Il mondo petalo-femminista all’attacco di Barbara Palombelli


DOMANDARSI QUALE POSSA ESSERE LA MOTIVAZIONE CHE SPINGE UN INDIVIDUO A COMPIERE UN DATO GESTO, NON SIGNIFICA GIUSTIFICARE QUEL GESTO NÉ ATTRIBUIRE QUALSIVOGLIA RESPONSABILITÀ ALLA VITTIMA

Di Dalila di Dio

 «A volte è lecito anche domandarsi: questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati? Oppure c’è stato un comportamento esasperante, aggressivo anche dall’altra parte? È una domanda, dobbiamo farcela per forza, in questa sede, un tribunale».

Con queste poche parole, pronunciate qualche giorno fa nel corso della trasmissione Forum, Barbara Palombelli si è attirata addosso le ire di tutto il mondo progressista, femminista e di buona parte di coloro che danno al prossimo dell’analfabeta funzionale senza rendersi conto di esserlo a loro volta.

«Pericolose le donne nemiche delle donne che giustificano la violenza degli uomini» ha commentato sdegnata la Senatrice Monica Cirinnà.

«No, non è lecito chiedersi se una donna abbia meritato di morire per mano di un uomo… Ancora una volta, si impone il falso e pericoloso pregiudizio: le donne se la sono cercata.» le ha fatto eco l’inossidabile Laura Boldrini.

«Barbara Palombelli di fronte ad una piaga della nostra società come il femminicidio non trova di meglio da fare che insinuare nel dibattito pubblico il vergognoso “se l’è cercata”» hanno sentenziato le 6000sardine dando, per l’ennesima volta, prova del loro acume.

Una pioggia di indignazione, insulti e offese nei confronti della Palombelli rea, a dire dei suoi accusatori, di aver messo sul banco degli imputati le vittime, di aver giustificato la violenza sulle donne e di aver sostenuto che con il loro comportamento esasperante le vittime se la sarebbero cercata.

Ora, Barbara Palombelli è donna per cui non nutriamo particolare simpatia: vicina, vicinissima al potere, perfettamente compenetrata nelle dinamiche del sistema e totalmente allineata ai dettami del pensiero dominante, per quanto si sforzi di dare una parvenza di equilibrio ella si staglia nel panorama progressista come una delle stelle più luminose.

La signora Palombelli – che tutto è tranne che stupida – pende sempre, ineluttabilmente, da una parte e appoggia e promuove, strenuamente, quella visione del mondo che noi combattiamo e respingiamo in ogni modo.

Tuttavia, le sue parole offrono a chi è interessato ad andare oltre la polemica uno spunto di riflessione.

Non ce ne sarebbe bisogno ma lo ribadiamo: nessuno ha il diritto di uccidere alcun essere umano – neanche se consenziente, neanche se non ancora nato – per nessun motivo. 

Non c’è niente, nessuna circostanza, nessun comportamento della vittima, che giustifichi un simile atto, da qualunque e contro chiunque commesso. Chi uccide deve essere processato e, se condannato, deve scontare la sua pena.

Questa è la incontrovertibile premessa da cui dobbiamo muovere. 

E nessuno, neppure la Palombelli, la ha messa in discussione.

Con un po’ di onestà intellettuale, però, siamo in grado di scorgere nelle parole della giornalista un senso diverso da quello che il mondo petalo-femminista ha preteso di attribuirgli.

La chiave sta, evidentemente, nel discrimine tra provare a comprendere un fenomeno e giustificarlo.

Interrogarsi sul perché qualcosa accada, domandarsi quale possa essere la motivazione che spinge un individuo a compiere un dato gesto, non significa giustificare quel gesto né attribuire qualsivoglia responsabilità alla vittima.

Non c’è niente di sbagliato nel porsi domande: d’altronde comprendere la ragione per cui certi eventi si verificano è l’unico modo per evitare che si ripetano.

Ciò che è profondamente sbagliato è pretendere di interpretare la realtà – in particolare quella articolata e complessissima delle relazioni sentimentali e familiari – con categorie predefinite: la narrazione dominante e incontrovertibile ci racconta che gli uomini uccidono le donne perché coltivano una innata idea di supremazia, possesso e controllo su di esse. 

Alcuni riescono a reprimere quell’idea, altri la trasformano in violenza. Ma tutti gli uomini sono potenziali stupratori, potenziali assassini. D’altronde, come sostiene la sacerdotessa Michela Murgia, nascere maschi è come nascere figli di un boss mafioso: non importa cosa tu faccia, in cosa tu creda, quali siano i tuoi valori. Se nasci maschio sei portatore di una colpa, di un peccato originale, sei membro di un clan che predica la sopraffazione e la violenza. 

E l’unico modo che hai per emendarti da tutto questo è pentirti, collaborare, abiurare.

«Nascere maschi è una malattia incurabile» scrive Edoardo Albinati.

La realtà tagliata con l’ascia: da una parte gli uomini, ontologicamente carnefici, dall’altra le donne, vittime per definizione. 

Facile, rapido, funzionale agli obiettivi prefissati dall’agenda progressista: «le cosiddette “famiglie tradizionali” sono uno dei luoghi più pericolosi d’Italia dove vivere, come ci ricordano le statistiche sui femminicidi e la violenza domestica. Scardinare quel modello è il vero progresso al quale andiamo incontro» scrive nel suo libro l’On. Alessandro Zan. 

Scardinare il modello di famiglia tradizionale. 

Come? Distruggendo l’uomo, come marito e come padre.

Quindi, vietato farsi domande. Vietato chiedersi se dietro alle tragedie familiari di cui sono piene le cronache possa nascondersi un disagio trasversale, un malessere di cui entrambi gli attori sono responsabili e che sfocia in gesti efferati ed estremi. 

Sì, ci sono donne che abusano degli uomini in molti modi. 

Donne che uccidono i mariti, raccogliendo, spesso, il macabro plauso di certe femministe perché – in quel caso si può dire – «chissà cosa avrà fatto lui per meritarselo».

Donne che uccidono i figli ma in quel caso c’è sempre un disagio a cui appellarsi, un malessere che spiega il gesto.

Donne violente coi compagni, donne che li privano dell’amore dei figli, che li usano come bancomat. 

Ci sono donne che sottopongono gli uomini a violenze psicologiche e fisiche inaudite.

E ci sono uomini che vivono umiliati, vessati e che si vergognano della loro debolezza e degli abusi che subiscono. 

È in questi contesti che, a volte, esplode la tragedia. 

Dire che dietro a un gesto sbagliato possano esserci dei motivi che esulano dall’intrinseca cattiveria del maschio padrone, non significa sostenere che quei motivi siano giusti, accettabili, condivisibili. 

Non legittima in alcun modo la violenza e non equivale in nessun modo a dire che la vittima abbia colpe, che la donna se la sia cercata o che l’assassino sia in qualche modo giustificabile. 

Significa solo raccontare le cose come stanno, capire che la realtà dei rapporti umani è frastagliata e piena di sfumature, così come l’animo umano.

Quello dell’uomo e quello della donna.

Chi lo nega si ostina ad usare l’ascia dove servirebbe il bisturi.


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