Benin quinto Paese africano a legalizzare l’aborto: i Vescovi reagiscono e scendono in campo con tutto il Popolo di Dio


LA CONFERENZA EPISCOPALE DEL BENIN (CEB) HA PUBBLICATO UNA DICHIARAZIONE MOLTO FERMA CONTRO LA LEGALIZZAZIONE DELL’ABORTO NEL PAESE AFRICANO, FATTA PASSARE DALL’ASSEMBLEA NAZIONALE ATTRAVERSO UNA MODIFICA DELLA LEGGE SULLA “SALUTE SESSUALE E RIPRODUTTIVA

Di Giuseppe Brienza

L’Assemblea nazionale della Repubblica del Benin ha approvato il 21 ottobre scorso, all’unanimità, una modifica della legge in vigore dal 2003 sulla “salute sessuale e riproduttiva” introducendo anche in questo piccolo Paese dell’Africa occidentale (12 milioni di abitanti) l’aborto fino alla dodicesima settimana di gestazione.

L’emendamento ha interessato l’articolo 17 della legge, che finora stabiliva che l’interruzione volontaria della gravidanza poteva essere effettuata per prescrizione medica solo quando la gravidanza metteva in pericolo la vita e la salute della donna, quando era il risultato di uno stupro o di una relazione incestuosa o, infine, quando il feto soffriva per una condizione particolarmente grave.

La riforma ha ampliato questo “ventaglio” permettendo l’aborto anche su richiesta della madre, fino alla dodicesima settimana, quando la gravidanza potrebbe aggravare o provocare una situazione di «disagio materiale, educativo, professionale o morale incompatibile con gli interessi della donna e/o del bambino».

Il ministro della Salute che ha promosso la riforma, Benjamin Hounkpatin, ha assicurato che questa costituisce «una misura di salute pubblica il cui unico obiettivo è salvare vite umane», non considerando evidentemente la vita dei bambini concepiti ed abortiti a spese dello Stato. Il giovane medico abortista ha quindi ribadito i punti-chiave ripetuti sempre e comunque in questi casi dai promotori dell’agenda radicale, ovvero che l’aborto rimarrà comunque e sempre «l’ultima risorsa» e che «il governo continuerà a lavorare per rafforzare e prevenire le gravidanze indesiderate».

Alcuni deputati, in un primo momento, avevano espresso il loro disaccordo sulla legalizzazione ma, per pavidità e/o desiderio di conservare il potere, hanno finito per allinearsi con la riforma. Ancora una volta, quindi, la principale opposizione è arrivata dalla Chiesa cattolica che, tramite la Conferenza Episcopale del Benin (CEB), ha subito pubblicato un comunicato nel quale ribadisce che la legge è profondamente sbagliata perché l’aborto è un «atto disumano che distrugge la vita del feto ma anche quella della madre in vari modi». I Vescovi hanno quindi indetto il 29 ottobre una giornata di preghiera e di digiuno per «non arrendersi nella lotta per la difesa della protezione della vita», alla quale hanno aderito non solo i cattolici, ma tutti «i fedeli in Cristo, i credenti delle altre confessioni religiose e le persone di buona volontà».

«Non è altro che una legalizzazione pura e semplice dell’aborto», avevano affermato i presuli già alla vigilia della votazione, in un videomessaggio letto dal vescovo di Abomey e vicepresidente dell’episcopato, Eugène Cyrille Houndékon, a conclusione dei lavori della plenaria tenutasi alle porte di Cotonou dal 17 al 20 ottobre. «Dinanzi a una decisione così grave i vescovi del Benin ricordano a tutti il rispetto incondizionato del carattere sacro e inviolabile della vita, soprattutto di quella dell’innocente», ha dichiarato monsignor Houndékon, ribadendo che «l’aborto è un atto disumano che distrugge la vita del feto e anche quella della madre sotto diversi aspetti».

Perciò, chiamando in causa la coscienza dei parlamentari – soprattutto di quelli tra di loro che sono credenti e cattolici – li aveva supplicati «in nome di Dio, della nostra umanità, dei piccoli innocenti, affinché attingano dai valori culturali, morali e spirituali del popolo che rappresentano le risorse necessarie per dire un no categorico alla cultura della morte», assicurando che «ci sono delle alternative sicure e affidabili per rimediare ai mali che si intendono risolvere con la legalizzazione dell’aborto». Una supplica, alla quale si sono unite persone di tutte le religioni, che però è rimasta inascoltata, tanto che i vescovi hanno reso pubblica una nuova dichiarazione, sottoscritta dal presidente della Conferenza episcopale beninese, Victor Agbanou, vescovo di Lokossa, nella quale hanno espresso «profondo rammarico» e «grande delusione». Nel testo si ribadisce inoltre che quel provvedimento «non è altro che una legalizzazione dell’aborto perché permette d’ora in poi alla donna di ricorrere all’aborto “in caso di gravidanza suscettibile di aggravare o dar luogo a una situazione di disagio materiale, educativo, professionale o morale incompatibile con il proprio interesse o con quello del nascituro”». Per questo l’episcopato ha lanciato l’appello alla giornata di preghiera e di digiuno, ribadendo che la vita è sacra e «solo Dio è padrone della vita e può disporne».

Il Benin è diventato il quinto paese in Africa a legalizzare l’aborto dopo la Tunisia (1973), il Sudafrica di Nelson Mandela (1997), Capo Verde (1997) e il Mozambico (2014). Molte sono però le iniziative programmate dalle famiglie e nelle comunità ecclesiali, parrocchiali e religiose per animare e reagire a questo ennesimo attentato alla vita umana in Africa.


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