Papa Luciani nel solco di san Pio X: contro la teologia della prassi


GIOVANNI PAOLO I MORIVA NELLA NOTTE TRA IL 28 ED IL 29 SETTEMBRE 1978, TRENTATRÉ GIORNI DOPO L’ELEZIONE A VICARIO DI CRISTO

Di Daniele Trabucco

Nella notte tra il 28 ed il 29 settembre 1978, all’improvviso, dopo un sorriso durato trentatré giorni ritornava alla casa del Padre Papa Giovanni Paolo I (Forno di Canale 1912 – Stato della Città del Vaticano 1978). Nel suo breve pontificato Papa Luciani volle, sull’esempio del suo predecessore prima sulla cattedra di san Marco e poi su quella di Pietro, san Pio X (pontefice dal 1903 al 1914), essere un catechista autentico.

Le quattro udienze generali del mercoledì (06 settembre 1978 sull’umiltà, 13 settembre 1978 sulla fede, 20 settembre 1978 sulla speranza e 27 settembre 1978 sulla carità) costituiscono, dopo le elaborazioni teologiche del post-Concilio, un ritorno ai fondamenti della fede cattolica. Giovanni Paolo I è stato “debitore” dell’insegnamento di Papa Sarto espresso nella Lettera Enciclica “Acerbo Nimis” del 1905: “La radice precipua dell’odierno rilassamento degli animi e dei gravissimi mali, che quindi derivano, va posta nell’ignoranza delle cose divine”. È questa consapevolezza che ha condotto due anime grandi e sante ad avere “il catechismo nel sangue” a tal punto da insegnarlo anche da pontefici della Chiesa universale.

Nel saggio del 1949 intitolato “Catechetica in briciole”, dedicato alla mamma, Bortola Tancon, Albino Luciani fornisce alcuni consigli educativi e pedagogici proprio per combattere quella “incredibile ignoranza religiosa”, come la definisce, che porta a sostituire i contenuti della fede con delle “vaghe ebbrezze” le quali innervano il “modernismo della prassi” affermatosi sempre di più dopo la conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965).

Si tratta del risultato di una teologia secolarizzata, erede del trascendentalismo, del progressismo e del personalismo, incapace di una risposta autentica all’uomo e alla sua intrinseca ricerca della Verità, in quanto prona ad assecondare le esigenze della dimensione pastorale più che ad affermare i diritti di Dio.

Guardando a san Pio X, il servo di Dio Giovanni Paolo I è conscio del fatto che, guidare la Chiesa nell’ “inverno” post-conciliare con la prassi ateoretica sfociante nell’arbitrio e nell’anomia, significa rinnegare lo scopo del ministero petrino. L’intento di Luciani è chiaro: compito del Vescovo della Diocesi di Roma, afferma nell’omelia tenuta il 23 settembre 1978 in occasione della presa di possesso della Patriarcale Arcibasilica Lateranense, è “ammaestrare” con “fedeltà” e “franchezza non timida”. È questa fedeltà, analogamente alla battaglia di Papa Sarto contro l’eresia modernista, che deve portare a lottare contro il primato della prassi per cui, anche in campo teologico, ogni problema si riduce ad un problema di prassi fino al punto da identificare la realtà (nel campo morale, sacramentale e dottrinale) con l’effettualità.

Così operando, però, la fedeltà alla Chiesa giunge ad estenuarsi nel mero sociologismo dell’appartenenza. In altri termini, la realtà divino-umana della Ecclesia Christi finisce per coincidere con sua effettività sociologica. “L’impareggiabile catechista”, secondo la felice affermazione di Papa Benedetto XVI (2005-2013) espressa durante l’Angelus del 28 settembre 2008, ci aiuti a sentirci come bimbi davanti alla mamma, o meglio a credere al Signore e a quanto ha rivelato.


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