C’è una drammatica e satanica volontà tesa ad invitare i disabili gravi a farla finita


A cura di Angelica La Rosa 

MEDIA E RADICALI CERCANO IN TUTTI I MODI DI LEGALIZZARE IL SUICIDIO ASSISTITO. IL “CASO MARCHE” APRE ALL’EUTANASIA PER TUTTI

«Il caso delle Marche del suicidio assistito chiesto da un uomo da dieci anni tetraplegico potrebbe spalancare le porte ad una deriva eutanasica! Tuttavia, dalla versione integrale del parere del Comitato etico si evince come non ci sia una vera autorizzazione», è il commento di Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia, sul caso di Mario (nome di fantasia) che ha chiesto di ricorrere al suicidio assistito, che sarebbe il primo in Italia dopo la sentenza della Corte Costituzionale.

«In modo fuorviante media e Radicali – aggiunge Jacopo Coghe, vicepresidente della Onlus – parlano di autorizzazione al suicidio assistito. In realtà proprio il Comitato etico della Regione Marche parla di “elemento soggettivo di difficile interpretazione” per quanto riguarda le sofferenze psicologiche, inoltre viene chiarito come ci sia stata, da parte dell’uomo, “l’’indisponibilità ad accedere ad una terapia antidolorifica integrativa”. Come se non bastasse mancano alcuni elementi fondamentali per poter procedere alla decisione, come le modalità, la metodica e i dettagli sul farmaco letale, elementi che di fatto impediscono al Comitato di poter esprimere un parere veramente completo».

«Questa è la prova – conclude la nota di Pro Vita & Famiglia – che c’è una drammatica e illegittima volontà tesa a favorire la morte a chiunque e invitare così i disabili gravi a farla finita. Proprio nei giorni in cui si sta discutendo in Parlamento del Testo Unico sul Suicidio Assistito, accettarlo per via giurisprudenziale significa spalancare le porte a una deriva eutanasica come già successo in paesi quali Belgio e Olanda dove si è arrivati al 5% delle morti totali solo per eutanasia».

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Nota della Pontificia Accademia per la Vita in merito alla vicenda legata all’assistenza al suicidio per un cittadino italiano

Città del Vaticano, 23 novembre 2021.- La materia delle decisioni di fine-vita costituisce un terreno delicato e controverso.

La notizia del via libera al suicidio assistito ottenuto da “Mario” in seguito al parere del «Comitato etico territorialmente competente» sollecita alcune riflessioni.

Non disponendo delle informazioni mediche precise sulla situazione clinica, occorre limitarsi a qualche rilievo generale.

Anzitutto è certamente comprensibile la sofferenza determinata da una patologia così inabilitante come la tetraplegia che per di più si protrae da lungo tempo: non possiamo in nessun modo minimizzare la gravità di quanto vissuto da “Mario”. Rimane tuttavia la domanda se la risposta più adeguata davanti a una simile provocazione sia di incoraggiare a togliersi la vita. La legittimazione “di principio” del suicidio assistito, o addirittura dell’omicidio consenziente, non pone proprio alcun interrogativo e contraddizione ad una comunità civile che considera reato grave l’omissione di soccorso, anche nei casi presumibilmente più disperati, ed è pronta a battersi contro la pena di morte, anche di fronte a reati ripugnanti? Confessare dolorosamente la propria eccezionale impotenza a guarire e riconoscersi il nomale potere di sopprimere, non meritano linguaggi più degni per indicare la serietà del nostro giuramento di aver cura della nostra umanità vulnerabile, sofferente, disperata? Tutto quello che riusciamo ad esprimere è la richiesta di rendere normale il gesto della nostra reciproca soppressione?

Si pone, in altri termini, l’interrogativo – almeno l’interrogativo, se non altro per non perdere l’amore e l’onore del giuramento che sta al vertice di tutte le pratiche di cura – se non siano altre le strade da percorrere per una comunità che si rende responsabile della vita di tutti i suoi membri, favorendo così la percezione in ciascuno che la propria vita è significativa e ha un valore anche per gli altri. In tale linea, la strada più convincente ci sembra quella di un accompagnamento che assuma l’insieme delle molteplici esigenze personali in queste circostanze così difficili. È la logica delle cure palliative, che anche contemplano la possibilità di sospendere tutti i trattamenti che vengano considerati sproporzionati dal paziente, nella relazione che si stabilisce con l’équipe curante.

La vicenda solleva inoltre una domanda sul ruolo dei Comitati etici territoriali. Non si può escludere che la difficoltà della risposta sia stata determinata anche dalla difficoltà di chiarire il ruolo da svolgere. Infatti la dizione impiegata non è quella abituale (finora si è parlato di Comitati per la sperimentazione clinica di Comitati per l’etica clinica). Del resto, nella Sentenza della Corte Costituzionale n. 242/2019 si richiede un compito che non corrisponde a quanto è previsto per entrambe le tipologie finora note: si tratta di operare un giudizio vincolante di conformità della particolare situazione clinica alle quattro condizioni stabilite dalla Sentenza della Corte Costituzionale. Un compito cioè che potrebbe più adeguatamente essere svolto da un comitato tecnico (medico-legale) che verifichi la sussistenza delle condizioni prescritte. Un comitato di etica potrebbe essere più correttamente essere coinvolto in una consultazione previa alla decisione del paziente.


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