Roberto Pizzorno: “lo sport apporta agli adolescenti 5 fondamentali benefici”

Roberto Pizzorno: “lo sport apporta agli adolescenti 5 fondamentali benefici”

“SI AVVERTE UN GRAN BISOGNO DI RIFARCI A CHI HA SAPUTO DARE UN’IDEA MILITANTE E CORAGGIOSA DELLA PROPRIA FEDE COME GINO BARTALI, CARLO ACUTIS O PIER GIORGIO FRASSATI”

Di Mariella Lentini

 

Quando riponi tanta passione in tutte le cose che fai, ogni compito diviene più facile da sostenere. Per tanti che siano i miei impegni nella società civile ci tengo però a precisare che la mia famiglia è, e rimarrà sempre, al primo posto delle mie priorità. Sicuramente lo sport mi ha aiutato ad avere lo spirito di sacrificio ed il senso del dovere che sono indispensabili per poter espletare al meglio e al massimo le tante mie aspirazioni“.

Esordisce così il dottor Roberto Pizzorno rispondendo alle domande di Informazione Cattolica. Giornalista pubblicista classe 1962, collaboratore della cronaca sportiva del quotidiano nazionale “La Stampa”, Pizzorno è il direttore responsabile dei quotidiani on line “L’Eco di Savona” e “L’Eco di Pavia”.

Roberto Pizzorno riveste, con entusiasmo e dedizione, molti altri ruoli, soprattutto nell’ambito sportivo e del volontariato, con l’obiettivo di voler essere utile al prossimo, senza la pretesa di salvare il mondo, ma di renderlo migliore: collabora attivamente con la Caritas, è delegato provinciale del CONI di Savona, presidente provinciale Federazione Italiana Pallapugno di Savona, delegato provinciale Savona Ansmes (Stelle al merito Sportivo), presidente del comitato Territoriale dell’Associazione Nazionale di Azione Sociale di Savona. Dal 2016 è Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana per meriti culturali e sportivi. Ha pubblicato due libri: “Un pugno al pallone” e “Savona ed i suoi Campioni” ed ha collaborato alla stesura dei cinque libri di Carlo Colla, tutti sullo sport.

Ci racconta il suo primo incontro con lo sport? Quando e perché nasce in lei questa passione e a quale disciplina si sente più legato?

La famiglia da cui provengo mi ha indirizzato e sostenuto in questa direzione. Pane e calcio fin da piccolo e via via nei vari ruoli: giocatore, arbitro ed infine dirigente. Da tempo però la mia militanza nel Coni mi ha portato ad avvicinarmi e ad apprezzare tutte le altre discipline, al punto che oggi sarei in difficoltà a scegliere quella che più mi sta a cuore, anche se devo ammettere che con la pallapugno ho un legame “speciale”.

Viviamo immersi nel virtuale, nel consumismo, nella società dell’usa e getta delle cose, delle persone, dei sentimenti. Aumentano i comportamenti aggressivi tra gli adulti e i giovani, così come la dipendenza da alcol e droghe e i disturbi alimentari quali anoressia, bulimia e fame nervosa. Nelle scuole dilaga il bullismo. Tanti ragazzi non praticano sport, non studiano, non lavorano, diventano schiavi del cellulare e del computer. Scollegati dalla realtà cadono in depressione o entrano a far parte di gruppi che li portano verso strade sbagliate“. Questo scrive la famosa psicoterapeuta Maria Rita Parsi nel suo prologo al libro “Santi compagni guida per tutti i giorni” (Espansione Grafica). Lei crede che lo sport possa essere un valido aiuto per bambini e giovani?

Sì, fermamente sì! Ho dedicato molte delle mie energie e della mia azione politica (stage, convegni, webinar) verso questo argomento. Lo sport apporta agli adolescenti cinque fondamentali benefici: fa bene alla salute; rappresenta un momento per “staccare la spina”; aiuta i ragazzi a socializzare; è un formidabile produttore di autostima; infine allena ad una sana competizione.

Il talento da solo non basta. Dietro ad uno sportivo ci sono una famiglia, una squadra. Emozioni, sconfitte, difficoltà. Come nella vita anche nello sport c’è chi si è rivolto alla fede. Lei come vive lo sport e la fede?

Da credente praticante sgorgo un nesso relazionale molto profondo. Non è la prima volta che il mondo dello sport e quello della fede dialogano tra loro in quanto il primo insegna il rispetto delle regole, l’impegno che serve per applicare il proprio talento, altrimenti non è nulla, ed il sacrificio: vale a dire valori che, anche secondo Papa Francesco, sport e fede condividono.

La vita dello sportivo non è sempre in discesa, è anche una strada in salita con degli ostacoli. Si cade e ci si rialza. Richiede tanti sacrifici. Così è la strada del cristiano. Non sempre è facile percorrerla. Come interpreta questo accostamento?

Lo trovo azzeccato. Riuscire a percepire ciò che va migliorato in noi non deve spaventare: è un processo che va accolto come un grande dono della grazia di Dio, della preghiera e della risolutezza dell’anima nel voler proseguire nel percorso di fede (e ciò è valido anche per la passione sportiva). Non mancheranno, infatti, gli attacchi dei molteplici nemici che coglieranno ogni occasione in cui vedranno l’anima infiacchita per portarla allo scoraggiamento, tentando in questo modo di farla desistere dal proposito di avanzare. La cosa che va migliorata per prima è quella che riconosciamo essere la nostra mancanza più grave. Combattere contemporaneamente tutto quello che scorgiamo in noi da correggere non porta a nulla, se non alla delusione per la propria inevitabile sconfitta. Accadrà anche (direi spesso!), in tale lotta, di cadere, con l’impressione di non potercela fare. Questo perdersi d’animo è frutto dell’orgoglio, ma il dispiacere che si prova nel riconoscere i limiti dati dalla nostra debole natura è un bene per l’anima che inizia così a smantellare la propria superbia. Non ci si deve abbattere: con l’aiuto di Dio si ci potrà rialzare e proseguire, avendo individuato qualcosa di noi da correggere e imparato che il combattimento consiste proprio nel continuo susseguirsi di discese e di risalite finché la nostra umanità non sarà stata vinta.

Nato a Torino nel 1901, il giovane Beato Pier Giorgio Frassati, amante della montagna e dell’alpinismo, organizza gite in montagna. È protettore di alpinisti, scalatori, sciatori d’Italia e dello sport e patrono dei giovani dell’Azione Cattolica. Più recentemente Carlo Acutis, classe 1991, proclamato beato il 10 ottobre scorso, ha trascorso la sua breve vita tra sport (calcio, vela) e web. Che cosa le ispirano queste figure di giovani di ieri e di oggi?

Nonostante fare raffronti possa sembrare azzardato, credo fermamente che seppur appartenenti a generazioni ben diverse, gli esempi citati possano offrirsi da modello di riferimento e da esempio per tanti giovani sportivi. In fondo il Dna è il medesimo così come la matrice originaria. Dedicare la propria vita agli altri rimane un traguardo nobile e anch’io in questo senso ritengo di aver dato e di dare il mio piccolo contributo, così come coloro che con me giornalmente collaborano.

Negli anni Trenta e Quaranta il campione fiorentino della bicicletta Gino Bartali, terziario carmelitano, il “campione cattolico” come lo definivano i giornali, per il suo coraggioso impegno a favore degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 2013 è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni. La sua fede si intravedeva chiara nello sport come nella vita: 60 anni di matrimonio e tre figli. Un modello per le famiglie di oggi?

Si avverte un gran bisogno di rifarci a chi ha saputo dare un’idea militante e coraggiosa della propria fede. Chi fa tappa ad Assisi nel Museo della Memoria potrà visitare la cappella che Ginettaccio fece costruire in onore di Santa Teresa del Bambino Gesù di cui era devotissimo. Carità ed umiltà sono state alla base dell’insegnamento che ci ha lasciato e a cui dobbiamo dare continuità. In famiglia d’altronde come nel ciclismo, si pedala e, come questo sport in particolare mette maggiormente in risalto, occorre allenare certe virtù, come la sopportazione della fatica, il coraggio, l’integrità, l’altruismo e il senso di squadra.

Lo sport più seguito è il calcio che spesso viene criticato: soldi, tanti soldi, macchine di lusso, belle donne, doping, scontri violenti tra tifosi e avversari… Gli ex campioni Kakà e Nicola Legrottaglie indossavano in pubblico le magliette con le scritte “Io appartengo a Gesù” e “I Belong to Jesus”. Vivevano la fede tirando calci a un pallone. Se un giocatore decide di comunicare agli altri la propria fede, può rappresentare un messaggio di speranza?

Assolutamente sì. Certo bisogna fare un netto distinguo tra lo sport dilettantistico (il mondo al quale dedico gran parte della mia vita) e quello professionistico. Papa Francesco, accanito tifoso del team argentino del San Lorenzo de Almagro, indica tradizionalmente due aspetti centrali legati allo sport in generale ed al calcio in particolare. Il primo: in squadra, tutto si fa in squadra. Le vittorie più belle sono quelle della squadra (e vale per la comunità cristiana). Da noi, al giocatore di calcio che gioca per se stesso, diciamo che “si mangia il pallone”: prende il pallone per sé e non guarda gli altri. No. Sempre squadra. La seconda cosa: non perdere l’amatoriale, cioè lo sport amatoriale, lo sport che nasce proprio dalla vocazione di farlo. Gli altri interessi sono secondari, l’importante è che sempre rimanga pulito.

Passando dal calcio alla scherma, Valentina Vezzali, numero uno del fioretto mondiale, nominata da Mario Draghi sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio per lo Sport, porta la sua fede anche in pedana: prega e canta prima di una gara. Una donna, una mamma. Un esempio da seguire al femminile?

Certamente. Valentina sia adesso che è chiamata ad un arduo compito per il Paese sia quando saliva con tanta grinta in pedana come atleta è un’icona simbolica da cercare di imitare. “Io non mi sento un’eroina, sono una delle tante persone che mettono l’anima in quello che fanno. Ci sono persone che non hanno la fortuna di avere una famiglia, tuttavia l’importante non è come si colpisce, ma come si reagisce ai colpi della vita“. Queste furono le sue parole dopo l’Oro delle Olimpiadi e la citazione è tratta da Sylvester Stallone, un suo “maitre à penser”. Valentina ha una sensibilità sottile… si emoziona per le emozioni che regala… E’ un personaggio vero, umano, è il trionfo di una Donna che ha saputo lottare con lo spirito di un guerriero.

La prima iniziativa di Don Bosco è stato l’oratorio dove catechesi e gioco erano un binomio vincente. Da allora è una costante l’attenzione dei salesiani nei confronti del mondo dello sport, uno sport popolare, umanizzante, preventivo, con dimensione ludica, riconosciuto come un valore nel sistema educativo. A gennaio, in un’intervista su “Sportweek” (settimanale della Gazzetta dello Sport), Papa Francesco ha esaltato i valori dello sport attraverso sette concetti chiave: lealtà, impegno, sacrificio, inclusione, spirito di gruppo, ascesi, riscatto. Nelle parole del Papa lo sport è anche gioia, divertimento, capacità di renderci migliori. Attraverso la sua esperienza, in qualità di dirigente sportivo, riconosce questi aspetti? Ha incontrato delle difficoltà?

Ribadisco di trovarmi in perfetta sintonia con quanto afferma il Pontefice e se anche odiernamente sono chiamato a svolgere incarichi pubblici in qualità di gestore e manager dello Sport, non dimentico mai le radici nè quantomeno le entità valoriali che possiedo in comune con il Santo Padre. Sono proprio quelle che illuminano il mio operato e che personaggi di livello assoluto quale l’ex presidente provinciale del Coni Lelio Speranza mi hanno inculcato. Certamente le difficoltà ci sono, specie quelle di natura burocratica, croce e delizia dell’Italian Style, ma si affrontano e si superano a veri sportivi quali siamo.

Come ha affermato il Pontefice, lo sport è anche gioia e divertimento. L’attività fisica, infatti, favorisce il buon umore e si sa, chi è felice si ammala di meno e, come recita il proverbio, “Gente allegra, il Ciel l’aiuta”. Sport per tutti, quindi, non solo giovani?

Sì, Sport per tutti. Per uomini e donne. Per giovani ed anziani (sono tra l’altro presidente provinciale della sezione Rinaldo Roggero dell’UNVS, Unione Nazionale Veterani dello Sport). Per extracomunitari e per nativi. E soprattutto per chi è portatore di qualsiasi disabilità. Nel mondo dei diversamente abili, la pratica sportiva può svolgere la funzione di promuovere l’educazione e l’integrazione delle persone. Infatti a causa del suo deficit, la persona con disabilità rischia di essere esclusa da ogni forma di progettualità e di realizzazione autonoma e personale. Noi ci battiamo affinché ciò non avvenga.

 

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