Il colonialismo italiano? Una storia che dobbiamo ricordare, non cancellare!


Di Andrea Rossi

LO STORICO FRANCESCO FILIPPI, NEL LIBRO “NOI PERÒ GLI ABBIAMO FATTO LE STRADE”, IMPORTA LA CANCEL CULTURE DE-CONTESTUALIZZANDO LA LUNGA STORIA DEL COLONIALISMO ITALIANO PER RACCONTARNE SOLO CRIMINI, RAZZISMI E AMNESIE

Riuscire a ricostruire la storia della Libia italiana senza citare Italo Balbo (1896-1949) potrebbe sembrare impresa ardua. Eppure Francesco Filippi, l’autore del pamphlet Noi però gli abbiamo fatto le strade. Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie (Bollati Boringhieri, Torino 2021, pp. 208, € 12) ci è riuscito.

Si tratta di un libro denso di ricostruzioni monche, episodi conosciuti mischiati con fatti dubbi narrati come certezze, che racconta le vicende tormentate della Tripolitania e della Cirenaica dal 1911 fino al 1931, anno in cui il generale Rodolfo Graziani conclude in modo efferato la sua guerriglia contro i ribelli comandati da Omar al Mukhtar, impiccando il capo dei “muhjaidin” nel campo di concentramento di Soluch, davanti ai suoi uomini fatti prigionieri nei mesi precedenti. Filippi non narra altro. La Libia improvvisamente scompare dal volume, per riapparire, solo molte pagine dopo, al momento dell’espulsione dei cittadini italiani voluta da Muhammad Gheddafi.

Nel mezzo, come dicevamo, nulla del periodo del governatorato di Italo Balbo. Probabilmente nell’ergonomia del racconto della nostra vicenda coloniale, che secondo Filippi si risolve in una sequela di nefandezze senza nome, non poteva apparire un momento di relativa convivenza fra etnie diverse, durante la quale, certamente, furono anche “fatte le strade” su cui ironizza l’autore, ma che significò pure la stesura dei piani regolatori di Tripoli e Bengasi, la creazione di acquedotti, scuole e villaggi arabi sulla stessa tipologia di quelli italiani, nelle regioni dove erano stati insediati gli immigrati del nostro Paese.

Certo ci fu molta propaganda in tutto questo, ma è innegabile che il gerarca ferrarese disapplicò le leggi razziali volute da Mussolini nel 1938 e, fino alla sua morte, in un incidente aereo nel giugno del 1940, creò un modello al quale fecero riferimento altri Paesi come la Francia e la Spagna. Ci troviamo insomma di fronte al consueto metodo del “fact checking” ideologico: si evitano le parti non congrue alla narrazione e si controllano, in modo tautologico, solo alcuni fatti, spesso perfettamente conosciuti (anche in questo caso il lettore non rinviene nulla che non sia già stato scritto da autori come Angelo del Boca, Giorgio Rochat o Nicola Labanca).

Certamente sono autentiche alcune atrocità compiute in Etiopia, come l’uso dei gas tossici o, peggio, le inconsulte rappresaglie successive all’attentato a Rodolfo Graziani del 19 febbraio 1937, durante le quali i fascisti uccisero centinaia di cittadini di Addis Abeba, e che si conclusero solo nel maggio successivo col massacro del monastero di Debra Libanos, che costò la vita ad oltre quattrocento fra religiosi, e civili.

Non si trova però nel libro di Filippi parola del fatto che in Eritrea, dove eravamo presenti fin dalla fine del XIX secolo, la convivenza fu quantomeno tollerabile e, anzi, le popolazioni locali, dal momento del ritorno dell’imperatore Hailè Selassiè nel 1941, subirono il dominio pieno e incontrollato del governo etiopico, dal quale riuscirono ad emanciparsi solo dopo trent’anni di guerra civile.

Nel parlare della Somalia, dove effettivamente si mostrarono tutti i limiti della nostra politica coloniale prima, durante e dopo il fascismo, non si trovano paragoni di alcun tipo con le modalità di governo degli altri Paesi europei che condividevano il possesso dell’Africa orientale, come Gran Bretagna o Germania. Nazioni che a livello coloniale non furono meno brutali della nostra. Ed è questo un altro limite dello studio: non esiste, in alcun momento, una comparazione con le altre potenze europee, cosa che dovrebbe essere indispensabile per comprendere se eravamo dei folli sanguinari, oppure se il nostro imperialismo, modesto e “straccione”, era in qualche modo ispirato a modelli, sia pure deprecabili, ma perfettamente allineati alle filosofie politiche del XIX secolo.

Può apparire curioso, ma anche in altri volumi di Filippi non si trova traccia dell’operato in terra coloniale della Chiesa cattolica. Durante tutto il periodo preso in esame, non un nome di missionario, non un episodio positivo, nulla. Eppure i nostri sacerdoti furono per decenni al fianco sia dei nativi che dei coloni, durante il periodo dell’occupazione italiana e successivamente, quando i nostri territori furono smembrati e acquisiti da altre nazioni o finirono in balìa di governi dittatoriali e feroci. Vale la pena rammentare, su tutti, il vescovo martire Pietro Salvatore Colombo (1922-1989) che, giunto in Somalia nel 1947, passò tutto il resto della sua vita a promuovere giustizia e convivenza pacifica fra gli abitanti della regione, finendo ucciso, in circostanze mai chiarite, di fronte alla cattedrale di Mogadiscio il 9 luglio 1989 (è in corso la raccolta di testimonianze per la beatificazione).

La conclusione dello studio risponde poi al mainstream attuale, fatto di scarsa attenzione alla contestualizzazione degli eventi, e di eccessi ideologici in stile Cancel culture.

Vi troviamo, infatti, un pot-pourri di produzioni musicali e cinematografiche che dovrebbero, secondo l’autore, essere esempi del nostro “irrisolto razzismo”, come alcune pellicole con Totò e Peppino con i volti dipinti di nero e l’anello al naso, oppure la canzone “I Watussi” di Edoardo Vianello: argomenti risibili che però esemplificano in modo illuminante lo stato dell’arte di certa storiografia ideologizzata, sempre più diffusa nel mondo accademico.


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