Libano: sono lontani i tempi di Bashir Gemayel! Ora il nuovo governo tecnico “sdogana” anche gli Hezbollah…


L’OPPOSIZIONE LIBANESE DEI KATAEB DENUNCIA UNA DELLE TARE DEL NUOVO ESECUTIVO “TECNICO” PRESIEDUTO DAL MILIARDARIO FILOSIRIANO NAJIB MIKATI: L’AVER IMBARCATO NEL “PROCESSO DECISIONALE” GLI ISLAMISTI DI HEZBOLLAH. APPARENTEMENTE SI ALLONTANA QUINDI LA SPERANZA RIPOSTA 39 ANNI FA NEL PRESIDENTE-MARTIRE BASHIR GEMAYEL, ASSASSINATO PRIMA DI ENTRARE IN CARICA IL 14 SETTEMBRE DEL 1982. MA LE ELEZIONI POLITICHE DEL MAGGIO 2022 COSTITUIRANNO PROBABILMENTE UNA REALE POSSIBILITÀ DI RIFARE DEL LIBANO QUELLA «SVIZZERA DELL’ORIENTE» DI CUI PARLAVA IL GRANDE STORICO CATTOLICO GONZAGUE DE REYNOLD (1880-1970)

Di Giuseppe Brienza

Il presidente del Partito falangista libanese dei Kataeb Sami Gemayel, nipote di Bashir Gemayel (1947-1982), il presidente-martire assassinato prima di entrare in carica il 14 settembre 1982, ha chiesto di favorire una «transizione democratica verso un Libano nuovo». Il leader cristiano maronita, a 19 mesi dalla rivolta antigovernativa popolare del 17 ottobre 2019 ed a nove mesi dalla tragica esplosione di Beirut, ha fatto appello al “governo di transizione” appena formato affinché conduca il Paese a elezioni «libere ed eque».

Come già osservato, il carattere “tecnico” dell’esecutivo presieduto dal miliardario filosiriano Najib Mikati sembra purtroppo lasciare ben poco a sperare sulla prospettiva di nuove prossime regolari elezioni. Si sa, infatti, come in tempi di “emergenza” il processo democratico e la sovranità popolare diventino quasi un optional per i Governi…

Il premier Mikati, come prevede la Costituzione libanese, appartiene alla religione musulmana sunnita, ed ha consentito oltretutto al gruppo islamista sciita Hezbollah di esprimere 2 dei 24 ministri che compongono la compagine da lui guidata. In conformità al sistema di condivisione pluriconfessionale del potere, che impone ruoli istituzionali di vertice assegnati a personalità appartenenti alle religioni maggioritarie nel Paese. Le tre più alte cariche dello Stato libanese vengono così ripartite tra i cristiani-maroniti, che esprimono il presidente, i musulmani sunniti, che esprimono il primo ministro, e i musulmani sciiti, che esprimono il capo del Parlamento.

Senonché i cristiani sono negli ultimi anni sempre più indotti a lasciare il Paese che, quindi, sembra scivolare verso una lenta ma progressiva islamizzazione. Sono lontani ormai i tempi di Bashir Gemayel – figlio di Pierre Gemayel (1905-1984), fondatore dei Kataeb -, assassinato a Beirut il 14 settembre 1982 da una carica di trecento chilogrammi di tritolo pochi giorni prima di assumere la carica di presidente! La sua elezione, quarant’anni fa, sancì a livello popolare l’intenzione del coordinamento delle diverse comunità etnico-religiose viventi in Libano attorno alle espressioni politico-militari di quella cristiano-maronita, così come ratificato poi con la successiva elezione di Amin Gemayel a presidente in carica dal 1982 al 1988.

Samy Gemayel ha dichiarato inoltre che la formazione del governo Mikati «consacra definitivamente gli Hezbollah nel processo decisionale». «Il governo è stato formato dopo il via libera dell’Iran ha aggiunto l’attuale leader dei Kataebe in modo da garantire l’ingresso di Hezbollah nel processo decisionale libanese».

Gemayel ha quindi concluso che la vera svolta politica del Paese «sarà nelle mani dei libanesi a maggio», cioè nel momento in cui si terranno le elezioni parlamentari.

Ma il popolo dei Cedri saprà nuovamente offrire al Grande Libano storico, quello nato nel 1920, la possibilità di divenire un Paese pluralistico, a inequivoca guida cristiano-maronita, nel rispetto dei dettami impliciti nel «patto nazionale» del 1943?

Il vicario del Papa per la diocesi di Roma, card. Angelo De Donatis, nell’omelia dell’ultima Messa celebrata a conclusione del pellegrinaggio diocesano a Fatima (30 agosto), ha commentato così l’attuale situazione libanese: «il cuore si stringe e crediamo che tutto sia sottomesso al Male. Così succede anche nella vita di ciascuno di noi. A volte siamo tentati di vedere solo le cose che non vanno, di credere che non c’è via di scampo e di salvezza. Eppure, il Cuore immacolato trionferà» (Con un cuore che sa vedere, L’Osservatore Romano, 4 settembre 2021, p. 9).

Il “trionfo” della giustizia potrà esserci solo se e quando questo piccolo-grande Paese potrà tornare ad essere, come scriveva Bashir Gemayel, «veramente il Libano che vogliamo, ovvero la nazione delle libertà, la nazione della civiltà». Sarà possibile alle forze cristiano-maronite del XXI secolo riprendere in mano il programma di Bashir Gemayel per un Libano liberato da ogni presenza militare non libanese, ovvero siriana, palestinese e israeliana?

Al-Bach, «il grande», come lo chiamavano confidenzialmente i suoi uomini, ha saputo combattere fino al 1982 «per la libertà del suo Paese e avrebbe potuto, da presidente, cercare di costruire quel “Paese-messaggio” che i Papi e la Chiesa maronita avevano sempre auspicato» (Marco Invernizzi, Il mistero della Croce e l’assassinio di Bashir Gemayel, 14 settembre 2021).

Probabilmente, la mano terroristica che 39 anni fa si è levata contro di lui ebbe matrice siriana. Ma il martirio di Bashir Gemayel, come quello della sua piccola Maya, la figlia uccisa a diciotto mesi, in un attentato, il 23 febbraio 1980, potrà diventare seme di nuovi cristiani in un prossimo pacificato Paese dei Cedri.


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