Lavorare da cattolici… anche in Rai


VITO SIDOTI, DA TRENT’ANNI IN RAI, HA SPERIMENTATO COME È CAMBIATO IL MODO DI FARE TELEVISIONE. LA SUA ESPERIENZA, IL RAPPORTO CON I COLLEGHI, GLI SPAZI CHE ANCORA RIMANGONO PER RENDERE VISIBILE UNA IDENTITA’

A cura di Pietro Licciardi

Vito Sidoti, classe 1960, lavora in Rai dal 1985 dove ha ricoperto diversi ruoli: da redattore a inviato fino a diventare regista e autore; sempre con contratti a termine. Una carriera ormai più che trentennale, vissuta tra studi televisivi e redazioni di una decina di rubriche e programmi trasmessi anche in prima serata. Laureato in Filosofia a Pisa ha ricevuto una solida formazione cattolica in Comunione e Liberazione, dove ha avuto per maestro don Giussani. Deve il suo esordio in televisione grazie a Emilio Rossi, primo direttore del Tg1, vice direttore generale della Rai, dove entrò nel 1956, e presidente dell’Unione cattolica stampa italiana (Ucsi) che all’epoca era alla ricerca di giovani leve da inserire in azienda.

Quale ambiente ha trovato entrando in Rai per la prima volta?

«Venendo dalla provincia il salto fu bello grosso e poi vivevamo tempi diversi, molto più “militanti” e ideologici di adesso. Nelle redazioni si trovava di tutto e anche nei palinsesti c’era molta più attenzione alle varie espressioni della società, questo anche grazie al fatto che c’era molta meno preoccupazione per i dati di ascolto in quanto la Rai era comunque l’azienda leader indiscussa in Italia».

E’ stato riconosciuto fin dall’inizio come cattolico?

«Il mio primo lavoro è stato in una rubrica religiosa, anche perché dal mio curriculum risultavano esperienze in centri culturali e cineforum di matrice cattolica. Non ne fui particolarmente contento, perché non mi piaceva collocarmi dietro una etichetta. Avrei preferito raccogliere la sfida insita in qualsiasi nuova situazione e non essere relegato all’ora di religione»

Poi però è stato accontentato, perché ha cominciato a lavorare ad altri programmi…

«Si, anche perché essendo un precario ogni volta che termina un ciclo di programmi devo sempre ricollocarmi. Negli anni Ottanta la televisione poteva affondare di più sui contenuti, anche quelli un po’ più difficili e profondi non avendo come prima preoccupazione di essere popolarissima. Una funzione adesso svolta solo da alcune reti, che si dedicano a programmi più di “elite” o meglio più di settore. Quindi ho potuto lavorare a programmi con un taglio culturale. Certamente la Rai nel frattempo è cambiata; lentamente, come è cambiata la società, senza che ci sia mai stata una chiamata ad un diverso tipo di impegno. Diciamo che si sono verificati due fenomeni: da una parte una concorrenza più attiva e il confronto con un pubblico che si è abituato ad un linguaggio più duro e contenuti che non sono più gestiti esclusivamente dall’azienda. Chi fa programmi televisivi è un po’ come uno chef, che crea piatti con certi gusti e sapori ma se non tiene conto dei gusti delle persone ben pochi entreranno nel suo locale. Lo stesso per la tv generalista, che se non segue il mutare dei gusti del pubblico difficilmente sarà ascoltata. Del resto non si può neppure cambiare da un giorno all’altro. Nella mia esperienza è capitato di dire: “basta con la cronaca nera”, ma se improvvisamente si smette di fare la nera tutti la vanno a cercare dove la producono ancora, perché quello è il piatto – tornando all’esempio dello chef – a cui sono abituati. Il problema dunque è che ci si deve confrontare con quello che fanno gli altri e non soltanto con le proprie idee. Quello che fanno gli altri e come lo fanno è però una provocazione che spinge a pensare cosa ho io da dire e come lo posso dire. Per rimanere all’esempio della cronaca nera c’è il modo di trattarla di un giornale scandalistico e c’è il modo con cui la tratta Dostoevskj, che a me piace di più, perché dentro c’è la crudezza del fatto, che non è possibile sorvolare perché talvolta provoca delle domande, ma queste domande le possiamo affrontare come le affronta Dostoevskj oppure soffermandosi ossessivamente sul particolare macabro. Questa è adesso la sfida di chi si occupa di questi temi».

Quanto è possibile influire sui contenuti e sul modo di trattarli?

«Teniamo contro che ogni programma televisivo è molto articolato ed è il prodotto di molti aggiustamenti. In un programma in cui ho maggiore responsabilità prima che una mia idea venga realizzata viene ripensata, masticata e riappropriata da molti altri, per cui nessuna idea avuta da un qualche “capo supremo” di un qualsiasi programma si realizza nel modo in cui è stata concepita. La cosa che a me colpisce è che talvolta l’idea prende forme anche più belle e inaspettate di quelle immaginate. Talvolta le ipotesi cadono, talaltra prendono altre strade»

C’è qualcosa che è riuscito a far passare e che l’ha reso particolarmente contento?

«Per carattere preferisco non soffermarmi su questo, anche perché piuttosto sono portato a dire che si poteva fare meglio. Talvolta però mi sono meravigliato perché abbiamo intervistato un personaggio che è venuto fuori con ancora maggior ricchezza di quella che pensavo. Di solito chi ha ruoli con maggiori responsabilità si occupa meno nei dettagli del servizio dal momento che solitamente sul campo va un regista o un giornalista che lavora su ipotesi e indicazioni che possono anche essere frettolose. Quello che mi incuriosisce è il cercare di andare oltre e questo mi lascia libero di affrontare anche cose che mi sono lontane in cui magari ci sono valori, bellezze e scoperte per me e per il pubblico che valgono molto più di quello che avevo all’inizio immaginato. Mi è capitato per esempio di parlare delle difficoltà di una persona con un handicap, tema spinosissimo di poco appeal per il pubblico e implicandomi con il quotidiano di quella donna e soffermandomi nella ripresa su lei e i suoi occhi ne è venuto un racconto carico di un’umanità che si è trasmessa al pubblico. Molto, molto meglio di quando, pensando di fare un “ servizio pubblico”, si trattano i problemi legati alla disabilità. Fare uscire il di più che c’è nella realtà secondo me è l’aspetto più interessante»

Come è il clima sul suo posto di lavoro?

«Ci sono persone molto diverse e con diversa curiosità e sensibilità. Con alcune si crea un feeling interessante, con altre lavoro da più di dieci anni». Ciascuno conosce e non sopporta i difetti degli altri ma ciascuno conosce e apprezza la curiosità e lo stile dell’altro perché ci trova una ricchezza anche per se. Quello che ho visto lavorando anche con persone molto distanti da me è che mischiarsi senza perdere la propria identità e confrontarsi con le identità degli altri è una ricchezza».

Che spazi ha oggi un cattolico in Rai?

«Un cattolico credo possa sottolineare pezzi di realtà che suscitano in chi li vede delle domande e ci invitano a lasciare aperta la porta ad una possibilità. Non penso in questo momento la tv possa avere uno scopo educativo come avveniva sessant’anni fa. Oggi può accadere è che le persone che guardano, inciampano, in certi contenuti possano dire: “anche a me può capitare una cosa così” o “anche a me può capitare di incontrare una cosa inaspettata”. Questo è il compito a cui può realisticamente aspirare la televisione”».

 Eppure in tanti oggi sono scontenti di questa Rai, che non li rappresentata, pur esigendo da tutti un canone…

«Io credo che in questo momento, ma anche in passato, il cambiamento non può essere generato dalla conquista di una egemonia. Quello che vediamo è pensato da persone di questo tempo con tutti i difetti del caso così ci sono programmi di reti apparentemente distanti dal cattolicesimo in cui si parla di famiglia in maniera che riconosco adeguata. Ritengo sia più il momento dell’uomo che della spartizione degli spazi, in un momento in cui i media sono così fluidi. Quando stavo la sera con i figli davanti alla Tv, ciascuno aveva il suo tablet, pc o smatrphone e ciascuno guardava il suo “programma”. La Tv è diventata uno dei tanti media e il suo spazio, specialmente tra i giovani, viene man mano occupato da altri. Probabilmente la Tv troverà una sua dimensione specifica, ma ormai gli utenti prendono il contenuto che vogliono da dove vogliono e quando vogliono. Detto questo è impensabile pensare a spazi per i cattolici; sarebbe come voler difendere una tribù, che invece non ha bisogno di essere difesa. Se uno è curioso e vive qualcosa che ha da comunicare usa gli spazi che ci sono»

Quindi il problema è di formazione. Ovvero se un cattolico è ben formato ha il giusto sguardo per fare uscire fuori dalla realtà che racconta ciò che è importante

«Ognuno comunica ciò che ama e questo è avvenuto con i miei figli, ai quali spero di aver lasciato qualcosa, e avviene in ciò che io faccio. Si comunica ciò a cui crediamo radicalmente e qualunque cosa facciamo comunichiamo ciò che ci appassiona; anche se come dicevo prima viene mediata cento volte. Un giovane oggi oltre a saper usare i nuovi media deve chiedersi: “io cosa ci sto a fare qui”? e avere la curiosità per comunicare. Questa è il problema di ogni persona e tutt’al più lo si può vedere e  imparare in qualche maestro, che ha questa curiosità e ti fa interrogare su qual è la tua. Io ho lavorato con persone che non necessariamente erano cattolici doc ma che avevano una curiosità e una apertura che, assieme ad altri maestri – come don Giussani – mi hanno fatto diventare più me stesso. Oggi più che in passato, quando ci si divideva nettamente in correnti di pensiero e ideologie, una simile posizione mi sembra più adeguata. Ne parlavo proprio ieri con un mio collega: ci sono due posizioni nei confronti del lavoro e del mondo che cambia, che possiamo immaginare come un carro tirato da buoi. La prima è cercare di frenare il carro, che magari un pochino rallenta; la seconda è camminare vicino al carro senza necessariamente salirci sopra e cercare di interagire con quelli che sono sul carro. Questo è quello che può fare una minoranza che non vuole essere parte di un grande fiume che scorre in una certa direzione: vedere se può essere utile al cammino e magari indicare ai buoi una strada migliore».

Di maestri in Rai ne incontra ancora?

«Trovo molte persone interessanti, sia dal punto di vista umano che professionale e persone molto più giovani di me che hanno anche avuto una formazione cattolica con posizioni critiche interessanti sui nuovi media con cui mi piace parlare. Incontro persone che hanno fatto cammini molto diversi dal mio e con diverse sensibilità con cui magari abbiamo idee comuni. Poi vedo quanto è efficace lavorare con persone che riconoscono identità molto lontane dalla propria ma che ne sono attratti. Adesso è più facile trovare persone che non hanno idea di cosa sia la fede e il cristianesimo piuttosto che persone che la contrastano perché ne hanno un’idea distorta o parziale. C’è molta ignoranza o indifferenza».

 


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