Ilda Boccassini: come svendere l’intimità per qualche copia in più


ERA DAVVERO INDISPENSABILE TRASCINARE IN QUESTO MISERABILE TEATRINO DI PRURIGINOSE RIVELAZIONI LA MEMORIA DI GIOVANNI FALCONE?

Di Dalila di Dio

In pensione, si sa, ci si annoia. Soprattutto quando si è trascorsa l’intera esistenza perseguendo – e, se necessario, perseguitando – gli sporchi, brutti e cattivi e profondendo ogni sforzo per non abbandonare mai la ribalta, per rimanere, sempre, sulla cresta dell’onda.

Deve essere stato senz’altro così anche per Ilda Boccassini, Ilda la rossa – pare nata castana, a leggere Paolo Guzzanti su Il Giornale – che, a poco meno di due anni dall’abbandono forzato (per raggiunti limiti di età) del posto di sostituto alla Procura della Repubblica di Milano, ha dato alle stampe la sua autobiografia: La stanza numero 30.

A giudicare dagli stralci pubblicati dalle principali testate, niente di destinato a passare alla storia per stile letterario: d’altronde, che non fosse una campionessa di retorica è cosa nota a chiunque l’abbia mai sentita arringare in un’aula di giustizia.

Ma se sei Ilda Boccassini e pubblichi un libro sulla tua vita e lo pubblichi con Feltrinelli, non puoi correre il rischio che l’operazione si riveli fallimentare. Devi necessariamente tirar fuori qualcosa di grosso, interessante, qualcosa che ti garantisca pubblicità e che incuriosisca il pubblico saturo di Berlusconi, Ruby e cacce alle streghe varie ed eventuali.

Così, dopo oltre trent’anni, salta fuori la storia con Giovanni Falcone: non una storiella, non un’avventura di una notte, ma la storia di «un sentimento altro e profondo» un amore travolgente e impossibile, ma non troppo, tanto che Boccassini arriva a domandarsi «cosa avrebbe riservato il destino a me e Giovanni, se non fosse morto così precocemente?».

Alla soglia dei 72 anni, nonna e pensionata, Ilda la rossa sente il bisogno di condividere con il pubblico la sua passione per l’eroe italiano per eccellenza, con tanto di dettagli sui loro incontri, su bagni al mare e voli in top class – dettaglio indispensabile- tutta la notte abbracciati ad ascoltare – supplizio nel supplizio per il povero Falcone – Gianna Nannini, disturbati solo dalle hostess.

Passi per la dignità propria, ciascuno del suo buon nome fa quello che gli pare e, certamente, quella dell’adulterio non è la macchia peggiore sulla reputazione della Boccassini. Ma era davvero indispensabile trascinare in questo miserabile teatrino di pruriginose rivelazioni la memoria di Giovanni Falcone?

Ammesso che quanto rivelato dalla pensionata Boccassini sia la verità, vale la pena di rivelare dettagli tanto intimi e personali della vita propria e altrui, per garantirsi una buona posizione nella classifica delle vendite nella sezione autobiografie/romanzetti rosa da due soldi?

Cui prodest questo racconto di Giovanni Falcone fedifrago?
Se davvero lo ha così tanto amato, perché questa miserabile uscita ad appena qualche mese dal trentesimo anniversario della sua tragica morte, senza possibilità di contraddittorio?
E poi, Francesca. Francesca Laura Morvillo Falcone. Magistrato, accademica, moglie, vittima della strage di Capaci.
Quanto poco rispetto per una moglie vicina al marito negli ultimi anni della sua vita. Quanto poco rispetto per quella moglie saltata in aria con lui, su chili di tritolo. Sepolta con lui. Ricordata con lui.

Come si è arrivati al punto di fare della propria vita un prodotto, una merce da cedere al migliore offerente?
Sia chiaro, non siamo degli ipocriti: il pettegolezzo è sempre esistito e il problema, probabilmente, non è che qualcuno sia disposto a fare mercimonio della propria intimità ma che ci siano milioni di persone disposte a pagare per guardare dal buco della serratura nelle vite altrui.
Eppure, c’è un tema su cui non si può sorvolare: esiste un limite a tutto questo?
Difficile a dirsi, nell’epoca dei Ferragnez.
Forse, però, un limite invalicabile dovrebbe essere proprio quello superato con violenza inaudita da Boccassini: si venda la propria, di vita. Non quella degli altri.
E, soprattutto, non quella dei morti, che non possono negare, confutare, difendersi.

Oltraggioso, non c’e altra parola per definire tutto questo.
Eppure, come sempre, c’è chi è corso in soccorso di Ilda Boccassini e della sua ultima –grottesca e irriguardosa – impresa: «Un’accusa così ridicola e marchiana da non meritare controbiezione, se non quella che i moralisti sono spesso a caccia della posizione più comoda e meno rischiosa persino quando paiono all’apice dello sdegno, e quindi prendono a prestito la difesa della memoria di una donna presuntamente [ah, la presunzione di innocenza n.d.r.] violata da un’altra donna anziché, al limite, biasimare l’adulterio di un uomo. Posto che, in questa polemica del nulla, non c’è nulla da biasimare, tranne chi trova stonate o superflue quelle belle pagine del libro» scrive Stefano Cappellini su la Repubblica. «Ilda Boccassini ha descritto il proprio amore per Giovanni Falcone con parole che da tempo non leggevo, altro che infangarne la memoria. Qual è lo scandalo?», gli fa eco Aldo Cazzullo.

Due donne profondamente diverse, due donne dai destini opposti: da un lato Ilda Boccassini, pensionata in cerca di vendite, protetta e coccolata dai suoi, dall’altro Francesca Morvillo Falcone «giovane Consigliere della Corte d’Appello di Palermo, consorte del giudice Giovanni Falcone, pur consapevole dei gravissimi pericoli cui era esposto il coniuge, gli rimaneva costantemente accanto sopportando gli stessi disagi e privazioni, sempre incoraggiandolo ed esortandolo nella dura lotta intrapresa contro la mafia. Coinvolta, insieme al Magistrato, in un vile e feroce agguato, sacrificava la propria esistenza vissuta coniugando ai forti sentimenti di affetto, stima e rispetto verso il marito, la dedizione ai più alti ideali di giustizia. Capaci (Pa), 23 maggio 1992» (con questa motivazione insignita della medaglia d’oro al valor civile il 13 novembre 1992). Noi, tra le due, sappiamo certamente chi scegliere.

 


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Le persone che avessero vissuto un amore come lo pretende lei, di certo non avrebbero nemmeno il bisogno di scrivere libri. Abitudine in voga proprio tra le persone insoddisfatte della loro vita personale segreta.