Il destino dei cristiani in Medio Oriente sta per compiersi


di Pietro Licciardi

CONDANNATI AD EMIGRARE O A MORIRE I CRISTIANI SONO STATI SACRIFICATI SULL’ALTARE DEL LAICISMO EUROPEO E DI UNA POLITICA ESTERA USA COMPLICE DELL’INTEGRALISMO WAHABITA

In tutto il Medio Oriente il destino dei cristiani è stato deciso a tavolino dai giochi degli Stati Uniti, complici delle mire integraliste dell’alleato saudita, e dal disinteresse della ormai laicista Europa, troppo impegnata a cancellare la memoria del Natale e proibire i nomi dei santi per occuparsi delle chiese più perseguitate al mondo. Secondo il Risiko delle cancellerie occidentali il Libano, unico esempio di convivenza tra minoranze cristiane e musulmane deve sparire mentre ai cristiani di Siria e Iraq non resta che scegliere tra l’emigrazione e il massacro.

Il tragico e vergognoso scenario è delineato nel libro di Brad Hoff, ex marine Usa diventato giornalista indipendente: “Syria Crucified” ed è suffragato dai racconti di numerosi cristiani mediorientali. Secondo Hoff tutto era già pianificato dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. Già nel 2011 – quando stavano scoppiando le prime rivolte pilotate contro il regime di Bashar al-Assad – i profughi iracheni in Siria stavano avvertendo che i prossimi ad essere aggrediti sarebbero stati proprio i siriani. Infatti la Cia era al lavoro già da un anno per reclutare “oppositori” da armare e mandare in piazza per rovesciare il governo legittimo, “reo” di essere un fedele alleato della Russia. Addirittura circolava la mappa di un potenziale riassetto del Medio Oriente con regioni confessionali – , sunnite e curde,-  senza assolutamente posto per i cristiani, i quali dovevano essere “ripuliti” attraverso genocidio o immigrazione forzata.

Un piano che a quanto pare sta funzionando poiché nell’Iraq di di Saddam Hussein i cristiani erano 1milione e 500mila, oggi sono 150mila e in molti loro villaggi le donne sono obbligate a indossare il velo islamico, perché ormai sono invasi e circondati da tribù nomadi musulmane. Anche in Siria la presenza cristiana si è ridotta ad un terzo dall’inizio della guerra mentre intere zone sono ora occupate dai fondamentalisti che hanno combattuto per conto degli Stati Uniti i quali – da buoni islamici – hanno chiesto in cambio dei loro servigi della terra che ovviamente è quella cristiana, essendo questa minoranza priva di qualsiasi sostegno e protezione internazionale.

In Libano, almeno per il momento, la cacciata dei cristiani non avviene militarmente ma mediante le sanzioni economiche che pur essendo imposte con il pretesto di colpire la Siria hanno messo in ginocchio il paese dei cedri rendendo molto difficile la circolazione del dollaro la cui disponibilità da parte delle banche è ormai molto limitata. La conseguenza è aver reso estremamente svantaggioso il cambio con la lira causando un enorme aumento dei prezzi. Una situazione che oltre a scoraggiare le aziende occidentali ad investire in Libano rende impossibile l’acquisto di prodotti occidentali. Il Libano infatti era la principale piazza mediorientale per il commercio di beni di consumo e la fine di questa attività ha significato il tracollo per la popolazione cristiana, tradizionalmente la più attiva in campo economico e imprenditoriale. Ormai, come fa sapere la diocesi di Beirut, su dieci giovani che cercano di emigrare all’estero, otto sono cristiani. 

Rimane poi il grave problema dei profughi, che sono ormai 3 milioni su una popolazione di poco superiore a 6 milioni, i quali se dovessero ottenere la cittadinanza e votare metterebbero subito fine alla attuale forma di stato laico, e multiculturale per trasformarlo in stato confessionale islamico in cui i cristiani diventerebbero appena il 10per cento. 

Anche per questo motivo il patriarca maronita Béchara Boutros Raï, ha lanciato un appello affinché qualche nazione in Occidente prendesse a cuore le sorti libanesi preservandone la presenza cristiana, grazie alla quale sopravvive l’unica area di convivenza pacifica tra minoranze religiose di questa parte del mondo. Richiesta caduta però nel vuoto, come ha fatto chiaramente intendere il presidente francese Emmanuel Macron nella sua doppia visita nell’agosto del 2020 a Beirut, dopo la devastante esplosione che ha polverizzato il porto della città, il quale ha invitato i libanesi a superare il confessionalismo per diventare uno stato laico. 

Da parte sua il patriarca Boutros Raï, ha ricordato a Macron che quello libanese è già uno stati laico, poiché il suo Parlamento non legifera sulla base di testi religiosi mentre cristiani e musulmani frequentano le stesse scuole, un fatto questo di cui il Libano è particolarmente fiero essendo un pilastro della sua convivenza. Una laicità quindi ispirata dai principi religiosi e non dal loro rifiuto. Ovvero l’esatto opposto di quanto avviene in Francia e nell’Unione europea. 

Alcuni libanesi a questo proposito hanno osservato che se l’Europa riconoscesse il valore dell’assetto sociale e politico del Libano dovrebbe poi fare altrettanto in casa propria, a cominciare dal riconoscimento dell’istruzione pubblica non statale, che è appunto l’asse portante dell’educazione libanese. 

Abbandonati dall’Europa e dagli americani i cristiani hanno perso anche il sostegno degli stessi musulmani, i quali hanno sempre riconosciuto quanto la loro presenza fosse importante per la stessa coesistenza tra le diverse confessioni islamiche. Rovesciati attraverso le “primavere” eterodirette i regimi laici della regione – che pur col pugno di ferro riuscivano a tenere sotto controllo l’integralismo e consentivano alle minoranze, in primis cristiane, di sopravvivere – adesso è cambiata anche la geografia religiosa dell’islam mediorientale, in cui gli sciti hanno perso terreno di fronte all’avanzata sunnita, armata e finanziata dalla monarchia wahabita dell’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti, il cui obiettivo è estendere la sua influenza religiosa con l’istituzione di stati confessionali e teocratici.


Subscribe
Notificami
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments