La persecuzione contro i cristiani in America Latina e Caraibi


LA PREDOMINANZA DEL CRISTIANESIMO IN AMERICA LATINA E NEI CARAIBI NON GARANTISCE IL MANTENIMENTO DELLA LIBERTÀ RELIGIOSA

Di Paulina Eyzaguirre*

L’America Latina e i Caraibi comprendono 33 Paesi, con una popolazione stimata in oltre 657 milioni di persone e un’età media di 31 anni. Queste nazioni condividono eredità storiche e culturali simili, con poco meno del 60 per cento della popolazione che si identifica come cattolica.

Le democrazie sono la forma di governo predominante nella maggior parte della regione con
la metà dei Paesi (17) che hanno tenuto elezioni tra il 2018 e il 2020. Tuttavia, diverse nazioni latinoamericane sono impantanate in crisi socio-politiche aggravate da violenze, assenza dello stato di diritto, traffico di droga, corruzione e ora, a peggiorare ulteriormente la situazione, la pandemia di COVID-19. La regione, di conseguenza, è ancora una fonte significativa di migranti in cerca di una vita migliore, principalmente negli Stati Uniti.

La predominanza del Cristianesimo in America Latina e nei Caraibi non garantisce il mantenimento della libertà religiosa. Durante il 2020 gruppi religiosi afro-brasiliani hanno denunciato episodi di intolleranza religiosa, mentre in Argentina la comunità ebraica è stata bersaglio di atti di intolleranza e persecuzione. La maggioranza cristiana, tuttavia, è ancora il gruppo di fede più colpito dai crimini d’odio sotto forma di attacchi ai danni di leaders religiosi, luoghi di culto, cimiteri, monumenti e immagini religiose.

Questi attacchi sono causati anche dalla difesa degli oppressi da parte del Cristianesimo, così come da espressioni pubbliche di opposizione o critica ad azioni di attori statali e non statali.

Le maggiori violazioni della libertà religiosa si sono verificate in nazioni con record negativi nel rispetto dei diritti umani e della democrazia, quali Cuba, Nicaragua e Venezuela. Questi governi hanno espresso ostilità e aggressività verso le Chiese cristiane – sia cattoliche che non cattoliche – in reazione alle denunce da parte dei leaders religiosi della corruzione e delle politiche sociali dannose per il bene comune. Nella pratica, l’ostilità statale verso Chiese e leaders religiosi si è espressa attraverso l’uso della forza, con azioni quali: interruzioni di celebrazioni religiose; intimidazione dei fedeli con schieramenti di polizia Intorno a chiese e processioni (in contrasto con la totale assenza di protezione da parte degli agenti quando sono invece stati attaccati e vandalizzati i luoghi di culto); minacce a leaders religiosi e fedeli; visti annullati per il personale della Chiesa straniero; processi di registrazione poco chiari per i gruppi religiosi.

L’assenza dello stato di diritto e il conseguente impatto sulla libertà religiosa sono stati più evidenti in Messico, dove delle bande criminali hanno compiuto numerose e brutali violenze contro i civili per questioni legate al crimine organizzato, come traffico di droga, traffico di esseri umani, dispute sulla terra, corruzione, estorsione e rappresaglie. Ferite e uccisioni sono state inferte non soltanto alle vittime di questi crimini, ma anche a coloro che, ispirati dal proprio credo religioso, hanno cercato di proteggere i diritti umani degli oppressi.

In Messico, nel 2020, hanno continuato a verificarsi rapimenti e assassinii di sacerdoti, che sono stati uccisi per aver ottemperato alle loro responsabilità pastorali, per aver cercato di proteggere le loro comunità, o per aver preso posizione contro le azioni del crimine organizzato. Ad esempio, nello Stato del Chiapas, la Chiesa cattolica ha riferito di minacce di morte telefoniche contro un sacerdote, i suoi parenti e la sua congregazione da parte di sospetti membri dell’organizzazione criminale Cártel de Jalisco Nueva Generación. I trafficanti pretendevano che la Chiesa li riconoscesse come padroni del territorio, in cambio del mantenimento della pace.

Nel 2020 otto sacerdoti sono stati assassinati in cinque Paesi della regione: Honduras, Nicaragua, El Salvador, Messico e Perù. Le indagini sono ancora in corso.

Numerosi attacchi contro luoghi di culto, monumenti e simboli religiosi sono stati registrati in Argentina, Brasile, Colombia, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua e Venezuela. Le motivazioni dei vandali erano per lo più di natura ideologica, ma un importante denominatore comune è stato l’atteggiamento dei governi, che nella maggior parte dei casi hanno lasciato che accadessero atti vandalici durante le manifestazioni pubbliche e poi hanno scelto di non perseguire gli autori. I graffiti dipinti su edifici, auto e monumenti contenevano slogan a favore dell’aborto, del matrimonio omosessuale, dell’orgoglio gay, oltre a denunciare le violenze contro
le donne e gli abusi sessuali commessi dal clero.

In diversi Paesi si è sviluppato un crescente dibattito sul ruolo della laicità, su cosa debba significare uno Stato laico e sullo spazio offerto alla libertà religiosa nella sfera pubblica. In questo discorso sociale, alcuni gruppi hanno presentato il diritto alla libertà religiosa come un’opposizione alla natura laica del governo. A ciò si è contrapposto l’argomento che la secolarizzazione non impedisce ai governi di garantire il diritto degli individui di credere o meno, e di regolare la propria vita pubblica in accordo con le loro credenze.

La voce autorevole della Chiesa Cattolica è stata in qualche modo messa a tacere in questi dibattiti, utilizzando riferimenti agli abusi sessuali commessi da membri del clero, così come alla risposta esitante e tardiva della Chiesa nel riconoscimento degli abusi e nel risarcimento delle vittime.

Oltre 4,8 milioni di migranti sono fuggiti dal solo Venezuela dall’inizio della crisi politica ed economica nel 2015. Analogamente, sebbene in misura meno estrema, carovane di migranti hanno lasciato sempre più spesso Paesi con crisi simili, quali Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua e Haiti.

Il Messico ha sperimentato un significativo sfollamento interno, visto che molti abitanti sono fuggiti dalle violenze del crimine organizzato. Le nazioni vicine hanno dovuto affrontare la sfida di integrare i migranti con religioni diverse in quelle che prima erano società più o meno omogenee. Come rivela la scheda nazionale del Cile, ad esempio, il numero di gruppi religiosi originari di Haiti, giunti con l’arrivo dei migranti, è raddoppiato in pochi anni.

La pandemia di COVID-19 ha avuto un impatto significativo sulla regione. Le restrizioni imposte alle popolazioni sono state generalmente rispettate e che i leaders religiosi hanno collaborato con i governi per convincere i fedeli a rispettare tali misure. In alcuni casi, infatti, le autorità religiose sono spesso state percepite come più severe delle stesse autorità sanitarie e sono state criticate per questo. Il caso dell’Uruguay è degno di nota perché, invece di imporre unilateralmente delle restrizioni, le autorità hanno dialogato con le diverse comunità religiose per coordinare un approccio unificato. Le comunità religiose hanno anche contribuito allo sforzo per contenere la pandemia, offrendo strutture sanitarie quali ospedali e cliniche ed edifici per fornire rifugio e pasti ai senzatetto.

In sei Paesi – Brasile, Cile, Costa Rica, Honduras, Giamaica e Colombia – il diritto alla libertà religiosa è stato ulteriormente tutelato da sentenze di tribunali superiori. Riconoscendo il ruolo positivo della fede in tempi di crisi, in diverse nazioni tra cui molte nei Caraibi, gli eventi religiosi popolari tradizionali sono stati mantenuti anche se con alcune restrizioni legate alla pandemia.

 

 

* Estratto da: Aiuto alla Chiesa che Soffre Internazionale, Libertà religiosa nel
mondo 2021, aprile 2021, https://acninternational.org/religious-freedom-report/

Il Rapporto 2021 sulla libertà religiosa nel mondo è un prezioso studio pubblicato dalla Fondazione Pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre. Quella del 2021 è la quindicesima edizione del Rapporto, prodotto ogni due anni e pubblicato in inglese, francese, tedesco, italiano, portoghese e spagnolo

 


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