATORE DELLE CONFERENZE DELLA S. VINCENZO: ANTONIO FEDERICO OZANAM (ANTOINE-FRÉDÉRIC OZANAM)

Di Nicola Sajeva

Come possiamo distinguere i veri profeti da quelli falsi? Qual è stato il compito dei profeti prima della nascita di Cristo? Chi è chiamato oggi ad essere profeta? Si nasce o si diventa profeta? Perdonate questa trafila di domande ma, per tentare di avvicinarmi con un minimo di chiarezza al titolo proposto, ho ritenuto ineludibile ricercare alcune coordinate che ci permettono di scoprire le peculiarità del fondatore delle conferenze della S. Vincenzo: Antonio Federico Ozanam (Antoine-Frédéric Ozanam).

E ciò non per soddisfare un desiderio di conoscenza meramente intellettuale ma più precisamente per immettere nel circuito della nostra esistenza fermenti validi a determinare crescita spirituale, maggiore comprensione della realtà che ci circonda, voglia insopprimibile di portare il nostro piccolo contributo nella costruzione delle civiltà dove, ci auguriamo, le future generazioni possano individuare importanti punti di riferimento.

Chi parla al posto di un altro: questa la definizione asettica del profeta che l’etimologia greca ci trasmette. Calata nel contesto in cui si muove la nostra riflessione il profeta diventa “un messaggero che parla a nome di Dio, ispirato dal suo spirito”. Quest’ultima nota biblica, scelta tra le tante, sembra ci aiuti molto ad acquisire la giusta comprensione del ruolo svolto dai dodici profeti, quattro dei quali definiti maggiori, che durante la storia avanti Cristo hanno rappresentato la guida spirituale del popolo di Israele. Il loro mandato era quello di denunciare ciò che rappresentava tradimento dell’alleanza ed annunciare la meta prospettata dalla promessa di Dio.

Denunciare, richiamare, indicare la via giusta sono le azioni che, in ogni tempo, hanno reso il profeta personaggio scomodo da contestare e da combattere. Facciamo un salto di oltre duemila anni, incontriamo Gesù che con la sua crocifissione evidenzia l’autenticità della sua profezia. L’incomprensione, la persecuzione, il martirio sono ancora oggi le prove inconfutabili che ci aiutano ad individuare i veri profeti. Al momento del battesimo siamo stati destinati ad essere come Cristo: re, sacerdoti, profeti. Tutti i battezzati quindi sono potenzialmente anche profeti, pronti a seguire Cristo e a fare come Lui l’esperienza dell’incomprensione, della persecuzione, della Croce. “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv. 15,20).

La potenzialità profetica ricevuta dal battesimo attende poi la nostra personale gestazione per mettere in atto la sua fecondità. Ciò si realizza aprendo il cuore e lasciando che Dio operi le sue sorprendenti meraviglie. “Non sono io che vivo ma è Cristo che vive in me” (S. Paolo).

Se a parole sembra facile, concretamente mille ostacoli non ci permettono di svuotarci completamente, di smantellare le tante strutture che la debolezza della nostra fede stoltamente continua a costruire. Se il cammino della nostra fede diventa sempre più sicuro, se permettiamo a Dio di prendere il timone della nostra esistenza l’intensità dell’amore divino messo in atto in noi ci trasformerà rendendoci irriconoscibili e ci ritroveremo nell’esperienza di Gesù che suscitando meraviglia e incredulità tra i suoi concittadini concludeva: “Un profeta è disprezzato soltanto nel suo paese” (Mc. 6,4).

Il profeta porta qualcosa che va oltre le umane possibilità. L’amore di Dio che trova nella compassione la sua più alta espressione, diventa operante e l’uomo è capace di anticipare, di vedere prima degli altri la soluzione di un problema, di realizzare quelle opere che rendono conseguenziale il giudizio: è un vero profeta. Chi vive sintonizzato su altre frequenze non riesce a capire e la sua incredulità si materializza nella persecuzione. Questo, in ultima analisi, è il dramma della nostra società che stenta a distinguere i veri dai falsi profeti.

Il ruolo del profeta, nella missione che la Chiesa svolge nel mondo spesso è sottovalutato e misconosciuto. Per questo ho ritenuto opportuno puntualizzare alcuni concetti.

Ci avviciniamo ora alla figura di Antonio Federico Ozanam per capire il valore di una profezia incastonata stupendamente nella Chiesa che, per annunciare la grandezza del suo messaggio, deve necessariamente essere profetica.

Ozanam, appena diciassettenne patisce una profonda crisi interiore. Ha ricevuto dai genitori una educazione cattolica e questa dottrina il mondo la rifiuta, la pone in derisione. Si sente smarrito e disorientato. Nel 1830 Henri Guillemin scrive “Fare professione di cattolicesimo in cospetto dei nuovi sapienti, acclamati dalla giovinezza, è come condannare se stessi al disprezzo, prendere posto tra i rottami” e poi ancora “E’ facile essere cattolico quando questa fede è rispettata, quando gli increduli stessi le concedono una deferente attenzione; quando non si passa per un retrogrado, agli occhi dell’opinione pubblica”.

Ozanam trova la sua ancora di salvezza in don Noriot, un sacerdote che l’aiuta a ritrovare i fondamenti della sua educazione familiare: riacquista fiducia, capacità di lottare e di testimoniare la Verità. Le annotazioni di Guillemin ci fanno capire con estrema chiarezza quali burrasche, in Francia, stavano tentando di far naufragare la Chiesa. Ozanam, senza esitare, entra nel personaggio di cattolico scomodo e pericoloso con una serie di articoli pubblicati su “L’Ami de la religion”, su “Le Correspondant”. Va ancora oltre fondando con Lacordaire e Maret un giornale  “L’Ere Nouvelle” (6.000 abbonati).

Pone tra le priorità anche il problema delle masse operaie che avevano difficoltà a ritrovarsi in una Chiesa dove i ricchi si sentivano come a casa propria. Questo loro disagio si trasformava in odio che raggiungeva parallelamente clero e sfruttatori. Tale grave situazione non consigliava di dare solo una risposta ai bisogni immediati dell’uomo, ma di percorrere anche altre strade. Coagula attorno a sé un gruppetto di studenti universitari che, organizzando conferenze letterarie, avevano tentato di innalzare una diga contro le idee anticattoliche. I risultati erano stati molto scarsi e allora decidono di mettersi accanto ai poveri per dimostrare la validità della loro fede nella sua parte più eloquente: le opere e la difesa della dignità dell’uomo. Non trascurano di operare per togliere l’odio dal cuore dei poveri e per sensibilizzare l’alta borghesia a sentire l’estremo disagio dei proletari. Mettono l’opera nascente sotto la protezione di S. Vincenzo De Paoli perché in questo gigante della carità vedono: “una vita da continuare, un cuore al quale riscaldare il loro cuore, un’intelligenza alla quale chiedere lumi”. Ed ecco che questi gruppi di laici, oggi presenti in tutto il mondo vengono chiamati “Conferenze di San Vincenzo De Paoli”.

Il ruolo dei laici e la loro partecipazione attiva e responsabile nella missione della Chiesa, il sogno di tracciare una via preferenziale per raggiungere i poveri sono argomentazioni che definiscono la stupenda profezia di Ozanam. Senza dubbio le sue idee anticiparono la grande stagione della dottrina sociale della Chiesa che si aprirà solo nel 1891 con la Rerum Novarum di Papa Leone XIII. In tempi più vicini a noi il suo pensiero contribuì a far maturare e a render non più rinviabile la promulgazione di quell’importante evento che è stato il Concilio Vaticano II promosso da Giovanni XXIII.

A Parigi nell’agosto del 1997 Giovanni Paolo II affermava con forza: “Federico, la tua strada è stata veramente la strada della santità”. Ozanam veniva beatificato e posto a modello dei milioni di giovani lì convenuti per la Giornata Mondiale della Gioventù.


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