Le malattie dell’Occidente in crisi


IL FILOSOFO FRANCESE GUSTAVE THIBON (1903-2001) SVELA LE RADICI DELLA CRISI DELL’OCCIDENTE E OFFRE UNA SOLUZIONE CONVINCENTE PER INVERTIRE LA ROTTA

A cura di Angelica La Rosa

Il passato sapeva distinguere le istituzioni dalle persone: si poteva disprezzare un Re o un Papa (il medioevo non se n’è astenuto!) senza mettere per nulla in discussione il principio della monarchia o del Papato. Si sapeva che un’istituzione sana – un’istituzione venuta da Dio – restava feconda anche attraverso il più imperfetto degli uomini. I capi politici e religiosi erano allora degli anelli di congiunzione tra Dio e gli uomini: si attribuiva più importanza a ciò che essi trasmettevano che non a ciò che erano. L’altare sosteneva il prete, il trono il re. Oggi si chiede al re di portare il trono, al prete di sostenere l’altare. Le istituzioni si giustificano agli occhi delle folle solo attraverso il genio o il magnetismo di qualche individuo. Questa esigenza porta con sé due rovinose conseguenze: impone agli sventurati “portatori” delle istituzioni un grado di tensione e di attività veramente inumano, e, correlativamente, lega la sorte delle istituzioni ai miserabili casi individuali“. Uscita nel 1940 nello scenario dell’invasione tedesca e del regime collaborazionista di Vichy, “Diagnosi – Saggio di Fisiologia sociale” (Diagnostics. Essai de physiologie sociale), come dice già il titolo, è un’opera che nasce dalla necessità di ricostruire un Paese profondamente abbattuto. Nell’opera, appena pubblicata da Fede & Cultura in italiano, a cura dello studioso Emiliano Fumaneri (fra i più grandi conoscitori in Italia del filosofo francese), Gustave Thibon riconosce, con rigore medico, la presenza di una malattia: quella dell’Occidente, la cui crisi è ormai irreversibile. Le radici di questa crisi rimangono però nascoste e per questo è opportuno svelarle: la disuguaglianza della società capitalistica, le illusioni offerte dalle ideologie, le false idee di libertà, la cattiva influenza delle élite sulle masse, la corruzione della morale e la decadenza dei costumi, la degenerazione del lavoro, l’intreccio permanente di bisogni e di distrazioni che divorano il nostro tempo senza riempirlo, la marea di informazioni che i media ci rovesciano addosso.Secondo Thibon, autore dotato di una grande profondità di pensiero, penetrante lucidità di giudizio, folgorante bellezza dello stile, solo recuperando delle costanti invariabili sarà possibile unire gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi sotto il vessillo di un’unica saggezza che resiste alla prova del tempo.

Gustave Thibon, nato a Saint-Marcel-d’Ardèche (Francia) il 2 settembre 1903 (e scomparso il 19 gennaio 2001) da una famiglia contadina, è riuscito a riversare nelle sue opere il fatto di essere cresciuto a stretto contatto con la natura e la sua familiarità col silenzio.

Costretto ad abbandonare gli studi per dedicarsi al lavoro nei campi, cresciuto da agnostico, a diciotto anni è assalito da una grande passione per la conoscenza e, da autodidatta, impara il latino, il greco e il tedesco. Non contento affronta testi di filosofia e teologia, di matematica e biologia.

Riconciliatosi con la fede cattolica (grazie alla lettura di Léon Bloy e ad un incontro con Jacques Maritain) Thibon, divenuto amante delle opere di San Tommaso d’Aquino, cominciò a pubblicare i suoi primi articoli sulla Revue Thomiste.

Nel 1940 arrivò, quindi, a pubblicare l’opera che lo rivelerà al grande pubblico, e al centro della nostra attenzione, “Diagnosi – Saggio di Fisiologia sociale“, a cui seguì “Retour au réel. Nouveaux diagnostics” del 1943 (Ritorno al reale). In seguito arrivarono altre preziose opere come “Quel che Dio ha unito. Saggio sull’amore“, “Vivere in due“, “Crisi moderna dell’amore“, “Nietszche o il declino dello spirito“, “Simone Weil come l’abbiamo conosciuta” e le raccolte di aforismi “La scala di Giacobbe“, “Il pane di ogni giorno“, “L’uomo maschera di Dio“.

In fuga dai nazisti, nell’estate del 1941 la filosofa Simone Weil trovò rifugio proprio presso la fattoria di Thibon. Tra l’inquieta pensatrice di origini ebraiche e il filosofo-contadino si instaura un rapporto profondo improntato alla massima schiettezza e a un’altissima stima reciproca, tanto che Simone decise di affidargli i propri manoscritti.

Nel 2001 Gustave Thibon lasciò la vita terrena lasciando, oltre a tre figli, i nipoti e un ricordo indelebile nel cuore di chi l’ha conosciuto, una ventina di opere, innumerevoli articoli e testi di conferenze, senza contare la considerevole mole di scritti rimasti non pubblicati.

Su due princìpi poggia l’architrave del pensiero thiboniano: l’opposizione agli idoli e l’amore per l’unità“, scrive Emiliano Fumaneri. “Due momenti che però ‘si fondono in un unico, perché l’idolo rappresenta la parte innalzata al tutto, ma soltanto distruggendo gli idoli si può ricostruire l’unità’” (Il pane di ogni giorno, Morcelliana, 1949, p. 10). “Dio non ha creato che unendo“, osserva Thibon. Il peccato, il dramma dell’uomo consiste nel separare ciò che Dio ha unito: “La metafisica della separazione è la metafisica stessa del peccato” (Quel che Dio ha unito, Società Editrice Siciliana, 1947, p. VI). Il nostro tempo, segnato dall’oblio dell’Essere e delle verità supreme, è funestato dalla lotta feroce e senza quartiere tra gli idoli. Non può che essere la guerra endemica la condizione strutturale di un mondo dominato da false divinità: nessuna di esse può permettere alle altre di elevarsi al di sopra di tutte per reclamare la signoria spettante all’unico vero Dio. Il conflitto tra gli idoli garantisce così l’impossibilità di ogni autentica trascendenza. Procurare la morte rappresenta la vera vocazione dell’idolatria: la sete di sangue divora l’idolo, mentre l’odio viscerale per l’Essere lo vota al nulla e alla menzogna. Per il Socrate cristiano vivente in Thibon l’autentico spirito filosofico consiste invece “nel preferire alle menzogne che fanno vivere le verità che fanno morire” (L’ignorance étoilée, Fayard, 1985, p. 45). Thibon fa dunque idealmente suo il detto di Tolkien: “le radici profonde non gelano“. Così è delle verità più semplici e ordinarie: “la profondità degli abissi appartiene al grande, immenso oceano della normalità. Piatta e superficiale è solo la terra calpestata dagli idoli“.

Per l’Occidente “sazio e disperato”, sfregiato dai resti delle ideologie totalitarie, e oggi dalla info-demia del Covid-19, il realismo thiboniano reca un grande messaggio di speranza: “L’unica nobiltà dell’uomo, la sola via di salvezza consiste nel riscatto del tempo per mezzo della bellezza, della preghiera e dell’amore. Al di fuori di questo, i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri atti non sono che “vanità e soffiar di vento”, risacca del tempo che il tempo divora. Tutto ciò che non appartiene all’eternità ritrovata appartiene al tempo perduto” (L’uomo maschera di Dio, p. 262).

Nel testo, in poco più di 170 pagine, troviamo esplorate e smascherate le ideologie e gli inganni presenti negli quaranta del secolo scorso, ma tutt’ora vivi e vegeti: dal liberalismo assoluto (“una mostruosità“, p. 73) alla “febbre egualitaria” (p. 109), dal “vuoto interiore” (p. 95) al marxismo e freudismo, sistemi fratelli dato che, per entrambi, “ogni male proviene dalla menzogna rappresentata dai valori cosiddetti superiori” (p. 77). Ma Thibon non si limita a fare la diagnosi dei malanni della sua (e della nostra) contemporaneità, ma ne indica la via d’uscita: interrompere il conflitto devastante contro Dio, recuperando, individualmente e collettivamente l’unità e l’equilibrio.

 


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