La falsa idea di purezza dei modernisti


di Aurelio Porfiri

IL DESIDERIO DI “PUREZZA” DEL MODERNISMO CONTRO “LE COSTRIZIONI DEL DOGMA CATTOLICO” HA UNA LUNGA STORIA…

Nel fenomeno del modernismo concorrano tante idee che poi si coagulano in un certo periodo storico, grazie anche all’attenzione che gli dedicò il papa san Pio X, che ben vide come questo complesso movimento andava considerato come “sintesi di tutte le eresie”.

Non dimentichiamo che questa è una chiave di lettura importante per comprendere tutto il fenomeno, questa esigenza di purificazione storica e spirituale che di per sé ci sembra una cosa buona se essa non fosse male indirizzata.

C’è una cattiva comprensione del sistema dogmatico cattolico, che viene visto come una prigione, come rivela il noto modernista gesuita George Tyrrell (1861-1909) nella sua autobiografia: “Il sistema dogmatico semplicemente sigilla la mente invece di aprirla; la rende antipatica e poco intelligente, anziché flessibile e comprensiva”.

Certamente queste idee anti dogmatiche non erano nuove, questo desiderio di purezza contro “le costrizioni del dogma cattolico” ha una lunga storia.

In effetti potremmo andare indietro di secoli, anche più di un millennio per identificare le varie eresie che hanno inteso raggiungere una purezza che ritenevano perdita nel cattolicesimo ufficiale, arroccato nella sua dottrina. In fondo l’eresia consiste in questo, nello staccarsi dal cattolicesimo ufficiale per ricongiungersi ad un cattolicesimo ritenuto migliore ma che spesso è solo immaginario. In fondo il modernismo sintetizza questo, il tentativo di staccarsi dalla verità per raggiungerne una ancora più vera.

Ma noi sappiamo che se la Chiesa ancora professa la verità per cui esiste, la sua imperfezione data dagli uomini che la governano non deve spaventarci. La Chiesa, prima che fosse vittima di mode ideologiche, ha praticato sempre un sano realismo, quel realismo per cui sapeva riconoscere le fragilità umane e comunque non perdeva di vista l’obiettivo finale. Con il modernismo e con la situazione che viviamo oggi, sembra che l’obiettivo finale è divenuto la fragilità umana.

Forse, si è equivocato quanto Giovanni Paolo II diceva nel 1979, nella sua Redemptor Hominis. In un passaggio noto affermava: “La Chiesa non può abbandonare l’uomo, la cui «sorte», cioè la scelta, la chiamata, la nascita e la morte, la salvezza o la perdizione, sono in modo così stretto ed indissolubile unite al Cristo. E si tratta proprio di ogni uomo su questo pianeta, in questa terra che il Creatore ha dato al primo uomo, dicendo all’uomo e alla donna: «Soggiogatela e dominatela». Ogni uomo, in tutta la sua irripetibile realtà dell’essere e dell’agire, dell’intelletto e della volontà, della coscienza e del cuore. L’uomo, nella sua singolare realtà (perché è «persona»), ha una propria storia della sua vita e, soprattutto, una propria storia della sua anima. L’uomo che, conformemente all’interiore apertura del suo spirito ed insieme a tanti e così diversi bisogni del suo corpo, della sua esistenza temporale, scrive questa sua storia personale mediante numerosi legami, contatti, situazioni, strutture sociali, che lo uniscono ad altri uomini, e ciò egli fa sin dal primo momento della sua esistenza sulla terra, dal momento del suo concepimento e della sua nascita. L’uomo, nella piena verità della sua esistenza, del suo essere personale ed insieme del suo essere comunitario e sociale – nell’àmbito della propria famiglia, nell’àmbito di società e di contesti tanto diversi, nell’àmbito della propria nazione, o popolo (e, forse, ancora solo del clan, o tribù), nell’àmbito di tutta l’umanità – quest’uomo è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione: egli è la prima e fondamentale via della Chiesa, via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione”.

Ecco, se si legge tutto il passaggio credo ben si intende quello che il Papa voleva significare, cioè che l’uomo è via della Chiesa in quanto questa via è tracciata da Cristo stesso, che è Via, Verità e Vita. Non che l’uomo è il principale obiettivo della Chiesa a prescindere da Cristo e quindi le sue fragilità, al di fuori di questa prospettiva, divengono un chiaro ostacolo da eradicare con una idea di purezza che è al di fuori del sano realismo cristiano.

Del resto Giovanni Paolo II, nello stesso documento, poco prima aveva affermato: “Gesù Cristo è la via principale della Chiesa. Egli stesso è la nostra via «alla casa del Padre», ed è anche la via a ciascun uomo. Su questa via che conduce da Cristo all’uomo, su questa via sulla quale Cristo si unisce ad ogni uomo, la Chiesa non può esser fermata da nessuno. Questa è l’esigenza del bene temporale e del bene eterno dell’uomo. La Chiesa, per riguardo a Cristo ed in ragione di quel mistero che costituisce la vita della Chiesa stessa, non può rimanere insensibile a tutto ciò che serve al vero bene dell’uomo, così come non può rimanere indifferente a ciò che lo minaccia. Il Concilio Vaticano II, in diversi passi dei suoi documenti, ha espresso questa fondamentale sollecitudine della Chiesa, affinché «la vita nel mondo ” sia ” più conforme all’eminente dignità dell’uomo» in tutti i suoi aspetti, per renderla «sempre più umana». Questa è la sollecitudine di Cristo stesso, il buon Pastore di tutti gli uomini. In nome di tale sollecitudine – come leggiamo nella Costituzione pastorale del Concilio – «la Chiesa che, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana»”. Insomma, pur se questi passaggi possono prestarsi a qualche fraintendimento, il contesto di quello che il Papa voleva dire mi sembra chiaro.

È vero, la fede è esigente, ma si misura sempre con il cuore dell’uomo. Il modernismo, con la sua esigenza di “purezza”, intendeva servire un uomo astratto, malgrado a loro così non sembrasse.


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