Quelle violenze estreme e uccisioni di cristiani in Mozambico


UNA SPIRALE INCONTROLLATA DI VIOLENZE NEL PAESE AFRICANO

A cura dell’ACS – Aiuto alla Chiesa che Soffre*

 

All’inizio di novembre 2020, quindici ragazzi e cinque adulti sono stati decapitati a colpi di machete dagli insorti dello Stato Islamico (IS) durante un rito di iniziazione per adolescenti. Dopo l’attacco nel piccolo villaggio rurale Il 24 Marzo nel distretto di Muidumbe, i jihadisti hanno portato i corpi delle vittime in un campo da calcio nel villaggio di Muatide45. Più tardi, altri 30 giovani e adulti nello stesso distretto sono stati decapitati dai jihadisti in un assalto del tutto simile al precedente, e anche i loro corpi sono stati portati a Muatide e mostrati «in un macabro spettacolo destinato a incutere paura nella comunità locale».

Già prima di questi massacri, nell’aprile 2020 vi era stato un attacco di massa nel villaggio di Xitaxi, nel distretto di Muidumbe, nell’ambito del quale 52 uomini erano stati uccisi dopo che si erano rifiutati di unirsi alle file dei jihadisti. In una dichiarazione all’emittente pubblica TVM, il portavoce della polizia Orlando Mudumane ha spiegato: «I criminali hanno cercato di reclutare dei giovani affinché si unissero al loro gruppo, ma vi è stata resistenza. Questo ha provocato la rabbia dei criminali, che hanno ucciso indiscriminatamente e in modo crudele e diabolico 52 giovani».

Questi esempi evidenziano una tendenza all’intensificazione delle violenze estreme e delle uccisioni nella provincia settentrionale di Cabo Delgado nel Mozambico, in cui si calcola che negli ultimi tre anni il gruppo fondamentalista Ahlu Sunnah Wa-Jama (localmente noto come Al Shabaab), affiliato all’IS, abbia ucciso oltre 2.500 civili e costretto a sfollare oltre 570.000 persone.

L’ascesa dell’estremismo islamico nel Mozambico settentrionale è un fenomeno complesso e con molteplici cause. I fattori che hanno permesso la rapida diffusione e la capacità di reclutamento delle reti jihadiste includono: povertà e corruzione; strutture statali deboli; mancanza di istruzione e opportunità di lavoro; l’arrivo di reti criminali transnazionali che beneficiano del commercio illecito di legname, gemme, oro o droga; frustrazione diffusa tra la popolazione locale, che è totalmente esclusa dai profitti ricavati dalle risorse minerarie; proteste generate dalle azioni repressive da parte delle forze dell’ordine; mancato rispetto del diritto alla terra; influenze fondamentaliste di Paesi come l’Arabia Saudita e la Somalia. Questi elementi, che favoriscono l’ascesa di gruppi come Al Shabaab, riflettono modelli e dinamiche di radicalizzazione islamista e di violenze estreme già osservati in regioni quali il bacino del Lago Ciad, il Sahel e la Somalia.

Nonostante tutti gli attori convengano sulla necessità di dover dare priorità nella risposta alle radici socio-economiche del conflitto, la reazione finora è stata profondamente militarizzata, con conseguente innesco di un’ulteriore spirale di violenza. Per monsignor Luis Fernando Lisboa, ex vescovo cattolico di Pemba, capitale di Cabo Delgado, l’unica risposta sostenibile per contrastare l’estremismo violento nella provincia è la giustizia sociale.

 

 

* Estratto da: Aiuto alla Chiesa che Soffre Internazionale, Libertà religiosa nel
mondo 2021, aprile 2021, https://acninternational.org/religious-freedom-report/

Il Rapporto 2021 sulla libertà religiosa nel mondo è un prezioso studio pubblicato dalla Fondazione Pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre. Quella del 2021 è la quindicesima edizione del Rapporto, prodotto ogni due anni e pubblicato in inglese, francese, tedesco, italiano, portoghese e spagnolo.

 


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